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LA VIA D’USCITA


Valore & Valori / Mario Travaglini / 260

 Giovedì scorso Donald Trump ha cambiato ancora una volta registro. Parlando in modo ancora più confuso del solito, ha lasciato intendere che il processo elettorale americano potrebbe essere stato compromesso da un intervento sotterraneo della Cina. Non c’è alcuna prova. L’impressione è piuttosto che stesse testando le reazioni dell’opinione pubblica per capire cosa avrebbe fatto la gente se avesse davvero deciso di ricorrere a “misure di emergenza” per proteggere l’integrità delle elezioni… o per ottenere i risultati che desidera.

La verità è che Trump sembra stia perdendo terreno. Nei sondaggi più affidabili degli ultimi mesi, la percentuale di americani che approva pienamente le sue azioni oscilla tra uno su sette e uno su cinque. Pochissimi lo seguono con attenzione e lo sostengono senza riserve. Le domande che si aprono sono diverse. Sta perdendo il controllo del suo partito? O sono i suoi stessi legami a iniziare a cedere? Questo calo è duraturo o solo temporaneo? Un vero accordo di pace con l’Iran potrebbe invertire la tendenza? O basterà un’altra valanga di denaro facile a influenzare le Midterm elections di novembre?

A mio modo di vedere, il punto centrale è proprio questo. Trump avrà molti meno scrupoli a intervenire sull’economia di quanti ne avrebbe a manipolare i voti. Manipolare le elezioni è considerato tradimento. Manipolare la valuta, invece, raccoglie quasi sempre applausi.

I mercati seguono un loro percorso, con picchi, minimi, bolle e crolli. Hanno bisogno di un trend di fondo, di lungo periodo. Ma è anche vero che, nella situazione attuale, è matematicamente e fisicamente impossibile che il valore degli asset resti troppo distante dall’economia reale per un tempo prolungato. I prezzi salgono e scendono, ma restano legati all’economia reale da una lunga banda elastica. Se si cerca un altro ciclo rialzista prolungato, il momento migliore per sfruttare questa banda è quando è tesa al massimo verso il basso, dopo un lungo periodo di declino.

Guardando al Dow Jones, in poco più di mezzo secolo è passato da 1.000 punti ai 50.000 di oggi, un livello mai toccato prima. Lo scenario più probabile – anche se non garantito – è che le azioni scendano bruscamente in termini reali, se non nominali, e vi restino per un periodo molto lungo. L’indicatore preferito da molti analisti resta il rapporto Dow Jones/oro. Molto probabilmente i due valori si incontreranno da qualche parte a metà strada, con l’oro che tenderà a strappare al rialzo, come ho cercato di spiegare la scorsa settimana.

Il punto esatto in cui si riuniranno dipenderà dunque, in una certa misura, da Trump e dalla Federal Reserve. Un tentativo di ribaltare i risultati elettorali scatenerebbe l’ira di gran parte dell’opinione pubblica. Ma misure temporanee che permettano di ridurre le rate del mutuo verrebbero approvate e condivise senza riserve.                                                              La maggior parte delle persone continua a credere che un’economia possa essere regolata e migliorata da tecnocrati competenti in giacca e cravatta e l’inflazione, frutto delle decisioni di quegli sessi tecnocrati, ha finito per incoraggiare ad assumere cattive abitudini difficilmente modificabili. Ci ha spinto, cioè, a spendere soldi che non avevamo. È stata anche la vera causa degli immensi mercati rialzisti che tra il 1980 e il 2020 hanno coinvolto azioni, obbligazioni e oro. Il punto più basso del ciclo dei rendimenti è oggi ormai alle spalle e i tassi di interesse stanno salendo. Allo stesso tempo il debito ha raggiunto livelli tali che il minimo inasprimento della politica monetaria basta a far chiedere salvataggi.

Gonfiare ulteriormente la bolla o lasciarla scoppiare: questa è la scelta davanti alla quale si trovano oggi le autorità di mezzo mondo. O tagliano la spesa pubblica, o accelerano la creazione di moneta e lasciano che l’intero sistema finisca in un mare di inflazione. In altri termini: devono concedere più credito a tassi più bassi per contribuire a pagare gli interessi, oppure assistere allo sgonfiamento della bolla.

Molto probabilmente, quando la bolla si avvicinerà allo scoppio, le autorità federali – spinte da Trump – creeranno moneta. Poi ne creeranno ancora di più. Per un certo periodo gli applausi non mancheranno. Ma fino a quando tutto ciò sarà sostenibile? Lo vedremo verosimilmente a novembre dopo le elezioni americane. Certo è  che allora l’alternativa rimarrà solo l’inflazione.

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