FILM E LETTERATURA, RACCONTARE STORIE PER SALVARE IL MONDO

 Il Limite / RANIERO REGNI / 182

Se fosse un paese, l’industria globale del cemento sarebbe il terzo maggior emettitore di CO2 dopo USA e Cina

World Economic Forum: [1]

  Secondo uno dei massimi studiosi della mente umana e uno dei più grandi psicopedagogisti di tutti i tempi, J. Bruner, sembra che esistano due dimensioni del pensiero, che diventano poi anche due dimensioni della cultura umana: il pensiero paradigmatico e il pensiero narrativo. Il primo è il modo di ragionare tipico della scienza che produce argomentazioni e verità suscettibili di verifica, ragionamenti logico-formali come succede in matematica. Il suo linguaggio è regolato dai requisiti della coerenza e della contraddizione. Esso produce buone teorie, analisi rigorose, argomentazioni corrette, scoperte empiriche. Il pensiero paradigmatico affronta soprattutto quei problemi che possono essere formulati chiaramente e che di solito hanno una soluzione unica, e che si basano sulla procedura “se > allora, se X allora Y”.

Ma questo tipo di pensiero non è l’unico e forse neanche il principale. L’essere umano possiede un’altra dimensione della mente, che è quella che produce il pensiero narrativo. Quest’ultimo si basa sulla verisimiglianza, su fatti e teorie che sono non suscettibili di verifica; si occupa delle intenzioni e delle azioni proprie dell’essere umano o a lui affini. Questo tipo di pensiero produce buoni racconti, drammi avvincenti, quadri storici credibili. Nelle opere di narrativa si vede il mondo attraverso il filtro dei personaggi, i quali vivono una pluralità di prospettive. I problemi che il pensiero narrativo affronta sono quelli che gli umani incontrano spesso nella loro vita, ovvero problemi che non possono essere formulati chiaramente e che non hanno una soluzione unica. Anche il pensiero narrativo, come quello scientifico, spiega il mondo ma lo fa raccontando una storia. Senza storie, interi ambiti del nostro mondo, come il senso della vita, rimarrebbero desolatamente vuoti e non potrebbero essere mai colmati dalle spiegazioni scientifiche.

Proviamo ad applicare queste due dimensioni della mente all’argomento che ci sta a cuore in questa rubrica, ovvero quello ambientale. La scienza si è pronunciata in modo abbastanza univoco ed è chiara. L’azione umana, soprattutto attraverso la combustione dei combustibili fossili, carbone e petrolio, ha provocato il riscaldamento globale degli ultimi due secoli. Se prima della rivoluzione industriale la concentrazione di CO2 nell’atmosfera era di 280 ppm, nel 2016 aveva superato i 4000 ppm persino al Polo Sud. È vero che ci sono state epoche in cui tale concentrazione era stata raggiunta nell’atmosfera ma questo si verificava quattro milioni di anni fa. Allora quello che dovremmo fare è ridurre il CO2, cambiando il nostro modo di produrre e di consumare, di vivere e di pensare. Eppure non lo stiamo facendo. La spiegazione scientifica che parla attraverso il pensiero paradigmatico, che parla alla mente il linguaggio della razionalità scientifica non è capace di convincerci. Le evidenze scientifiche forse da sole non bastano. Come sembrano non bastare le catastrofi ambientali. Assieme a queste è necessario mettere in moto il pensiero narrativo. Ci vogliono, film, romanzi, storie avvincenti che mettano in moto la nostra empatia con un pianeta che soffre, con altri esseri umani e con altri esseri viventi messi in pericolo dal riscaldamento globale e dall’inquinamento. Storie capaci di toccarci e smuovere i nostri sentimenti migliori. Come ha scritto una grande studiosa, forse la letteratura ci salverà dell’estinzione.

Immagine da “Finché c’è prosecco c’è speranza

Mi vengono in mente queste considerazioni pensando al fatto che, in tutti i film e in tutti romanzi, che si tratti di fatti veri o di finzioni letterarie, chi incarna l’eroe positivo, il buono della situazione, è di solito l’ecologista impegnato per difendere la salute delle persone e dell’ambiente. L’antagonista, il cattivo, è di solito l’imprenditore avido e senza scrupoli che, in nome del profitto e del realismo economico, distrugge l’ambiente e semina malattie e morte tra i suoi stessi concittadini.

Ne è un esempio la storia raccontata in un film di qualche anno fa, che mi è capitato di vedere  giorni fa in televisione. Il film è Finché c’è prosecco c’è speranza (v. immagine della locandina in evidenza) e racconta di un commissario alle prese con una serie di morti misteriose sullo sfondo delle colline del Cartizze, dove si produce il prosecco più prezioso, minacciate però da un cementificio che semina polveri e veleni, che fanno male alle viti e alle vite, intese le prime come piante e le seconde come persone. I film è a lieto fine, per gli umani e per l’ambiente. Il paese viene liberato da un’attività industriale insalubre che non è compatibile né con la storia, né con la cultura, né con la coltura del vino. Una situazione che mi ricorda qualcosa. Però, perché nella realtà accade il contrario? Perché le ragioni dell’ambiente e della salute delle persone non vengono messe al primo posto?

[1] https://www.weforum.org/stories/2024/09/cement-production-sustainable-concrete-co2-emissions/