Per mesi economisti e governi hanno evocato lo spettro della stagflazione: prezzi in aumento, crescita ferma e consumi sotto pressione. Oggi, però, con le tensioni nello Stretto di Hormuz e il rischio di una prolungata interruzione dei flussi energetici globali, quello scenario rischia di apparire quasi rassicurante. Perché il vero pericolo, ormai, non è più una semplice stagnazione inflazionistica, ma una contrazione economica vera e propria.
Dopo il primo quadrimestre del 2026, i numeri europei raccontano infatti un continente già indebolito prima ancora che la crisi mediorientale producesse i suoi effetti più duri. La crescita reale dell’eurozona è ormai vicina allo zero, l’inflazione energetica ha ripreso a correre e l’industria europea si trova nuovamente esposta a uno shock sulle materie prime che ricorda, per certi versi, il 2022. Con una differenza sostanziale: questa volta il resto dell’economia mondiale potrebbe non essere in grado di assorbire l’urto europeo.
Se le ostilità dovessero rientrare rapidamente e il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz venisse ripristinato entro l’estate, l’Europa potrebbe trovarsi davanti a uno scenario di stagflazione classica: crescita debole e inflazione elevata. Ma se la chiusura dovesse protrarsi oltre luglio, allora il quadro cambierebbe radicalmente. La riduzione delle forniture energetiche e delle materie prime industriali rischierebbe infatti di trascinare l’economia continentale in una recessione accompagnata, paradossalmente, da un ulteriore aumento dei prezzi.
L’aumento dei costi energetici osservato dall’inizio di marzo si sta già propagando al resto dell’economia. I rincari colpiscono trasporti, industria, logistica e agricoltura, alimentando una nuova ondata di aumenti nei beni di consumo e nei servizi essenziali. Alloggi, alimentari e bollette stanno tornando sotto pressione proprio mentre la crescita economica si indebolisce. In uno scenario simile, i risparmiatori rischiano di subire un nuovo trasferimento occulto di ricchezza attraverso la perdita di potere d’acquisto, la svalutazione reale dei risparmi e un inevitabile aumento della pressione fiscale necessario a sostenere bilanci pubblici sempre più fragili.
Secondo i dati diffusi da Eurostat alla fine di aprile, i segnali di deterioramento sono ormai evidenti in tutto il continente. L’inflazione europea, che a gennaio si attestava ancora intorno al l’1,7% annuo, ha raggiunto il 2,8% nel primo trimestre del 2026, superando poi il 3% ad aprile, trainata soprattutto dall’energia, i cui prezzi sono aumentati di oltre l’11% su base annua. Dinamiche che ricordano da vicino quelle osservate durante la crisi energetica del 2022.
Anche il quadro economico generale appare sempre più debole. Dopo una crescita dell’1,5% nel 2025, il PIL reale dell’eurozona è praticamente fermo: nel primo trimestre del 2026 la crescita si è ridotta allo 0,1%, mentre la BCE ha già corretto al ribasso le proprie stime annuali. Alla fragilità energetica si aggiungono inoltre le nuove tensioni commerciali legate ai dazi annunciati dalla Casa Bianca e il rallentamento dell’economia asiatica, anch’essa colpita dalla scarsità di approvvigionamenti energetici.
Come spesso accade nelle grandi crisi economiche, la guerra in Iran rappresenta probabilmente il detonatore più che la causa originaria del problema. I segnali di rallentamento europeo erano visibili già da mesi. La crescita dell’eurozona aveva infatti iniziato a perdere forza ben prima dell’escalation mediorientale, così come l’ondata inflazionistica successiva alla guerra in Ucraina era cominciata molto prima dell’inizio formale delle ostilità. Questo significa che l’Europa arriva a questa nuova crisi in una condizione strutturalmente più fragile rispetto al passato.
Nel 2022 il continente riuscì almeno in parte ad assorbire lo shock grazie a una domanda globale ancora sostenuta, agli stimoli monetari accumulati durante la pandemia e a un contesto internazionale relativamente più favorevole. Oggi, invece, l’Europa affronta la crisi con margini fiscali ridotti, crescita stagnante, produttività debole e una dipendenza energetica che continua a rappresentare un punto critico irrisolto.
La guerra in Iran potrebbe anche finire in poche settimane. Ma questo non garantirebbe affatto la fine della crisi europea. Perché il vero nodo non è Hormuz: è un modello economico che da anni cresce troppo poco per assorbire shock sempre più grandi. Insomma, l’ennesimo tassello che accresce sempre di più il mio scetticismo verso le istituzioni europee.
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