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“La nostra forza e’ il sorriso”

Sport / 157

S.S.S. Special Sort Story/10

 a cura  di  Alessandro Palazzotti

  L’autore di questo pezzo e’ Francesco Verdolini, che, oltre ad essere papa’ di un Atleta e’ anche una buona penna, che ora fa parte, con ampio merito, dello Staff di Special Olympics Italia nell’Area Comunicazione. Per sua curiosita’, ma anche per comprendere le diverse motivazioni che si muovono all’interno di Special Olympics, ha trafugato un fratino dai Volontari e si e’ mischiato in mezzo a loro.

Sono ai “Play the Games” di Special Olympics per accompagnare mia figlia, nuotatrice. Tra una gara e l’altra, c’è tempo da riempire. Si chiacchiera, ci si scambia impressioni, consigli. Mi distraggo e osservo dagli spalti i volontari e le volontarie con la pettorina arancione riuniti in capannello intorno a un responsabile: “La nostra forza è il sorriso”, gli sento dire. Penso “vabbè mica potranno sempre sorridere…”. Decido di metterli alla prova.

Appena si disperdono per raggiungere le loro postazioni, chiamo uno di loro. Matteo, 17 anni, studia. Con la scusa di avere informazioni sul programma, gli chiedo: “Che ci fai qui di sabato pomeriggio? Non era meglio uscire con gli amici?” E lui: “Oh… non credere… qui ne ho tanti di amici. Alcuni fanno i volontari, altri stanno nuotando in vasca proprio ora…”. Sicuramente una risposta del manuale del perfetto volontario, penso. Lo cerco su Google, il manuale, ma non trovo nulla. “Cerchi qualcosa?” “No no lascia perdere, grazie”.

Avvicino una ragazza. Laura, 16 anni. Parliamo del più e del meno… poi affondo: “Sei qui perché hai un parente tra gli Atleti?” Risponde sorridendo: “In realtà no, c’è una squadra Special nella piscina dove mi alleno e così do una mano. Siamo un’unica squadra, direi.” “Tutorial Special Olympics” su Google. Nessun risultato.

Decido di alzare la posta. Prendo una pettorina da volontario e cerco di confondermi nel mucchio. Tra loro saranno più sinceri… Conosco Michele, 24 anni, studia Scienze della comunicazione. Cerco di ricordare qualche nome di professore dei miei tempi per attaccare conversazione. “C’è ancora Cesconi?” chiedo. “No, è in pensione da 15 anni. Da quanto non passi in Università?” risponde. Poco riguardo per la mia età, penso. Sono sulla strada giusta. Rido falsamente. “Ste gare non finiscono più, ma chi ce lo ha fatto fare?” provo a stuzzicarlo. E lui: “Sono passati 15 anni da quando ascoltavi Cesconi, ora non reggi due ore in più?” Colpito e affondato.

Allora torno sugli spalti e osservo attentamente. Vedo decine di ragazzi e ragazze con la pettorina arancione che ridono e si divertono. Accompagnano gli Atleti, li incoraggiano, li motivano e a volte li riprendono. Abbracci e pacche sulle spalle, sorrisi e lacrime. Condividono insieme vittorie e sconfitte, gioie e delusioni. Senza alcuno sforzo.

È allora che realizzo: il loro entusiasmo è autentico. Ecco perché non c’è nessun manuale o tutorial che spieghi il loro comportamento. Sono lì perché vogliono esserci, perché credono in quello che fanno.

Poi, proprio mentre sto riflettendo su quanto siano sinceri, mi sento tirare per un braccio. Mi giro e una voce mi fa: “Ehi, ma tu non eri un mio studente?”. “Professor Cesconi!

Questa gliela devo proprio raccontare”.

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