IL LIMITE /Raniero Regni / 256
Viviamo nell’età del post-. Post-moderna, post-industriale, post-ideologica, post-storica, post-tradizionale, post-eroica, post-qualunque cosa. In realtà, ogni volta che usiamo questo prefisso, si tratta di una non definizione. “Post” significa dopo. Viviamo il tempo che segue il dominio delle ideologie che hanno caratterizzato la modernità. Noi siamo venuti dopo, ma non sappiamo dove siamo. Questo vuol dire che in ogni caso non possiamo più pensare con le categorie tradizionali né con quelle moderne. Che cosa dobbiamo conservare del passato, recente e remoto, e che cosa dobbiamo abbandonare? Credo che la caccia faccia parte del modo di vivere e pensare del passato. Di un passato arcaico e per certi versi eterno che ci abita ancora, come abbiamo visto nel precedente articolo, ma si tratta di un’attività che non possiamo più esercitare come è stato fatto fino ad oggi, e come invece la nuova legge sull’attività venatoria ripropone. Una pratica che dobbiamo abbandonare.
La caccia è oramai un’attività di nicchia che riguarda non più di mezzo milione di persone in Italia, piuttosto avanti con l’età, su di una popolazione di sessanta milioni, in gran parte contraria a questo che non può più neanche essere definito uno sport. Dobbiamo accettare l’idea che viviamo nell’era della post-caccia. Infatti non abbiamo più neanche le categorie antropologiche, culturali, sociologiche e psicologiche per pensare la caccia. Uccidere uccelli migratori sfiniti dal loro lungo e straordinario viaggio, il cui numero è sempre più esiguo a causa del cambiamento climatico e dell’uso dei pesticidi in agricoltura, anticipando le date dell’apertura della caccia, appare una forma di inutile crudeltà. L’uso dei richiami vivi, uccellini che un tempo venivano addirittura accecati perché emettessero ancor più forte i loro disperati gridi di soccorso, quando esistono App capaci di riprodurre qualunque verso di qualunque uccello, appare una forma di inutile barbarie.
La caccia è decisamente contraria all’educazione ambientale di cui invece c’è un assoluto bisogno. Bisogna che bambini e ragazzi conoscano la fauna e la flora dei nostri ambienti naturali, praticando il birdwatching con guide esperte. Che scoprano nelle loro escursioni che il canto degli uccelli è una delle esperienze più misteriose che ci possano capitare. Il canto degli uccelli è uno dei doni più belli e preziosi che la natura può offrirci: la voce di un mondo ancora selvaggio. Non a caso, tutta l’esistenza di una personalità straordinaria come San Francesco è intessuta di questo dialogo con le creature del cielo.
C’è naturalmente il bisogno di contenimento delle specie invasive come i cinghiali, immessi artificialmente e che hanno sostituito le varietà autoctone. C’è il contenimento dei gabbiani in un ambiente urbano, ad esempio come a Roma, che si può ottenere con altri mezzi che non sparando sulle spiagge o in città, ma bucando le uova e così via.
Personalmente ho bellissimi ricordi, tra i più remoti e potenti della mia infanzia, legati alla caccia. Intanto una delle mie prime foto da bambino mi ritrae con una doppietta giocattolo a 2 tappi accanto al bellissimo Setter Gordon, che è stato il primo di una lunga serie di cani da caccia avuti sempre in casa. Mio padre era veterinario e nella sua macchina c’era sempre la doppietta e il cane. Quando terminava il suo giro infinito di visite in sperduti casolari umbri, trovava il tempo anche di catturare qualche quaglia con la rete, utilizzando richiami raffinati che lui stesso costruiva con abili mani artigiane. Mio padre aveva il culto della caccia. La sua attrezzatura per costruire cartucce ha rappresentato uno dei miei giochi da bambino, compreso l’odore del piombo e della polvere da sparo. Suo padre, ovvero mio nonno di cui porto il nome, era un fattore e anche di lui in casa ci sono foto a cavallo con la doppietta a tracolla. Quadretti con scene di caccia campeggiavano e campeggiano nella casa dei nonni, oggi la mia casa.
Ricordo le vigilie dell’apertura. I cani che abbaiano impazienti, quando è ancora notte, la squadra di cacciatori con i loro fucili lucidi d’olio. Per anni ho aspettato di poter andare con loro. Poi è accaduto. Finalmente sono partito anch’io in macchina. Ricordo, sono un bambino con calzoni corti e scarpe da ginnastica basse che cerco di scartare invano gli aghi pungenti delle stoppie riarse. La bruma che si alza dalle maggesi mentre l’aria si riscalda sotto i primi raggi dell’aurora. Mio zio, grande inseguitore di lepri, che si precipita per primo tra i campi alla ricerca della preda. Cani silenziosi e intelligenti che perlustrano i perimetri dei campi, si ficcano nei fossati e nella boscaglia. E poi i primi fagiani, le prime quaglie, le prime lepri che scappano e vengono abbattute. Colpi di fucile che rimbombano tra le colline. Silenzio e appostamenti, e poi colpi, grida, risate e battute ad alta voce sui bersagli mancati. Il tascapane che porto a tracola si comincia a riempire di animali, ancora caldi, appena uccisi.





