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Camminare. Sulle tracce del Santo protettore dell’ecologia

  • Il Limite / 72

Camminare. Sulle tracce del Santo protettore dell’ecologia

 di Raniero Regni 

Camminare. Siamo gli unici mammiferi che si muovono su due gambe, tutti gli altri stanno su quattro zampe. Siamo bipedi marciatori, per cui il camminare ci è naturale come il respirare. Le gambe non dovrebbero servire per starci seduti sopra, ma più spesso la nostra postura è quella dello stare seduti in macchina o al tavolo da lavoro. Non solo siamo diventati sedentari, da nomadi che eravamo, da diecimila anni, da quando è stata inventata l’agricoltura, ma siamo diventati seduti da quando il lavoro si è fatto sempre più astratto e legato ai simboli.

Da quel momento camminare è diventato un obbligo igienico e un consiglio di benessere. Allora si cammina per tenersi in forma, qualcuno corre sperando che la vecchiaia non lo raggiunga. Oggi ci si sposta molto ma il viaggio è diventato più raro. Molti sono i turisti ma pochi i viaggiatori, molti sono i turisti ma pochi i pellegrini che si spostano a piedi.

Il viaggio è sempre alla ricerca di un paesaggio che ci suggestiona e ci attrae. Ma il tipo di paesaggio che visitiamo dipende dal mezzo che usiamo: “il mezzo è il paesaggio”. Se viaggiamo in automobile o con un treno, il paesaggio schizza via e non abbiamo quasi il tempo di afferrarlo. Se corriamo in motocicletta e persino in bicicletta siamo troppo concentrati per apprezzare a fondo il paesaggio. Il mezzo migliore per muoversi e assorbire il mondo è il camminare. Usando quello che dalle nostre parti lo si chiama ancora “il cavallo di S. Francesco”, ovvero le gambe. Certo un pedone si muove alla velocità di sei chilometri all’ora ma è a quella velocità che il nostro corpo e i nostri sensi assorbono al massimo il paesaggio. E’ a quella velocità o, meglio, lentezza che possiamo apprezzarne le sfumature.

Faccio queste considerazioni perché sono reduce da un breve cammino di una giornata, quello della Via francescana che unisce Assisi alla mia città, Gubbio. Per chi è nato cresciuto nel cuore dell’Umbria, S. Francesco è una presenza familiare, quotidiana. Per chi abita vicino al luogo in cui si dice abbia ammansito il lupo o vicino alla magnifica chiesa edificata sul luogo in cui sembra abbia vestito il primo saio, dopo essersi spogliato di ogni avere di fronte al padre, S. Francesco non è un santo come gli altri.

Chi scrive, in aggiunta a questa familiarità legata al paesaggio natale e alla storia del proprio luogo d’origine, aggiunge un particolare. Tanti anni fa, appena laureato, lessi le Fonti francescane per poter lavorare ad un documentario sulla vita del santo di cui ricorreva il centenario della nascita (era il 1981 e S. Francesco è nato tra il 1181 e il 1182).

Da quel momento lo studio di quella figura potente è sempre stato un argomento di grande attrazione. Un piccolo uomo capace di provocare una grande rivoluzione spirituale e culturale. L’Alter Christus, come venne chiamato, ebbe un impatto così potente sulla società medievale tanto da poter fondare un’altra chiesa e diventare un nuovo profeta.

Un santo che sceglie l’umiltà e l’obbedienza, e soprattutto l’altissima povertà. Che rifiuta in maniera radicale ogni potere e ogni possesso. Una figura grandiosa che ha fondato la lingua italiana con il suo Cantico delle creature e che ha insegnato a Giotto a dipingere il mondo con piante ed animali innescando la rivoluzione umanistico-rinascimentale. Un santo amato, molto amato anche al di fuori della tradizione Cattolica e Cristiana. Un santo che ha amato e cantato il creato e tutti gli esseri viventi. Un santo che parlava con gli animali e che è andato ad incontrare il Sultano d’Egitto mentre è in corso una crociata. Una figura gigantesca eppure così vicina. Un maestro spiritale ancora assolutamente necessario, che può parlare ancora, tanto è vero che è stato designato come il santo protettore dell’ecologia, il santo che ama gli animali e tutto ciò che vive.

Ripercorrendo la strada percorsa da Francesco che fugge dalla sua città natale e dal suo passato per abbracciare una nuova e grandiosa impresa, non quella di diventare cavaliere come sognava da ragazzo, ma quella di diventare uno dei maestri dell’umanità.  E’ stato detto che “il camminare è una forma di preghiera che anche i laici condividono”. Camminando tra Assisi e Gubbio, è a questo che ci fa pensare il paesaggio umbro, tra il verde dei boschi e l’azzurro del cielo e una luce che piove dall’alto. E non mi sarei stupito più di tanto di vedere sbucare San Francesco in carne ed ossa, magari assieme ai suoi compagni, alla svolta di un sentiero. Non ci si sarebbe stupiti nel vedere il suo sorriso interiore brillare per il fatto, come dicevano i suoi seguaci, che “nihil habentes, omnia possidentes”, non abbiamo nulla e possediamo tutto. Il contrario della nostra civiltà senza limiti che possiede tutto e rischia di non avere nulla.

 

 

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