Educazione e scuola come beni comuni

 Il Limite / RANIERO REGNI / 197 

 Che cosa sono i beni comuni? In questa rubrica ne abbiamo parlato più volte. L’aria, l’acqua, i boschi, la salute, l’arte, il paesaggio, l’ambiente, ma anche la fiducia tra le persone e i popoli, così come anche internet, i software liberi, le reti comunicative, la qualità del dibattito pubblico, il senso civico di chi paga le tasse, e persino la pace. Sono beni che non possono essere classificati né come proprietà private, né come proprietà pubbliche, ovvero statali. In inglese vengono indicati con una parola sola Commons, e sono beni che hanno la caratteristica di essere “non escludibili”, ovvero nessuno ne può detenere la proprietà privata escludendo gli altri, e sono però anche beni “rivali”, nel senso che se il bene viene goduto da un certo individuo o gruppo di individui, questo si consumerà e non potrà essere utilizzato da nessun altro. Sono beni limitati, non infiniti, sono indispensabili ma fragili, minacciati da uno sfruttamento avido e unilaterale.

La nostra è stata definita l’età dei beni comuni i quali però sono esposti a quella che è stata definita dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso “la tragedia dei beni comuni”.  Facciamo un esempio. Secondo la migliore tradizione individualista, ogni individuo fa ciò che ritiene meglio per se stesso. Ad esempio, pesca il più possibile dei pesci in un laghetto. E farà questo anche quando tutti gli altri pescatori faranno altrettanto. E questo porterà all’esaurimento dei pesci e ad un danno per tutti. Se il gruppo riuscisse a coordinarsi, fissando un limite su quanti pesci pescare, il risultato sarebbe che nel lungo periodo ci sarebbero pesci sufficienti per tutti. È un problema di azione collettiva e di limiti. E come si pongono dei limiti? Attraverso la politica e l’educazione. Lasciare il management, la gestione dei beni comuni alla sola economia capitalistica produce fallimenti. Il mercato infatti non è capace di porre un limite. La razionalità economica non lo concepisce perché si pone sempre dalla parte del singolo attore economico, il quale si fa gli affari propri, ma la somma degli affari propri produce la distruzione, ad esempio, del bene comune ambiente.

Estendendo questa nozione di bene comune, possiamo dire che anche l’educazione e la scuola sono beni comuni. Nel senso che nessuno se ne deve appropriare a scapito degli altri, l’accesso dovrà essere universale e garantito dallo stato ma, a differenza degli altri, non debbono essere limitati ma aumentati. Infatti se guardiamo al presente e al futuro il tempo della vita trascorso ad apprendere è destinato ad aumentare continuamente.

Come ha scritto recentemente uno studioso francese, J. Attali, l’alternativa odierna appare sempre più drammatica: educazione, scuola o barbarie. Egli infatti in un suo saggio recente (Conoscenza o barbarie. Storia e futuro dell’educazione, Fazi 2025), prevede due scenari: uno, in cui il bisogno di educazione e di scuola aumenterà e non potrà essere soddisfatto, soprattutto dai paesi più poveri. Allora avremo la barbarie dell’ignoranza. Un declino delle democrazie e della civiltà, come è già successo nella storia del mondo. L‘altro scenario è quello della barbarie dell’artefatto, ovvero quello della trasmissione dei saperi e delle competenze tramite gli strumenti digitali. In questo secondo scenario, futuribile ma che è già qui, l’apprendimento viene visto come un esercizio solitario, come il consumo e il lavoro.  Questo contribuirebbe ad una crisi profonda, pre-politica del nostro stare assieme che è già evidente in molte società. Il rischio è quello di una privatizzazione dell’istruzione, in tutti i sensi (scuole private ma anche accesso privato, individuale al sapere attraverso la rete). La libertà, l’eguaglianza, la trasparenza democratiche, che rappresentano le qualità strutturali di una democrazia verrebbero messe in crisi dalle nuove oligarchie tecnocratiche che possiedo in nuovi media elettronici. Per il resto della popolazione ci sarebbero solo il consenso e il consumo. L’unico dovere dei cittadini diventerebbe quello di consumare. Tale previsione appare tutt’altro che lontana in un momento come quello che stiamo vivendo in cui il capitalismo, la democrazia e la pace, sembrano oramai divergere.

Questa minaccia riguarda sia le scuole pubbliche che quelle private (se ne è parlato in un convegno organizzato dalla “Fondazione Bonifacio VIII” presso la splendida sala Zuccari di Palazzo Giustiniani sotto l’auspicio del Senato della Repubblica, martedì scorso).

Quale dovrebbe essere allora il ruolo della scuola di fronte alla fabbrica dell’ignoranza? L’educazione dovrebbe renderci né scettici, né dogmatici, ma critici. Non dovremmo prestarci ad una resa cognitiva di fronte alla complessità, all’eccesso di informazione, al fatto che tutto è diventato too big to know, troppe informazioni per poter essere conosciute. Allora la tentazione di dire che niente è vero, la tentazione dello scettiscismo diventa grande E, ad esempio, i social sono il contesto ideale per le fake-news, per le false notizie. Un ambiente in cui la differenza tra fatti e opinioni che era fondamentale per il dibattito pubblico viene a cadere. In più, la velocità riduce l’attenzione, si calcola che il tempo dedicato sui social ai vari contenuti è passato da 12 a 8 secondi in media, negli ultimi anni. E questo porta a premiare non tanto le notizie vere ma quelle più popolari. Si finiscono così per avvalorare le opinioni a scapito dei fatti, generalizzando un sospetto autodistruttivo

L’atteggiamento opposto è anch’esso frutto della medesima dinamica. È il pensiero dogmatico chiuso, che possiede un’unica verità, ovvero il fondamentalismo in tutte le sue versioni. L’alternativa desiderabile è quella del pensiero critico, che concepisce la conoscenza come ipotesi sempre aperta a possibili revisioni, ad autocritiche, al ripensamento.

E’ questo genere di attitudine che dovrebbe rafforzare la scuola: più storia e più scienza contro la fabbrica dell’amnesia e dell’ignoranza.