LINDA DEL SARTO:DOLORE, SILENZIO, NEGAZIONE: IL TRAUMA COME MATERIA LIRICA

Linda Del Sarto — nata nel 1994 — si colloca con forza nel panorama della poesia italiana contemporanea non solo come traduttrice, ma come autrice di versi che cercano una forma autentica di intensità e presenza.
La sua formazione — in Lingua e cultura italiane per stranieri, con un master in Editoria — e la sua attività di traduttrice dal polacco testimoniano una sensibilità profonda verso la lingua, la forma e la traduzione come atto creativo, aspetti che traspaiono anche nella sua scrittura poetica.

Una delle caratteristiche distintive della sua poetica — come evidenzia la nota critica alla sua silloge — è la fusione tra esperienza corporea ed espressione poetica: il corpo non è mera metafora, ma matrice della parola. La parola nasce nel corpo, si fa pelle, carne, per restare visibile, tangibile.
Nei suoi testi l’identità non è un dato immobile, ma un flusso, un passaggio. La parola diventa veicolo per ricostruire — o semplicemente lasciare emergere — una forma di sé che sia vera, cruda, ma al contempo elegante.

Come scrive nella sua silloge:

«Due corpi che a parlare fanno luce» — non una luce mitica, ma quella “luce dell’essere” che emerge soltanto nel dialogo, nella condivisione, nella distanza-luce tra l’io e l’altro. 

La voce poetica di Del Sarto non mira all’iperbole, al pathos romantico: è piuttosto una voce di limpidezza, di trasparenza, che rifiuta l’eccesso per cercare ciò che resta quando ogni abbellimento viene spogliato: la verità della parola e della carne.

Molti testi — per esempio quelli contenuti nella raccolta inedita (Strip-tease, come segnalato da critici) — si muovono attorno a una frattura: la rottura dell’io, del rapporto, della parola. Ma non si fermano lì. Non indulgono in una mera elegia, non ricadono nel compianto o nella rassegnazione. 

C’è piuttosto un tentativo di «dare in pasto al male, ma con grazia»: come scrive Lorenzo Fava nella sua nota critica, questa è una poesia che discende nella “frattura del silenzio” ma lo fa con disciplina, con misura, con consapevolezza. Il dolore, l’abbandono, la perdita — temi propri di una sensibilità lirica tradizionale — vengono trattati con l’estrema cura della parola: ogni verso è calibrato, ogni immagine mai gratuita, mai esplicitamente retorica. La sofferenza si fa forma, anche e soprattutto nella tensione del silenzio, nell’ombra rimasta dopo il grido.

Una peculiarità della scrittura di Del Sarto — come lei stessa ha dichiarato in un’intervista — è la tensione verso la concisione, verso il verso breve, asciutto: una scelta quasi classica, in opposizione alla tendenza contemporanea al verso lungo, narrativo. In questo approccio, il ritmo e la musicalità assumono un ruolo fondamentale: la scansione del verso, la silenziosità degli spazi, il non detto — tutto concorre a rendere la parola più densa, più potente, più immediata. 

In altri termini: Del Sarto non cerca virtuosismi formali per ostentare, ma cerca l’essenzialità, la limpidezza, l’intensità compressa — come se ogni parola pesasse e contasse, come se ogni verso fosse scalfito a martello su una lastra viva di emozione.

Come traduttrice dal polacco — lavoro che ormai svolge con riconoscimenti come il premio Benno Geiger 2022 come Giovane Traduttrice — Del Sarto porta nella sua scrittura una sensibilità particolare verso la lingua, verso la sfumatura, verso la musicalità. Questo doppio percorso — di autrice e di traduttrice — rende la sua poesia un luogo di incontro: tra culture, lingue, sensibilità, e contemporaneamente un territorio di introspezione, memoria, emozione. In un mondo contemporaneo in cui i confini si fanno liquidi, questa dimensione “ibrida” — parola propria e parola tradotta — arricchisce la sua voce, la rende più matura, più consapevole della lingua come strumento di scambio e non solo come mezzo espressivo individuale.

Nell’attuale panorama della poesia italiana — segnato da molte voci, molte tendenze — la poesia di Linda Del Sarto emerge per la sua coerenza, per la sua sobrietà, per la capacità di trattare temi eterni (amore, perdita, identità, corpo) con una sensibilità contemporanea, senza retorica, con verità. È una poesia che non si concede al compiacimento: non indulge nella sofferenza né nella tenerezza facile, ma chiede al lettore uno sforzo di ascolto, di attenzione, di silenzio — come se la poesia fosse un gesto di cura, di memoria, di resistenza. La sua è una scrittura che cerca di restare, di lasciare un’impronta, non con clamori, ma con la delicatezza di uno scalpello che incide nel tempo.

 

Trenta volte mi siedo, trenta volte

mi alzo: l’animale lento

che cammina scalzo è tempo

tolto al tempo di passare.

Ogni istante segue l’altro

e prova a fargli male.

Se il mondo è un panno zuppo

è un mare in piena di parole.

Mi sdraio a ripulire il suo fondale,

badando a non ripetere l’errore.

Aversi a male

è andare a male sempre.

Ma al rammendo visibile

sulle tue tempie

basta un cerotto d’acqua:

tutto l’oceano amaro

che riunisce i nostri fiumi.

*Testo vincitore Premio Vita alla Vita under30, 2020*

da Questi che siamo

Anche oggi sfarsi in due,

aversi in due

esemplari – doppi amanti, doppie

vite; solo non avere

occhio. E allo specchio

riconoscersi

a metà.

*

La terra che mi segue e che

ritrovo, ad ogni passo,

si ostina a rintontirmi di una trama:

santa donna senza sé in se stessa.

La testa perdo e sono sana,

non importa l’apparenza della cosa –

ho ancora da innaffiare la mia rosa,

violentarla con l’arsura. Com’è dura

stare sul balcone ad aspettarsi,

mi vedo, giro l’angolo da ore,

là nascosta fra le ortiche

guardo quanto intorno è sano.

La mia vita è il rampicante

che ho avvinghiato qui alla mano.