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MINIERE AURIFERE: BILANCIO E PREVISIONI (parte prima)

Valore & Valori 165

di Mario Travaglini

 Sull’oro, che è destinato a raggiungere nuovi massimi storici, mi sono soffermato diverse volte ed in tutte le occasioni ho fatto capire che lo ritengo un notevole equilibratore di portafogli che dall’investimento vogliono trarre profitto e sicurezza insieme.

Recentemente ha raggiunto una grande popolarità tanto da diventare un asset classico e non solo un rifugio perché  piace sia ai governi che agli investitori, soprattutto per gli Etf. Tuttavia c’è un metodo alternativo per esporre i portafogli all’oro  ed è quello che punta sulle azioni delle società che lo estraggono. Titoli che di solito sono posti in secondo piano rispetto all’investimento diretto nel metallo giallo, per questo vale la pena indagare le potenzialità di tale asset class in una fase come l’attuale in cui l’oro è tornato sopra quota 2.400 dollari. Per capire il presente diamo una rapida occhiata allo specchietto retrovisore. Nel 2023, la performance dei titoli minerari a base aurifera è stata deludente, nonostante i nuovi record storici raggiunti dal prezzo di borsa dalla primavera del 2024. E’ da notare che nell’aprile 2024, l’indice NYSE Arca Gold BUGS (HUI) veniva scambiato  a un prezzo di 397 dollari, ossia al 60 % in meno rispetto al prezzo del  settembre 2011 di 635 dollari. In altre parole,  il periodo di sottoperformance del settore minerario aurifero rispetto all’oro iniziato nel 2008 continua ancora ai giorni nostri. Come uscire allora a dipanare la matassa di questo settore estremamente difficile da manovrare? Il primo e fondamentale punto è non sbagliare strategia di gestione. Proviamo a capirne qualcosa in più. Occorre innanzitutto sapere che l’estrazione dell’oro non è un comparto la cui valutazione aumenta regolarmente nel tempo; è esattamente il contrario perché mercati rialzisti violenti e brevi seguono mercati ribassisti violenti e più o meno lunghi. In pratica accade che i lunghi periodi di calo dei prezzi costringono il settore a massicce ristrutturazioni e le aziende sopravvissute diventano particolarmente efficienti. È al termine di questi consolidamenti che dovremo prendere posizione su questo settore, che presenta quindi un profilo rendimento/rischio molto asimmetrico.

La risposta alla nostra domanda è quindi ovvia: i titoli azionari delle miniere aurifere, come i tracker, non sono beni in custodia per i quali sarebbe efficace applicare una gestione passiva, attraverso pagamenti regolari. Al contrario, il settore minerario deve essere gestito molto attivamente: occorre, in sostanza,  prendere posizione attraverso un unico investimento e, quando arriva il momento, bisogna vendere per monetizzare il valore aggiunto. Se menziono questo punto è perché quest’anno è stato individuato un nuovo strumento volto a sfruttare appieno il potenziale di performance delle società minerarie attraverso una strategia attiva. Prima di presentarvelo, vorrei prendermi qualche istante per rispondere a una domanda centrale: perché il settore dell’estrazione dell’oro è soggetto a  variazioni rialziste e ribassiste di entità molto superiore alla media? Presto detto: perché l’evoluzione del prezzo di un titolo minerario dipende poco dai fondamentali della società in questione, ma molto dai fondamentali del settore nel suo complesso. Questo significa che il comparto minerario si distingue dal resto del mercato azionario, tanto che qualcuno, dopo essersi preso la briga di studiare il fenomeno, è arrivato alla conclusione che il peso  dei fondamentali incide appena per il 20% mentre quello  inerente all’intero settore almeno per l’80%.  Detto questo, passiamo a vedere perché il rapporto tra il settore dell’estrazione  e quello del prezzo dell’oro in borsa è instabile; per alcuni lo è perché il prezzo quotato in borsa non è un indicatore sufficientemente affidabile per misurare e giustificare l’evoluzione dei prezzi di produzione. In effetti  questi tendono ad aumentare insieme al prezzo dell’oro, impedendo così che l’accresciuto valore del metallo venga interamente convertito in profitti. Ma la relazione può essere spiegata in altri modi, forse più convincenti. Posto che una parte dei costi, come abbiamo già visto, è direttamente legata al prezzo dell’oro, occorre prendere in considerazione almeno altri fattori, ossia :

  • le varie royalties e le tasse sulla produzione legate al luogo di ubicazione delle miniere;

  • quando il prezzo dell’oro è più alto, i proprietari sono incoraggiati a riaprire siti più costosi ed estrarre parti meno redditizie dai giacimenti.

  • l’anomalia rappresentata dal rapporto stock/flussi dell’oro, molto elevato rispetto alle altre materie prime;

  • il fatto che i cicli azionari minerari sono fortemente influenzati dai cambiamenti nella struttura monetaria.

Molto bene, ma come spiegare il restante 20%, che sono fattori inerenti non al settore minerario, ma a ciascuna azienda? È proprio di questo che vi parlerò nel mio prossimo articolo, unendo anche dettagli su qualche Etf in rampa di lancio.

(segue nel prossimo numero di Centralmente– La Rivista)

Nota Redazionale:

Con tutti i colleghi della redazione siamo  vicini  a  Raniero Regni per la perdita della cara Mamma e partecipiamo al cordoglio della sua famiglia 

 

 

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