GILDA POLICASTRO POETESSA

La poesia di Policastro si caratterizza per una mescolanza di elementi dove spiccano Il dialogo critico con la tradizione italiana (Leopardi, Dante, Pasolini, ecc.).  Un’adesione all’idea della poesia come forma vitale, non marginale: la poetessa dichiara che “fare poesia significa saltare i confini… significa mettere in parole ciò che in me mi separa dagli altri”.

  • L’interesse per la fragilità, la corporeità, la malattia, il quotidiano . L’uso della lingua comune, del parlato, della quotidianità: nei testi recenti si avverte una voce che attinge allo scambio sociale, al linguaggio dei social network, all’attesa (tram, sale d’attesa) come scrive un sito di approfondimento.

  • Attenzione corporea: la fragilità del corpo, la malattia, il “guardatemi, scompaio”  emergono come costanti. Contaminazione tra generi: la raccolta La distinzione fonde monologhi e lingua quotidiana, voci multiple. 

  • Consapevolezza storico-letteraria: si avverte il riferimento ai classici e alle poetiche del Novecento, tanto nella produzione critica quanto nella poesia, in una modalità che non rinuncia alla tradizione ma la rilegge.

Nella presentazione di La distinzione, si legge “Guardatemi, scompaio”. Qui l’io poetico si rivolge all’altro (lettore o figura dell’ospedale) con consapevolezza della dissoluzione, della esposizione public­a del corpo e della voce. Questo verso sintetizza la dimensione della vulnerabilità e della testimonianza.
In aggiunta, l’uso di spazi “modesti” – la sala d’attesa, il bar, il social network – come ambienti di poesia indica una volontà di decentramento rispetto al “grande tema” e di valorizzazione del minimo come luogo di parola poetica. Policastro, infatti, non separa la poetica dall’attività critica. Il suo saggio L’ultima poesia. Scritture anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi (Mimesis, 2021) mostra il suo impegno a riflettere sulla poesia contemporanea, sulla mutazione dei generi e delle forme.
Questo duplice ruolo (poetessa/critica) le permette di offrire un’autocoscienza della poesia che scrive: non solo “fare versi”, ma “riflettere i versi”. Gilda Policastro offre un campo di indagine letteraria ricco e articolato: dalla riflessione critica sulla poesia, alla scrittura poetica che indaga il corpo, il quotidiano e la vulnerabilità; dalla sperimentazione formale alla presenza esplicita nel panorama culturale contemporaneo. 

Precari

Mamma tu lo sai
che a un idiota qualunque
se va a leggere su un palco
(li chiamano slam poetry)
gli danno quanto meno cento euro
(lo chiamano gettone di presenza)
e se lo vince ci può campare un mese,
certo senza pretese
Mamma mi ricordo quando non camminavi
papà a spingerti giù nel corridoio
overlook dice un poeta di oggi, come in Shining,
e tu battevi i piedi, invece,
come un bambino al mare
Mamma tu lo sai che oggi
se va bene mi rinnovano il contratto
ma devo sorridere, carina e ben vestita
(da ricercatrice a tempo, che hai capito da velina)
Mamma ti ricordi com’eri bella nelle foto
in cui ci somigliamo
(meno disoccupata tu,
meno gettone di presenza
una supplenza tre figli e
– lo leggevi Céline? – l’atroce
farsa del durare)
ma lo sai che adesso
puoi lavorare gratis, se ti dice male,
e un fidanzato a tempo lo rimedi:
precario oggi è come postmoderno ieri,
come il nero,
si mette dappertutto che non stona
Mamma tu nelle foto eri bella,
mentre ora che ci guardano le telecamere
ti prendi, magari, un’ombrellata
e se ne muori
almeno sai chi è stato
Mamma gli altri miei amici hanno le mamme
che sorridono, a volte, tutte vive
(le tue medicine impilate
più il potassio per ripristinare i liquidi),
e adesso, sì, ti porterei dove volevi andare,
in quel posto molto chic a San Lorenzo:
dieci euro e mangi una, due prese,
alla terza ti guardano male (lo chiamano happy hour),
e ti farei leggere quello che scrivo
quando dicevi
la dobbiamo far vedere non è normale,
o ti potrei presentare i fidanzati,
pure quel curdo di cui diresti non sia mai
Mamma ti vengo a prendere, alzati,
dai aria alla stanza e, soprattutto,
fatti trovare

Così poi forse divento brava

Legatemi la testa, non voglio morire
(nessun suicida vorrebbe mai)
Alternativa tra giù e le fiamme
rincorsa e oplà
imparare a stare al mondo
come si passa dalla pianta al vortice
dal cumulo alla sintassi
Verticalizza il dolore nella serie (elenco di farmaci,
a seguire)
ammorbidisci
(rilascia, incapsula, guarisci)
oppure dilacerato, a stacchi (incisioni soprapelle, che si vedano,
che ti facciano, poi, quelle domande,
collaterali, effetti: tutti)
offrilo ai vicini, compassione: condiviso come nei giorni buoni
scomponi i filamenti
(molecole, principi attivi, rifinitura)
La scorciatoia è ribellarti all’escussione
con l’attivismo della tana
ordina in piccole azioni lente precise
il tratto quotidiano dalla testa all’arto, uno:
il cinismo non guarisce nessuno
(dormi con un cane: ti sveglierai?)
Guardatemi, scompaio

*

Se mi chiedessero di piangere forte, per la scena di un
film, non saprei come fare:
tutti i ricordi che ho impacchettato sono già partiti patetici
non sono fatti per l’imprevisto, il dolore è un assalto
non una coltivazione o un pigiama party
ma vieni, prego, basta che hai un pungoletto o
almeno qualche sfiga, puoi entrare
Una volta avevo pensato di fondare un club per orfani,
con la tessera e tutto
per raccontarci com’era, oppure anche non raccontarci niente,
sapere soltanto che non eri solo (che diamine ma tutti e due,
con le facce sgranate come fosse dipeso da te, in qualche modo)
però poi ho avuto paura che lo confondessero col DSM
non volevo una cura
che quella è peggio del male, si mette lì col calendario
è un impegno bisettimanale, no, per carità, una tregua,
una via di fuga
quello spazio aperto nel muro del pianto: eccolo,
il club degli orfani
Ma di sicuro un depresso s’infiltrava. Me lo vedevo lì, ciondoloni
e poi magari dovevamo allestire un letto, una brandina
così che potesse fissare il soffitto e non alzarsi mai
e ci sarebbe crepato, lì dentro, mi ci mancava un altro funerale
Lo conoscevi
Eh sì
Oh mi dispiace
Ma no, dai, non importa
Come, non sei depressa?
E no, non tanto

*

Ti piace inventare
oppure riferire in modo preciso
magari invertendo le parti
Come i bambini introversi che,
ginocchia al pavimento,
si parlano sottovoce

Io, forse,
non sono nemmeno qui ad ascoltare