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DIMITRI RUGGERI IBRIDAZIONE DEI LINGUAGGI E TRANSMEDIALITÀ

Le sintonie tra la poesia di Dimitri Ruggeri ed i moduli espressivi della contemporaneità emergono con chiarezza se si osserva il suo percorso non solo come produzione testuale, ma come sistema di pratiche. Ruggeri non si limita ad “abitare” il presente: ne assume le forme, le tensioni, le contraddizioni, facendone materia poetica e struttura operativa. Uno dei tratti più evidenti è la consonanza con la cultura dell’oralità secondaria tipica dell’era digitale: podcast, spoken word, format brevi, performance live. L’esperienza legata a Slam[Contem]Poetry e al poetry slam intercetta una modalità espressiva in cui il testo è inseparabile dalla voce, dal corpo, dalla presenza scenica. La contemporaneità privilegia il contenuto performativo rispetto alla fissità del libro; Ruggeri anticipa e accompagna questo slittamento, ma con una differenza sostanziale: mentre molta produzione digitale tende all’immediatezza e alla semplificazione, la sua postura critica difende una densità linguistica che resista alla logica dell’algoritmo. In questo senso è in sintonia con i moduli espressivi attuali, ma non vi si appiattisce. La cultura contemporanea è strutturalmente ibrida: testo, video, suono, grafica convivono in un unico ecosistema comunicativo. Ruggeri fa della transmedialità non un accessorio ma un principio compositivo. Nelle raccolte come Krokodil o Radon, e ancor più nelle esperienze di videopoesia e audiolibro, il poeta assume il ruolo di regista di flussi semiotici. Questa figura del “poeta-regista” è profondamente contemporanea: richiama la logica del montaggio, del remix, della contaminazione tra generi. La poesia non è più monodica ma polifonica, attraversata da codici diversi che devono trovare un equilibrio. È una scrittura che dialoga con il linguaggio audiovisivo senza subordinarsi ad esso. Un’altra forte sintonia riguarda la dimensione reticolare. La contemporaneità è definita da comunità fluide, reti informali, aggregazioni temporanee. L’analisi e la promozione dei collettivi poetici, così come la fondazione di realtà territoriali legate allo slam, riflettono una concezione “glocal”: radicamento locale e apertura globale. Questa dinamica è tipica dell’epoca dei social network e delle piattaforme collaborative. Tuttavia, Ruggeri insiste su un punto controcorrente: la rete non deve dissolvere la responsabilità comunitaria. Il rischio della frammentazione individualistica è costantemente tematizzato. La sua riflessione si pone quindi in dialogo critico con il modello contemporaneo dell’autoimprenditorialità culturale. Nel romanzo Pugni al petto, e nella scelta di trasformare la scrittura in gesto atletico (correre maratone con i pugni al petto), emerge un’ulteriore consonanza con il presente: la centralità del corpo come luogo di verità. La contemporaneità – tra pratiche performative, endurance art, narrazioni autobiografiche – privilegia l’esperienza incarnata. Ruggeri porta questa logica dentro la letteratura: il testo non basta, deve essere attraversato fisicamente. È una poetica che dialoga con la cultura dell’esperienza e della testimonianza, ma tenta di sottrarla alla spettacolarizzazione. Forse la sintonia più sottile sta nella tensione dialettica con il presente. Ruggeri osserva come la scena slam rischi di inseguire temi “caldi” – ambientali, sociali, stagionali – secondo una logica quasi mediatica. Qui la sua posizione è insieme interna ed eccentrica rispetto alla contemporaneità. Se il nostro tempo è dominato dalla reattività e dalla produzione continua di commento, la sua idea di poesia come “onda originaria” propone un modello alternativo: non reagire all’attualità, ma generare senso prima e oltre l’attualità. Questa postura lo colloca in una linea di resistenza critica dentro il sistema stesso che contribuisce a costruire. Infine, la dimensione documentaria del blog e delle interviste intercetta un’altra esigenza tipica del presente: archiviare ciò che è effimero. In un’epoca di contenuti volatili, la costruzione di memoria diventa atto politico. Ruggeri agisce come custode di una fase nascente della poesia performativa italiana, opponendo alla dispersione digitale una pratica di sedimentazione.

Voci

Ho una gamba di pietra, l’altra – venosa – è recisa
come l’alito del fiore ammorbato dai squallidi grigi.
I colori rubano via i colori.
Il nero luttuoso porta via le ultime voci dei bambini
che mai più saranno bambini
ma morti che vivranno nei loro morti.

Baracche

Baracche risorte tra stracci squassate
su cave e muraglie stanno adunate:
è guazzo mortale!
Il prete s’arrende alle tende ammainate.

S’aspetta chiunque qui possa posare:
vanghette e zappette.
Innanzi, aiutare!

Puntella il geniere
a esplodere in cielo il buio tacere.
Recinge l’adunca dimora il ferroviere.

Un vagone scuoiato a morte risuona
e la neve, non lontana, la morte sorvola.

Inedito

Siamo nuvole di stesse umidità
nel circo ferino di zanzare festose
Siamo feritoie incavate nelle persiane cadute
incispate nella mattina della luce.
Siamo io e te:
un ammasso di carne e peli cavallini.

Non ci spaventa il cane asfittico
che abbaia fuori dalla veranda
e immortala fotografico
il respiro dei sogni comuni.

Dovrei, ora che è notte,
scivolare i tuoi occhiali
per baciare il vapore
e accorgermi che la pioggia,
goccia dopo goccia, boccheggia
alle finzioni delle stelle.

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