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Ciao caro? … Ma LEI chi è?

 Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/227 

 Ieri mi è capitato di sentire  Beppe Convertini che, nella sua trasmissione del sabato mattina, annunciava un’intervista con  Nando  Dalla Chiesa, Giovanni Persi e Federica Cifola per trattare  di “Tic linguistici”, in particolare di quel  “Ciao Caro”/ Ciao Cara”  con cui confidenzialmente veniamo approcciati da chi conosciamo poco o addirittura incontriamo per la prima volta.  E’ un tema su cui mi è capitato spesso di trattare con persone della mia cerchia. Allora  mi sono messo all’ascolto. Ecco che Beppe Convertini, con  la sua consueta delicatezza, porta avanti l’intervista  ai tre noti personaggi della cultura e dello spettacolo riuscendo  a far raccontare anche aneddoti molto simpatici su questo inflazionato modo di “dare del tu”. La mia aneddotica personale si è vieppiù arricchita. Dalla Chiesa alla richiesta di chiarire come mai   sul Il Fatto Quotidiano   avesse   bollato il “ciao caro” come espressione “barbarica”,  ha risposto richiamando un episodio capitatogli  in un Bar di   Bologna:  un cameriere lo aveva salutato proprio con un Ciao Caro e lui, voltatosi istintivamente,  immaginando che si stesse rivolgendo ad un suo amico, si accorse di essere solo. Sulle prime aveva pensato di avere  di fronte un personaggio “particolare”, ma, nel tempo, ha realizzato che si faceva così un po’ dappertutto. Il Ciao Caro è barbarico  perché impone un proprio stile a persone che non si conoscono. Il sociologo aggiunge che da  professore non ha mai dato del “tu” agli studenti e  che, in quella sede  un Ciao Caro , acquisterebbe un tono paternalistico certamente non gradito.  Sarebbe ancora più grave se rivolto  dal personale ospedaliero  a persone di una certa età costrette al ricovero,  trattandole  come un bambino a cui si chiede quale gelato gradisce. In proposito ha raccontato che un suo  collega, il prof. Moro, che dopo un incidente era ricoverato in rianimazione,  iniziò con ampi gesti a chiedere ai sanitari di toglierli il casco per poter parlare. Tutti si aspettavano una richiesta di aiuto, ma il “paziente” disse semplicemente “Chiamatemi Professore, non  Caro!”.

Giovanni Persi   alla domanda di  Convertini   che gli chiede se Ciao Caro non venga magari usato da qualcuno per “rompere il ghiaccio”,  risponde  di essere totalmente in linea con Nando Dalla Chiesa,  e precisa  che se ad un amico ci  si può rivolgere  tranquillamente    con un “Ciao Tesoro” , quel “caro” detto da uno sconosciuto  può addirittura essere offensivo. Anche lui nella veste di docente universitario, con gli studenti,ha sempre  adottato il “Lei”  come forma di reciproco e doveroso rispetto: “Non c’è bisogno di avvicinarsi quando non c’è la sostanza per essere vicini”. Si tratta del  “Diritto di Stile”  ribadisce Dalla Chiesa, da applicare anche  nei confronti di  coloro che sono dall’altra parte del “banco” (bar, ristoranti, supermercati) .

A dare colore al dibattito interviene l’attrice Federica Cifola, che, tra i due professori non evitato di far valere il ruolo di Preside (quello interpretato nella serie Un Professore  della RAI  ) ma ha messo in campo la sua  romanità:  “se   quelle come me che   viaggiano  intorno alla cinquantina  ricevono un ciao cara si sentono ragazze!.  Ma è proprio strano se uno che ti conosce da un giorno te chiama Amo’ o Teso’,  molto in voga a  Roma”.

Fin qui il discorso fatto su Rai1, che si è concluso con una affermazione di Nando Dalla Chiesa  che suona come un assioma: “il Lei è un ponte, non un buco!”

Allora per la conclusione voglio spendere un paio di aneddoti personali ai quali mi ha rimandato immediatamente  il titolo dell’intervista sui “Tic linguistici” e quei Ciao Caro tanto “amato” da Dalla Chiesa e Persi . Anche nei casi che sto per illustrare il discorso riguarda dei professori universitari  a uno dei quali il “Lei” stava particolarmente a cuore. Nel primo caso questa forma di espressione  pesa come un macigno sul malcapitato destinatario. Accadde che  dopo una lunga militanza presso un Università abruzzese in un certo anno accademico  a un cultore della materia non fu chiamato a rivestire quella funzione dalla titolare di cattedra, la quale alle rimostranze del  docente, ormai quasi sessantenne, aveva opposto un terribile  “TU, ragazzo devi ancora crescere!”. Un “mancato Lei” molto più pesante  del nostro Ciao Caro. Ma questa storia ha un finale  ancora peggiore. Il nostro volle rendere edotto della sua disavventura il Preside di Facoltà che trovò assorto nelle sue  letture, di latinista di vecchio stampo,  Parlò per un  buon quarto d’ora dopodiché   il Preside tolse finalmente la sguardo dai libri, ma, sollevandosi gli occhialini da lettura sulla fronte escamò, : “Ma LEI chi è?!

In quella Università evidentemente per i “baroni” dell’epoca nelle conversazioni con i collaboratori, o pseudo tali, i Tu e i Lei “pari erano”.

Chi invece di “dare del Lei” se ne intendeva molto, era il professore Ravaglioli, uno dei più prolifici e qualificati filosofi /pedagogisti vissuti a cavallo dei due secoli.  E’ stato il mio mentore in pedagogia e mi ha traghettato fino alla laurea e poi alla docenza universitaria.  Allora anche per avvalorare le tesi sostenute da Dalla Chiesa e da Persi è il momento di far scendere in campo gli aneddoti  che lo riguardano, di cui sono stato testimone.

Durante una delle “Settimane Nazionali  di Studio sulle attività motorie”  che per alcuni anni organizzavamo  a Roccaraso, il Coordinatore di Educazione Fisica di Ravenna, romagnolo come il professore, probabilmente proprio per questo motivo, nel corso  di un suo intervento si stava rivolgendo all’accademico in modo confidenziale , arrivando a chiamarlo per nome come se fosse una sua vecchia conoscenza. Il professore  senza esitare lo interruppe con un secco: “se LEI continua a darmi del TU io non sento !”.

Passati più di dieci anni da quell’episodio, la frequentazione tra me e  il Maestro aveva consolidato una sincera amicizia, fatta di confidenze e di reciproci supporti, ma comunque caratterizzata da un  “dare del Lei” reciproco e, da parte mia, molto convinto. Seduti al tavolo del  Vecchio Mulino, nostro ristorante di Roma preferito, Fabrizio Ravaglioli ed io stavamo gustando un risotto alla crema di scampi quando il maestro mi intima un perentorio! “Professore da oggi noi ci daremo del TU!”. Con la forchetta sospesa vicino alle labbra risposi: “Maestro sono onorato, ma io non riuscirò mai a darle del TU”. Di rimando , dopo un attimo di pausa, lui sentenziò : “Allora da oggi in poi il nostro LEI sarà un TU” . Con il cuore gonfio di ammirazione e con la mano un po’ tremolante riuscii a portare la forchetta alla bocca. Indescrivibile il gusto particolare di quel risotto.

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