Ogni lingua, con la sua peculiare struttura grammaticale e sintattica, modella la nostra percezione della realtà. Sono convinto che la lingua in cui cresciamo abbia un impatto profondo sul nostro modo di pensare, decodificare e interpretare il mondo. La stessa forma e il suono delle lettere che compongono l’alfabeto costituiscono una personale ricostruzione del mondo.
Nel caso della lingua greca, questa influenza è particolarmente evidente. La “grecità” non è solo una questione di appartenenza culturale, ma un’immersione totale nella lingua stessa. Il “greco” che parla vive in un luogo definito dalla propria grammatica, senza necessità di riferimenti geografici o storici. Dentro questa logica formale si dipana la poesia di Andreas Kentzòs. I suoi versi sono un esempio perfetto di come la lingua possa plasmare il pensiero e la percezione. La sua “grecità” si riflette in ogni verso, nell’evocare un senso di astoricità e di appartenenza alla lingua nella sua totalità che conferisce ai suoi lavori freschezza e contemporaneità : la sua poesia esiste nel luogo ben definito della lingua greca, con la sua sintassi pulita e l’uso di una terminologia semplice, ma cariche di significato.
La semplicità formale di Kentzòs non è mai banale, ma al contrario, sprigiona un senso di pulizia ed essenzialità “classiche”. La sua poesia evita ogni forma di sofisticazione grammaticale, nel creare un’opera che risuona di autenticità e purezza. Questo stile, difficilmente riscontrabile in altri autori moderni, rende le sue poesie sorprendentemente contemporanee e accessibili.
La lettura della poesia di Andreas Kentzòs diventa un viaggio affascinante nella grecità, un viaggio nel tempo che ci porta indietro alle origini della lirica, pur mantenendo un forte legame con il presente. La sua abilità nel creare un legame diretto con la lingua greca, rende la sua opera unica e rilevante.
(R. Puzzu)
Alla luce
Bugiardi tutti
scriviamo dell’oscurità
e le nostre pagine
senza eccezione alcuna
si leggono alla luce
Muro
Mi sono schiantato al muro
spaccandomi la testa
più oltre non si va
e dietro il muro c’è la poesia
già scritta, tranquilla
Mito
Anche Elena s’è fatta vecchia e con i baffi
Alla gente in principio faceva impressione
poi ci ha fatto l’abitudine
ed ora le si avvicina senza paura
La accarezzano, le danno da mangiare
come fosse la gatta o il cavallo di casa
e non la causa della Guerra
Teodora
Il tuo volto non ha bisogno di gioielli
basta la luce del giorno
Togli le perle dal collo
gli orecchini d’oro
Togli tutto
serbalo per la tomba
Il profeta
Si rase per bene
e vide se stesso
Una volta tutti gli ammiravano i denti
Verrà un giorno che cadranno
(diceva)
vedrete
Non gli credevano, e ora sorride
ché la sua profezia s’è avverata
Grido
Teniamo la linea
Gridava
“Non arrendetevi, compagni”
Gridava bene
ma noi eravamo giovani
correvamo come cerbiatti
Traduzione di Massimiliano Damaggio




