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I BAMBINI SONO OVUNQUE NOSTRI.

 Il Limite / RANIERO REGNI / 236

 

 Recentemente un leader di una nazione europea ha affermato che i nostri paesi sono ancora una dei posti migliori dove nascere. Le recenti vicende dei bambini della “famiglia nel bosco” non sembrerebbero confermare la verità di questa affermazione. Eppure la condizione dei bambini e delle bambine nei recenti conflitti nella striscia di Gaza, oppure nella guerra in Ucraina, mostrano una condizione dell’infanzia davvero terribile. Neonati morti di freddo o piccoli degenti in ospedale colpiti dalle bombe dimostrano come i nostri neonati assistiti al meglio dai genitori e dalle cuore mediche sono nati davvero in uno dei posti tutto sommato migliori dove venire al mondo.

Ma c’è una scena che ha fatto il giro del mondo, mostrando tra l’altro come i video virali possono avere talvolta una funzione positiva, ed è quella del piccolo di cinque anni fermato dall’ICE durante le sue azioni anti immigrazione illegale nella città di Minneapolis. Il piccolo, si dice usato come esca per arrestare i genitori, è stato poi rilasciato ma non prima di aver trascorso diversi giorni in un centro di detenzione a migliaia di chilometri da casa sua. Come è possibile che questa accada negli USA? Che non sono un paese in guerra, ma sono il paese più ricco e potente del mondo?

Quel bimbo con il suo zainetto, del tutto smile a quello dei nostri figli e nipoti, che ogni mattina prepariamo prima di accompagnarli alla scuola dell’infanzia. Quel bimbo, con il suo cappellino che riproduce un personaggio dei cartoni, a cui sembra che fosse particolarmente affezionato, come lo sono i bambini con gli oggetti che portano da casa e che rappresentano un pezzo del mondo familiare. “Oggetti transizionali” li ha chiamati la psicoanalisi infantile, perché fanno parte del mondo esteriore ma sono parte anche del mondo interiore, li aiutano a separarsi dai genitori, a rassicurarli che non scompariranno per sempre ma che ritroveranno dopo poche ore, all’uscita da scuola.

Quel bimbo con il suo cappellino azzurro, che segue i poliziotti e non capisce bene che cosa stia accadendo, chi è: è nostro figlio o nostro nipote. Ogni bambino in difficoltà, come ogni bambino felice, è il nostro. Noi amiamo i nostri figli e le nostre figlie, all’istinto materno, istinto di protezione proprio di tutti i mammiferi, si aggiunge negli animali umani l’amore materno e paterno. Ma perché neanche questa aggiunta dovuta alla civiltà riesce ad impedire un comportamento crudele nei confronti dell’infanzia?

È vero che dai filmati diffusi in rete si sentono le grida di alcuni passanti, di una donna, che dice ai poliziotti mascherati: “ma è solo un bambino!”. Si sentono auto che suonano con il loro clacson il loro dissenso, ma nonostante tutto il bambino viene caricato sull’auto dagli agenti.

Noi siamo animali empatici, lo dimostra la presenza dei neuroni specchio nei nostri cervelli. Dodici parti del sistema nervoso umano sono specializzate infatti nel sentire quello che sentono gli altri, nel condividere quello che pensano le altre menti. Grazie all’empatia siamo sopravvissuti come animali di branco che comunicavano intensamente gli uni con gli altri, compensando così la debolezza individuale. Ma allora perché l’empatia non blocca i comportamenti crudeli?

Un grande studioso come E. Erikson, grande esploratore del mondo soggettivo e profondo dell’infanzia, la chiamava “pseudo-speciazione”, ovvero la disumanizzazione dell’altro. Dal punto di vista biologico, riferite agli umani, le razze non esistono, siamo tutti della stessa razza umana, ovvero Sapiens. Questo indica quel prefisso “pseudo-“, ovvero falso, finto. È vero che siamo animali empatici ma è anche vero che siamo animali culturali per natura, se la prima ci impedirebbe di essere crudeli con altri esseri della nostra stessa specie, la seconda ci convince, al contrario, che quando si ha la pelle di un altro, si parla un’altra lingua, si hanno altri costumi, si pregano altre divinità, allora possiamo finire per credere che quegli altri esseri umani appartengano in realtà ad un’altra specie. E allora, si possono trattare crudelmente perché l’empatia, il mettersi nei loro panni, viene bloccata dagli occhiali culturali, capaci di provocare i peggiori pregiudizi e i più crudeli atteggiamenti razzisti.

Giunto ad una certa età, trovo sempre più insopportabili film e storie che non siano a lieto fine. Mi soffermo su questa del piccolo Liam proprio perché, alla fine, tutto è tornato a posto. Il bambino è stato liberato, ha ritrovato il suo cappellino ed è finito dove è giusto che stia ogni bambino, ovvero tra le braccia dei suoi genitori. Ma tutti gli altri bambini e tutte le altre bambine del mondo? Loro sono ovunque come i nostri e allora perché non facciamo niente?

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