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Finitudine umana e bisogno di immortalità

 Il Limite /165

di Raniero Regni    

 

LUTTO IN REDAZIONE

 Qui di seguito pubblichiamo l’articolo di Raniero Regni per il numero 165 della Rivista di Centralmente che sorprenderà i lettori per la sua  attualità.  Il pezzo era stato completato  quando, nella serata di venerdì il nostro autore ha perso la sua affezionatissima anziana madre. La perdita è molto grave, ma Raniero ha nobilitato  con un arguto e ironico Post Sciptum. Il   pezzo, in cui tratta, con la sua usuale profondità,  il tema della ineluttabilità della morte tra ragione e fede. Ci piace sottolineare che sullo stesso tema nella sezione Letteratura, proprio in questo numero  della Rivista,  il nostro Roberto Puzzu ha scelto  di  recensire “Stelle tardive” del   russo Arsenij Tarkovskij, selezionando due stimolati poesie a cui ci permettiamo di rimandare chi ci legge. Un’affinità che, ovviamente, ci inorgoglisce.

Con tutta la redazione di Centralmente, manifestiamo a  Raniero Regni  la nostra amicale vicinanza e  partecipiamo sentitamente al cordoglio della famiglia per la scomparsa della Signora Emma..

PLP

 

La vita è una tragedia per coloro che la sentono e una commedia per coloro che la pensano

H. Walpole

Io credo, Signore soccorri la mia incredulità!

Vangelo di Marco

Sembrerà un argomento poco vacanziero ma, come diceva Camus, si scopre di solito l’assurdo proprio quando si vuole scrivere un manuale sulla felicità. Infatti, sempre secondo il filosofo e scrittore francese, l’assurdo nasce dal contrasto tra la nostra vocazione alla felicità e la presenza della morte e del dolore. È proprio quando si è in vacanza e non si vorrebbe pensare a niente se non a divertirsi che la scomparsa di qualche amico o la presenza della sofferenza ci appare più tristemente ingiusta.

Gli esseri umani, quelli che i Greci chiamavano, quasi per ricordarselo costantemente, “i mortali”, sanno della loro finitudine. Sanno che la loro esistenza ha un limite invalicabile. Come diceva Montaigne, muore il re muore il contadino, tutti alla stessa maniera, in quella scelta che non ammette scelta. Tutti assomigliamo, secondo Pascal, a dei condannati a morte che assistono alla esecuzione degli altri fino a che non tocca a loro.

Eppure nell’essere umano esiste un anelito indistruttibile alla immortalità. Ogni essere, diceva Spinoza, il triste filosofo di origine portoghese che visse in esilio in Olanda e venne cacciato anche dalla sua comunità religiosa, che ogni cosa, in quanto esiste, in sé, si sforza di perdurare nel suo essere. L’essenza dell’essere umano è quella di voler durare, di voler permanere nel proprio stato di vita. L’essenza dell’umano è nel non voler morire. E, personalità più generose come quella di A. Capitini non sopportavano che nessun essere, neanche il più umile, scomparisse nel nulla, credendo fermamente  nella compresenza dei morti e dei viventi nell’abbraccio Tu-Tutti.

Dalla tensione essenziale tra l’anelito di immortalità e la finitudine che nasce, secondo il filosofo basco-spagnolo Miguel de Unamuno, il sentimento tragico della vita. La vita è una tragedia perché è una perenne lotta senza vittoria né speranza, una contraddizione continua.

Sembra oramai certo che anche l’uomo di Neanderthal seppellisse i morti e che le case dei morti siano state le prime dimore stabili di un essere nomade. Questo indica una tendenza profonda di quello che è stato definito il mammifero verticale, il mammifero bipede, che ha sollevato il capo sin dalle sue origini verso il cielo. Ogni religione trae origine molto probabilmente dal culto dei morti, ovvero dal culto dell’immortalità.  Una contraddizione essenziale, una tensione tragica che attraversa il nostro essere e la nostra sensibilità, che attraversa tutta la filosofia occidentale, anche solo per restare nella nostra parte di mondo, sin dalle sue origini. Fede e ragione, vita e pensiero, cuore e mente, conoscenza ed esistenza, religione e filosofia, si contendono senza fine e senza tregua il nostro essere. La scienza che nega l’immortalità e finisce nel nulla, la religione che cerca di soddisfare il nostro bisogno di immortalità e porta delle prove, chiamando proprio la ragione a testimone, senza riuscirci mai in maniera definitiva. Da una parte la vita che appare a tanti come un lampo tra due eternità di tenebre e dall’altra un senso che non vince mai sul non senso. Tutto ciò che è razionale è spesso antivitale, e tutto ciò che è vitale appare spesso irrazionale. Ecco il sentimento tragico. Se so che muoio del tutto, allora è la disperazione irrimediabile. Se non muoio del tutto, allora è la rassegnazione. Se non posso sapere né l’una né l’altra cosa allora è la rassegnazione nella disperazione. Fame e sete di immortalità e impossibilità di dimostrarlo.  Ciò che spiega, la ragione, non ha il potere di consolare, come lo ha invece la fede. Il cuore chiede il tutto eterno, la ragione indica il nulla. Platone, nel suo dialogo sull’immortalità dell’anima dice, “bello il rischio se la speranza è grande”. La speranza di immortalità fa apparire il rischio attraente. Ma la domanda resta: che cos’è l’immortalità dello spirito?

P.S. Poche ore dopo aver scritto queste note, la morte ha bussato alla porta della nostra casa ed ha chiesto la vita di mia madre che se ne è andata, prematuramente, all’età di 96 anni

 

 

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