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DI QUALI EROI ABBIAMO BISOGNO OGGI?

IL LIMITE / Rasniero Regni / 260

  Il sogno è la verità individuale del mito, il mito è la versione collettiva del sogno; mito e sogno sono entrambi simbolici in quanto frutto della stessa dinamica della psiche J. Campbell

“Beati quei popoli che non hanno bisogno di eroi”, questo fa rispondere Brecht al protagonista del suo dramma teatrale Vita di Galileo. È una frase famosa che racchiude l’essenza della saggezza che gli europei hanno guadagnato, a loro spese, dopo l’esperienza tragica e sanguinosa delle due guerre mondiali, che sono state due guerre civili combattute tra popoli che oggi fanno parte della stessa Unione Europea.

Gli eroi di cui dobbiamo fare a meno sono quelli esaltati dall’epica aristocratica e guerriera che, dall’Iliade fino alla generazione dei nostri padri e dei nostri nonni, hanno identificato l’identità maschile con l’esercizio delle armi. Gli europei che, come chi scrive, sono nati dopo la seconda Guerra Mondiale, non sono stati allevati nel culto e nel mito della guerra, delle armi, del combattimento, quel culto e quel mito sanguinario che ha fatto scrivere ad un poeta una bella frase menzognera, “il Paradiso è all’ombra delle spade”. La guerra era stata la fonte della disciplina, dell’eroismo, del cameratismo su cui si costruiva l’ordine sociale e politico. Per gli europei non doveva più essere così. Noi europei siamo nati e cresciuti nel mito e nel sogno della pace. Non nel culto della guerra ma nel culto della cura, cura del mondo e degli altri esseri umani, degli altri esseri viventi tutti. Il mito e il sogno che nutrono il progetto dell’unità del genere umano come unica e grande famiglia, e della Terra come unica e vera patria.

L’Italia e l’Europa rifiutavano e rifiutano la guerra come mezzo per risolvere le controversie. Dopo averla provata, come nessuna altra civiltà, sulla propria pelle, rifiutavano la violenza, per costruire invece una civiltà basata sulla cooperazione e la pace, scoprendo che ora la comunità è il pianeta, non la nazione, che è nata dalla guerra e per la guerra.

Oggi molti studiosi e politologi dicono che l’Europa dovrà tornare ad armarsi per difendersi dalle logiche imperiali che la circondano e la minacciano. La leva obbligatoria, quel servizio militare che la generazione di chi scrive ha contribuito ad abolire, forse tornerà ad essere uno spettro per i nostri nipoti. La capacità di combattere e resistere dimostrata dal popolo ucraino nei confronti di un despota invasore, o la capacità altrettanto eroica di resistere ad una dittatura sanguinaria come quella iraniana, stanno lì a dimostrare che il coraggio e la resilienza non sono virtù di cui potremo fare a meno anche per il futuro.

Eppure, continuo a credere che l’Europa è portatrice di una civiltà della pace che possa fare a meno della guerra e della violenza. L’Europa ha sperimentato e contribuito fondamentalmente a costruire, come scrive lo storico J. Sheahan nel suo studio L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, (2008), un mondo post bellico, uno stato civile pacifico, che è nato proprio tra le rovine fumanti della guerra. “Gli europei sanno, in un modo che solo pochi americani possono comprendere, che cosa sia veramente la guerra”, osserva lo storico statunitense, nel saggio citato, il cui titolo originario inglese suona letteralmente così, Dove sono andati a finire tutti quei soldati? Anche se questo non esclude che forse in futuro dovremo riprendere le armi per difenderci, continuo a credere che noi non abbiamo bisogno di eroi e combattenti in guerra.

Nella frase di Brecht citata all’inizio, che pure contiene una grande verità, scorgo anche un limite. Credo che noi abbiamo ancora assolutamente bisogno di eroi, solo che gli eroi di cui abbiamo bisogno non sono quelli che muoiono in battaglia. Come europeo e italiano credo più a Venere, dea dell’amore, che a Marte, dio della guerra. Credo che noi abbiamo assolutamente bisogno di eroi, ovvero di figure esemplari che incarnino il bene, il vero, il bello, la giustizia, la fratellanza, l’amore. L’eroe è allora il combattente per la libertà e il testimone della verità.

Chi è l’eroe? Secondo la psicanalisi junghiana è un archetipo eterno ed inestinguibile della nostra psiche, individuale e collettiva. È il simbolo che indica il progresso dello spirito umano, che svela il mistero del rinnovamento della vita. L’eroe può avere mille volti, come sostiene il grande studioso del mito J. Campbell secondo il quale “l’eroe è colui che ha saputo superare le proprie limitazioni personali e ambientali e raggiungere le forme universalmente valide”. È una figura esemplare ed essenziale per lo sviluppo umano. L’eroe è una guida che ci aiuta a vivere, superando i difficili e tortuosi cammini dell’esistenza concepita come incessante processo di trasformazione. L’eroe come il santo ci indica la via per i riti di passaggio a cui come esseri umani siamo continuamente sottoposti per mettere in atto la nostra vocazione, diventando persone migliori. L’eroe, quello che compare in tanti miti, in tanti racconti, in tante fiabe, che ricompare in tanti film e in tanta letteratura, è una figura inestinguibile anche se viviamo in una disincantata società moderna frutto del processo di secolarizzazione e razionalizzazione del mondo. L’eroe è l’essere umano che, in ogni tempo e in ogni luogo, deve affrontare i pericoli, i draghi dell’egoismo e dell’egocentrismo, per portare alla luce le parti migliori del suo spirito. L’eroe è chi ci indica la strada del perfezionamento. È oggi lo scienziato, l’artista, il santo, il saggio, il profeta, che viene per salvare tutti e ognuno da una vita come degradazione e semplice consumo.

Non è un caso che un grande regista come C. Nolan, che già con il film Oppenheimer aveva intercettato qualcosa che era nell’aria, qualcosa che era legato in maniera essenziale al tema della guerra e della pace, ovvero il rinnovato pericolo della guerra atomica, oggi torna a mettere a tema qualcosa che appartiene ai nostri tempi con il film Odissea.  Anche se non si tratta della sua opera migliore, anche se non si tratta del capolavoro che qualcuno si attendeva, ci propone però non l’Iliade, non il poema epico per eccellenza legato alla guerra di Troia, ma l’Odissea, il cui eroe è appunto Odisseo, ovvero Ulisse. Ulisse è stato un astuto, controverso e coraggioso guerriero, ma ora è solo un essere umano, anche se protetto dalla divinità. Per lui le virtù dell’eroismo aristocratico sono oramai fragili, se non inutili. Ora è un essere umano che deve affrontare tutta la miseria e il dolore della condizione umana, cercando la strada per tornare a casa. Indica la via di chi, come i nostoi, coloro che partono, non devono mai scordare il ritorno. Anzi, coloro che partono, già al primo passo cominciano a ritornare verso gli affetti lasciati a casa. Ulisse è l’eroe che deve affrontare le prove più dure, attraversando tutte le fasi che caratterizzano i riti di passaggio: la partenza-separazione, la prova di iniziazione, e il ritorno. Egli perde tutto e tutto deve ricostruire. È l’essere umano solo e confuso, che perderà tutti i suoi compagni e che approderà, nudo come un neonato, su di una spiaggia sconosciuta, da cui dovrà ripartire per ritrovare la strada di casa. È il simbolo potente della misteriosa avventura, sognata e temuta, che è la scoperta di noi stessi e del nostro destino. Di chi siamo veramente e di chi vorremmo e dovremmo essere. È il simbolo della necessità di trovare le energie spirituali più profonde. Indica la via per attingere le parti migliori di noi stessi.

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