Tony Harrison, nato a Leeds nel 1937, è una figura artistica sfaccettata e sfuggente, il cui eclettismo si manifesta in un impegno che attraversa poesia, teatro, cinema e giornalismo. La sua produzione poetica non si limita a un genere specifico, ma si configura come una tensione continua tra biografia e stile, inteso nel senso barthesiano di espressione corporea unica e irripetibile. Harrison incarna il poeta nella sua dimensione arcaica e totale, un aedo moderno capace di superare le specializzazioni che hanno frammentato la figura del poietés nei millenni, riducendolo a una voce marginale nel panorama culturale.
La sua opera non si accontenta di aderire ai confini canonici dei generi letterari, ma li attraversa con una tensione provocatoria e trasformativa. Anche quando si colloca entro forme riconosciute, il suo lavoro rimane un atto di ibridazione e di sfida. Il minimalismo e l’arte per l’arte, il lirismo privato e la denuncia pubblica si intrecciano in un discorso poetico che non perde mai di vista la sua vocazione totalizzante. L’attenzione alla biografia e alla corporeità si unisce alla consapevolezza della necessità di un’interazione con la storia e la società.
Pur potendo apparire come un autore figlio del postmoderno, Harrison si radica profondamente in una concezione classica dell’arte, intesa come operazione politica e come traduzione culturale. L’educazione classica, culminata in una tesi su Virgilio, emerge nella sua costante rilettura del presente attraverso il mito, nella sua tendenza a coniugare cronaca e leggenda, attualità e tradizione. Il suo lavoro si muove su un doppio binario: da un lato, l’intertestualità si manifesta come traduzione e rielaborazione di testi precedenti; dall’altro, il dialogo con il passato non si risolve in un esercizio estetico, ma diventa una strategia di critica sociale e politica.
Un elemento centrale della poetica di Harrison è il confronto con il “metodo mitico” eliotiano. La sua scrittura non accetta una visione riconciliata dell’intertestualità, ma la trasforma in un campo di tensione e conflitto. Il mito e la citazione diventano strumenti di denuncia, di sovversione, di riscoperta di voci marginali. La sua poesia si pone in dialogo costante con la sofferenza e l’emarginazione, esplorando il linguaggio come luogo di potere e come spazio di resistenza.
Un altro aspetto distintivo della sua opera è la performatività della parola. La poesia di Harrison non si limita alla dimensione scritta, ma aspira a una realizzazione orale e teatrale, una “mise en abyme” che fa della parola un atto incompiuto, sempre bisognoso di voce, corpo, respiro. La sua scrittura è un incessante gioco di traduzione e riuso, che trascende i confini tra testo originale e riscrittura, tra poesia e performance, tra letteratura e teatro.
Il polistilismo e la mescolanza di generi e registri caratterizzano tutta la sua produzione. L’alternanza di toni alti e bassi, di sublime e osceno, di lirico e polemico, non è mai fine a se stessa, ma risponde alla necessità di restituire complessità al reale e di inserirsi nel dibattito pubblico con un ruolo attivo e provocatorio. Harrison non è un poeta isolato nella torre d’avorio dell’intellettualismo, ma un autore che rivendica il ruolo della poesia nella trasformazione sociale.
Questo si riflette nella sua capacità di unire il privato e il politico, l’intimo e il collettivo. La sua poesia non esita a confrontarsi con il potere, come dimostra la sua irriverente polemica con la monarchia britannica, ma sa anche farsi tenera e vulnerabile nel raccontare il dolore personale, come nella toccante narrazione della malattia del figlio. La sua parola è sempre raddoppiata: scritta e orale, riflessiva e viscerale, politica e lirica. Una poesia che non si accontenta di essere letta, ma che vuole essere detta, urlata, incarnata.
Da Afrodite del Mar Nero e altre poesie
DIANA & ATTEONE
E tu, signore, sì, signore, tu che hai appena iniziato
a leggere questi versi sei, forse, un uomo segnato.
Non hai un po’ pensato che mentre hai la visione
di Atteone che s’intromette anche tu fai un’intrusione?
Forse troppo opulenta per gusti più decadenti
per bellezza meno corposa e fianchi macilenti,
Diana, disprezzata dagli intenditori di magrezza sparuta,
punisce chi se l’arruffianerebbe come una porno paffuta.
Atteone fissa il cranio del cervo, la pelle in filigrana
sopra la ninfa che asciuga lo stinco di Diana.
Il cranio del cervo posto in primo piano
sulla carne mortale immortalata da Tiziano,
magari ti induce a compatire il destino di Atteone
dopo aver lasciato la sicurezza di questo stanzone.
Su quelli che la carne di Diana fa sbavare
e scoprire troppo tardi le orbite del cranio del cervo
appariranno peli all’improvviso drizzati
e facce attonite se ne riempiranno come cervi condannati.
Ora che esci dalle porte a vetri della galleria
non è tuo il riflesso di quella testa con chincaglieria? (4)
Per amor di sopravvivenza all’uscita meglio stare
all’erta dai cagnacci che abbaiano in Trafalgar Square.
BRODWAY2
Un fiasco è quando il bouquet del debutto della diva
di molti giorni allo spettacolo stesso sopravviva.
REALISMO
Quello che accade, quando il teatro rifiuta il parlato
e l’attore si sforza di mostrarci che ha cacato,
è che, per quanto si sforzi, dal posto dove ronzo
non arriva la vista né l’odore di un solo stronzo.
VUOTI
Seduti a poppa del traghetto, mio figlio, mio Padre, e un [vuoto
dov’ero stato io fino al momento in cui feci queste foto.
Indossano cappelli di pelliccia che avevo portato da [Leningrado
nei giorni della Guerra Fredda prima della caduta del [Muro.
Quello di Papà, malgrado i compagni lo schernissero, era [molto portato.
Nella sua tribuna del Leeds United il cranio pelato
era tenuto al calduccio da un orso bruno siberiano.
Mia figlia ha ora il suo cappello, e Papà è morto da tempo.
Quello di mio figlio era di coniglio e ne aveva staccato
via la pelliccia a brani quando vedemmo Lo squalo.
Non ne ha avuto bisogno al chiuso del caldo reparto,
con le sue visioni da Prima Guerra del Golfo, da infarto.
Questa foto non è che una scena rubata di famiglia felice,
sole brillante di inverno newyorkese tra due docce di luce
che risplendono su loro e nel bel mezzo
le torri ancora inesplose del World Trade Center.






