Home La Rivista Il crollo dell’argento spaventa solo chi non sa gestire il rischio.

Il crollo dell’argento spaventa solo chi non sa gestire il rischio.

Valore&Valori /MARIO TRAVAGLINI / 236

  Da diverse settimane alcuni amici che seguono questa rubrica mi hanno  spesso punzecchiato sul fatto che le quotazioni dei metalli preziosi abbiano toccato record storici contrariamente a quanto avevo preconizzato quasi un mese fa. Poi è arrivato venerdì 30 gennaio. Dopo il tracollo dell’argento, improvvisamente, silenzio. Tutto questo non mi stupisce, È una dinamica vecchia e ricorrente: quando i prezzi salgono senza sosta, tutti si sentono infallibili; quando arrivano le correzioni violente, nessuno ha più voglia di discutere. Eppure continuo a ripetere sempre lo stesso concetto, forse il meno affascinante ma il più importante: guadagnare meno ma guadagnare. Prendere profitto, ridurre l’esposizione, accettare che nessun mercato salga all’infinito.

È una regola semplice, ma è quella che viene violata più spesso. Significa ridurre i rischi che in borsa sono sempre dietro l’angolo.

Quello che è accaduto sull’argento non è stato un normale ribasso. È stato un evento tecnico-finanziario di proporzioni eccezionali.

Nel pomeriggio-sera del 30 gennaio 2026 il prezzo dell’argento ha perso circa il 37% in poche ore.  Per chi era investito a leva i dolori sono stati ancora più lancinanti perché moltiplicati per due, per tre o anche fino a sette volte. Una caduta quasi senza precedenti per un metallo prezioso, storicamente molto meno volatile rispetto alle criptovalute o ai titoli tecnologici.

Non perché l’economia mondiale sia improvvisamente entrata in recessione. Non perché sia emersa una nuova tecnologia che renda inutile l’argento. Non perché siano state scoperte enormi miniere pronte a inondare il mercato. Il detonatore è stato il funzionamento stesso del mercato dei .derivati.

La gran parte degli scambi avviene infatti sui contratti futures, non sull’argento fisico. In questo mercato gli operatori devono depositare un capitale di garanzia, il cosiddetto “margine”. Se il prezzo si muove contro di loro, la borsa può chiedere di aumentare rapidamente questo margine.

Venerdì è successo qualcosa di straordinario: il mercato dei futures gestito dal CME Group (1)ha aumentato i requisiti di garanzia 21 volte in 24 ore.

Il meccanismo è stato micidiale:

  • una prima discesa dei prezzi ha fatto scattare l’aumento dei margini;

  • chi era fortemente indebitato non è riuscito a versare nuovi fondi;

  • le piattaforme hanno chiuso automaticamente le posizioni, vendendo;

  • le vendite hanno fatto scendere ancora di più il prezzo;

  • nuovi aumenti di margine, nuove liquidazioni forzate.

Si è creata una spirale autoalimentata. Una valanga.

Molti piccoli investitori che avevano utilizzato leva finanziaria si sono ritrovati azzerati anche con ribassi apparentemente “modesti” del 15-20%, perché la leva moltiplica sia i guadagni sia le perdite. Ma il problema non ha colpito solo gli investitori “fai da te” o i trader da tastiera ma anche i fondi e gli operatori istituzionali che sono stati travolti per via delle ingenti masse monetarie investite..

I numeri danno la misura del panico:

  • circa 50 miliardi di dollari di contratti sull’argento scambiati in un solo giorno;

  • volumi record sull’ETF più popolare sull’argento, multipli rispetto alla media storica.

Quando in contemporanea vengono venduti anche oro e argento – normalmente considerati beni rifugio – non significa che il mondo abbia improvvisamente perso fiducia nei metalli preziosi. Significa qualcosa di molto più banale e molto più grave: gli operatori vendono ciò che possono vendere subito per recuperare liquidità e restare in piedi.

In questo clima si è diffusa anche la notizia del fallimento di una banca regionale di Chicago, la Metropole Bank & Trust, finita sotto tutela delle autorità. Non è chiaro se fosse direttamente esposta sull’argento, ma è plausibile che avesse finanziato soggetti coinvolti nelle operazioni poi saltate.

La Banca Centrale americana è dovuta intervenire immettendo liquidità nel sistema, per evitare che qualche grande intermediario finisse in una crisi stile Lehman Brothers. Qualcuno ha provato a collegare il tutto alla nomina di Kevin Warsh e all’ipotesi di una futura politica monetaria più severa. Ma si tratta di un falso bersaglio: il mercato scontava già da settimane questo scenario. Il vero detonatore è stato il meccanismo dei margini.

     Ed è importante chiarire un punto: l’argento fisico non è diventato improvvisamente abbondante. Le scorte restano limitate. La domanda industriale e quella di investimento restano elevate. Allo stesso tempo, le banche centrali di molti Paesi continuano ad accumulare oro e a ridurre gradualmente la dipendenza dal dollaro. La tendenza di fondo alla diversificazione monetaria non è cambiata di una virgola.

In sintesi: non è stato un crollo “economico”.
È stato un crollo tecnico, figlio di un eccesso di leva finanziaria e di un sistema che, sotto stress, ha moltiplicato gli effetti invece di attenuarli.   La lezione, però, è sempre la stessa: quando tutti sono convinti che un asset possa solo salire, il rischio è massimo. Quindi quando si investe con denaro preso in prestito, il rischio diventa esplosivo.

Cari amici, i mercati non puniscono chi sbaglia previsione. Puniscono chi non sa gestire il rischio.Ed è una differenza enorme.

(1) Il CME è il più grande mercato al mondo di opzioni e contratti futures su diversi strumenti finanziari, quali azioni, valute, materie prime e tassi di interesse ed è regolamentato dalla Commodity Futures Trading Commission, che è l’organo di sovrintendenza di tutte le materie prime e dei contratti futures negli USA. L’organo di regolamentazione sorveglia broker e trader, assicurando sulle negoziazioni dei derivati e vigilando in merito alla manipolazione dei prezzi e ad altri abusi. Tra l’altro, regola anche il trading delle criptovalute.

 FOTO in Evidenza Attribuzione  Alchimista-HP (parlare) (www.pse-mendelejew.de), CC BY-SA 3.0 DE, via Wikimedia Commons

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