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Sua “Altezza” il Ragno Nero, core de Roma, ”magnate n’ata mela” e il valore di un minuto.

Editoriale /PIERLUIGI PALMIERI/185

 Siamo sportivi e allora mi permetto di prendere sportivamente, ma con rispetto assoluto, la dipartita di Fabio Cudicini (20 ottobre 1935- 8 gennaio 2025). il portierone che suscitò la preoccupazione  dei tifosi dei vari club al suo arrivo, prima all’Udinese, poi alla Roma e infine al Milan, a causa della  sua altezza (191 cm). I canali e i siti dedicati di oggi permettono di accedere a notizie e filmati che danno informazioni, fin nei più piccoli dettagli, sulla vita, sportiva e non, degli ultimi acquisti della squadra del cuore (l’ho fatto anch’io per attingere i dati statistici che supportano questo editoriale). Così ogni tifoso può esprimere il suo personale parere e addirittura anticipare con le proprie scelte quelle dell’allenatore ( per poi, in caso di sconfitta, contestare il tecnico “reo” di non aver indovinato la formazione),  Ai tempi di Cudicini  la televisione in Italia era agli esordi (il secondo canale RAI iniziò a trasmettere nel 1961 e per il terzo si dovette attendere ancora diciotto anni)  e le immagini degli atleti, con annessi dati antropometrici, erano soprattutto diffuse attraverso le “figurine” Panini;  solo per i più famosi c’erano momenti di celebrità nei filmati della Settimana INCOM , proiettati nei Cinema prima dell’inizio del film in programmazione.

Ma a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, prima ancora di veder Cudicini all’opera tra i pali, i tifosi della Roma rimasero molto perplessi: “come farà a parare i tiri  rasoterra ‘sto Pennellone?” si domandavano.  Prima del suo avvento,  la statura dei migliori portieri di aggirava sul metro e ottanta. Al confronto con il mitico numero uno del Grande Torino Bacigalupo (176cm)  e da Sarti (178)  ai già “alti” Vieri e Mattrel (entrambi 183)  passando per  Albertosi (186) fino all’altro mito Dino Zoff (182) i suoi oltre centonovantuno centimetri sballavano la media.

 Ma la preoccupazione  dei tifosi  scemò ben presto e quando  la porta della Roma prima e dl Milan dopo, restò  sempre più spesso inviolata Fabio passò da Pennellone a Ragno Nero , lo stesso appellativo di cui si fregiava il suo coevo ,Lev Jašin  come lui di altezza superiore alla media (189) , ma più anziano,  proclamato nel 2020 dal prestigioso settimanale France Football   “Migliore Portiere della Storia” . I due avevano in comune il colore “nero” della divisa che indossavano in campo e la capacità di tessere, una sorta di tela di ragno. che magicamente impediva alla palla a spicchi di entrare in porta. Di lì il titolo di Ragno Nero sia per Cudicini che per  il russo Jašin, il quale.  rispetto al nostro, vantava in più, e meritatamente, anche quello di Pantera Nera. Mi piace ricordare che, in Abruzzo nel nostro piccolo, e nel mio in particolare, abbiamo avuto uno Jašin: chiamavamo così il nostro portierone, Gianni Di Rienzo, che  come il russo era  “pararigori” ( in un Campionato di Eccellenza riuscì a parare ben cinque calci dal dischetto!, ne sono testimone,  e tengo a sottolineare  di averli “procurati” quasi tutti io !).

   Ai giorni nostri il problema dei portieri è evidentemente quello opposto. Bacigalupo e Zoff  avrebbero dovuto  cambiare mestiere  di fronte, non tanto ai 185 cetimetri di Carlo, figlio del Ragno Nero, ma  ai 196 centimetri di Donnarumma erede di Buffon (192), ai 194 di Vicario e  Provedel, ai 191 di Carnesecchi e Montipò,  ai 190 di Svilar e Meret, per non parlare dei 202 centimetri del serbo del Torino Milinković-Savić, aspirante Ragno Nero (nella foto),

Fabio Cudicini ci ha lasciato  tre giorni fa, mentre “camminava” i 90 anni e ci ha offerto l’occasione di ricordare la sua carriera (tra l’altro  è suo il record di imbattibilità allo Stadio “Meazza” di San Siro a Milano con 1132 minuti). Ora però mi piace ricordare un aneddoto in cui è coinvolto  il  Ragno nero,   che le cronache dell’epoca (1966) non hanno  riportato (e come avrebbero potuto?!): era in corso il “Derby del Sud”, Napoli – Roma al quale, giovane romanista fui ammesso  dal gruppo di tifosi napoletani amici di mio cugino Antonio, in via del tutto eccezionale e come vedremo con “il rospo in corpo”, nel settore “distinti”  ( molto vicino alla Curva Nord) dello Stadio San Paolo.  Più tollerato di me mio fratello Eliseo (interista quindi considerato neutrale);  le due squadre si stavano fronteggiando, a viso aperto, con una leggera prevalenza delle azioni di attacco da parte del Napoli. Era l’epoca di Sivori, Altafini, Iuliano e del guizzante Juan Carlos Tacchi, ma il Ragno Nero,  con la sua “tela”,  aveva sbarrato la porta giallorossa per oltre ottanta minuti, coadiuvato dal suo capitano Giacomino Losi, che nonostante la sua statura (168cm) stava “giganteggiando”  davanti a lui  in difesa dell’area di rigore.  Canè. la sgusciante ala destra del Napoli, aveva più volte provato a superarlo in dribbling,, ma invano. Mancano pochissimi minuti alla fine del match ,  quando il neretto riceve la palla e si porta sulla linea di fondo, effettua un cross che. molto probabilmente, sarebbe stato facile preda di Cudicini. Ma  Losi, che, con una delle sue classiche spaccate, prova a deviare la palla in calcio d’angolo,  ma spiazza il suo portierone e è uno a zero per il Napoli.. Gooool!, urla lo Stadio, mentre Giacomino Losi, che  era stato ribattezzato dai tifosi della Roma   “er core de Roma”, si dispera:  Cudicini lo avvolge in un abbraccio consolatorio  e lui  quasi scompare tra le sue braccia, In quel momento gli amici di Antonio mi assalgono con un corale “MAGNATE N’ATA MELA!!”. Il caso volle che al momento del tiro di Cané io stessi mordicchiando una mela, residuo del pranzo al sacco che avevamo consumato durante l’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Il  perfetto sincronismo con cui .tutti i tifosi del gruppo sbottarono  verso “l’avversario” giallorosso,  che per quasi un’ora e mezza avevano sopportato, mi sbalordì e mi induce, ancora oggi, a pensare ad un’intesa perfetta  che, in un lampo, spinse  i napoletani a pronunciare all’unisono quel “magnate n’ata mela”. ço sfottò  condensa tifo, scaramanzia, auspicio di un secondo gol del Napoli e perfino riferimenti “biblici”: il romanista, novello Adamo, morde la mela e si gioca il paradiso!!!!.

Il Ragno Nero,  mi ha offerto anche questo simpatico amarcord, ma non basta: voglio concludere questo editoriale con un’ulteriore riflessione;

Da venerdì  è in corso la prima giornata del girone di ritorno del Campionato di Serie A, prima dell’inizio di ogni partita giocatori e arbitri, schierati sul Cerchio di Centro Campo rispettano un minuto di silenzio in ricordo di Fabio Cudicini. Non è una semplice formalità perché dai primi piani dei volti di molti di loro si evince un cordoglio sentito, gli occhi inumiditi evidenziano una  sincera commozione,

Per sessanta secondi, ne sono certo, dalle menti degli atleti scompaiono schemi tattici e preoccupazioni per il risultato della gara;  il pensiero va a quello, uno di loro, che è volato in cielo: lui ha sudato come loro e come loro ha gioito e sofferto;  ha lasciato in eredità un patrimonio da salvaguardare e rispettare. Si  il rispetto  in quel  minuto riafferma il suo primato.

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