PER UNA COSCIENZA EUROPEA

 Il Limite / RANIERO REGNI / 228 

 La scorsa settimana ho partecipato ad un concerto della bella Orchestra umbra, accompagnata da un altrettanto forte coro, nella magnifica chiesa di S. Pietro (un luogo che mi è caro perché, tanto tempo fa, tra l’altro, vi sono stato battezzato). Il repertorio era natalizio e spaziava da antiche cantate di Natale, di origine medievale, a canzoni contemporanee. Per il finale, il direttore d’orchestra aveva scelto, giustamente, l’Inno alla Gioia, An die Freude, come suona in tedesco, ovvero la parte finale della 9° Sinfonia di Beethoven. Ricordate il testo, scritto da Schiller? Dice, tra l’altro, “Abbracciatevi moltitudini!…Fratelli, oltre il firmamento deve abitare un padre amato…Gioia…Tutti gli uomini diventano fratelli dove la tua dolce ala si posa”. Nel bellissimo finale, coro e musica che si fondono, e vengono esaltate le parole Freude (si pronuncia froide), che in tedesco vuol dire gioia, che poi risuona nella strofa successiva nell’altra parola, Freunde (si pronuncia froinde), che significa amici. La radice delle due parole tedesche è la stessa, solo una “n” le distingue. Quasi a dire che “la gioia è tale solo se può essere condivisa, solo se può essere cantata con degli amici”.

Da sempre ho amato questa sinfonia e il suo finale esaltante. Ed ho trovato davvero geniale l’iniziativa che ne ha fatto nel 1972 l’Inno dell’Unione Europea. Una musica straordinaria, dove tutti si possono riconoscere, come in uno dei più bei risultati della civiltà, non solo europea, ma umana.

Civiltà europea, civiltà umana! Ci sarebbe molto da dire e da scrivere. Ma non è questo il luogo. Torno all’emozionante finale del concerto. Avrei trovato giusto che il direttore d’orchestra avesse invitato il pubblico ad alzarsi, come avrebbe probabilmente fatto se si fosse eseguito l’Inno degli Italiani. Perché quello era l’Inno degli Europei, e noi siamo italiani in quanto europei e viceversa. E l’Europa trascende e include l’essere italiani, francesi, tedeschi, olandesi e così via.

Al termine della bella esecuzione, in preda ad una certa emozione, avrei voluto gridare “Viva l’Europa!”. E avrei aggiunto, più sommessamente, noi, pur rispettando e amando tutte le altre culture e civiltà, non vogliamo essere né russi, né americani, né cinesi, noi vogliamo essere europei. Aperti e curiosi, dialoganti con tutti i frutti migliori delle altre civiltà, ma come europei. L’Unione è un bene prezioso, da amare e difendere, da far crescere nella direzione degli Stati Uniti d’Europa. Un valore che oggi appare minacciato, sotto attacco, da oriente e da occidente, ed anche, e questo è peggio, dall’interno.

Ho sentito una scossa emotiva, un moto di orgoglio ben più ampio e comprensivo di quello, spesso di bassa lega, di tipo nazionalista. Ma non era neanche orgoglio, era qualcosa di migliore, credo e voglio sperare, era la coscienza. La coscienza morale, culturale e politica di quali valori erano racchiusi in quell’Inno, simbolo di una civiltà come la nostra. Una coscienza europea, non superiore alle altre, ma di grande valore, qualcosa di prezioso da conoscere e da sviluppare, anche e soprattutto attraverso l’educazione.

Poi, a mente fredda, è sorta un’altra domanda, spinta dal desiderio sempre impellente di chiarire le parole che si usano. Che cos’è la coscienza? Una definizione, sentita chissà dove e rimasta nella memoria, dice che “è l’infinito visto dall’interno”. Per il filosofo cristiano R. Guardini la coscienza è “l’organo che risponde al bene”. Così come l’occhio risponde alla luce, la coscienza risponde al bene, ci fa avvertire il suo messaggio, ci fa sentire che il bene esiste e ci chiama. Per l’antropologo P. G. Giacchè, sulla scorta del pensiero utopico-religioso-pacifista di A. Capitini, la coscienza non è la consapevolezza, è qualcosa che ci coglie alle spalle, che ci sorprende. L’insorgere della coscienza è un risultato della cultura ma non un suo prodotto. Essa appare come un’improvvisa, intima reazione di fronte alla realtà. Una realtà che non si può certo rifiutare ma che si avverte, in coscienza, di non poter accettare. Di fronte alla ragionevolezza della consapevolezza si erge così la irragionevolezza della coscienza.

Oggi, nel tempo dell’Intelligenza Artificiale e delle Neuroscienze, la coscienza, ovvero l’elemento più impalpabile dell’esperienza soggettiva e personale, appare come “il fantasma nella macchina”, qualcosa che non si riduce a materia ed energia, ed emerge dal cervello umano e lo trascende, qualcosa che forse la macchina intelligente non potrà mai possedere. Anche per il grande neurobiologo ed epistemologo Antonio Damasio, che pure pensa la coscienza come consapevolezza, la coscienza non è un concetto e neanche un’immagine, non ha odore, né sapore, non la si vede neanche come un’immagine, è un sentire di sapere: la coscienza è emozione. Una specie di musica di fondo che accompagna l’esistenza umana in ogni momento.  “La coscienza inizia come un sentimento, – scrive il neuroscienziato portoghese – un genere particolare di sentimento…e se la si sente come un sentimento, può ben essere un sentimento”.

La coscienza non è ragionevole ma neanche priva di pensiero. È oltre la semplice critica e il rifiuto del male, oltre lo sconforto per come vanno le cose nel mondo e in Europa. Bisogna tenere attiva e viva la coscienza dell’essere cittadini europei, con la certezza nel cuore che il bene ha già vinto sempre. Tra il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà, dobbiamo rivendicare l’ottimismo della speranza. Allora, per l’Europa, viva l’Europa!

(La foto dello spartito proviene da streetmusic.com)