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POLITICI E GIORNALISTI HANNO CAMBIATO CASA SONO TUTTI NELL’AMMUCCHIATA DEI SALOTTI TV

Atualità & Amarcord / Marcello Martelli / 250

 C’era un tempo in cui la politica aveva un odore preciso: fumo di sigarette, volantini ciclostilati, sedie sgangherate nelle sezioni di partito. E il giornalismo aveva un suono riconoscibile: le rotative di notte, le discussioni in redazione, il telefono che squillava, mentre il cronista cercava una conferma prima di andare in stampa.

Erano mondi diversi, spesso perfino nemici, ma entrambi vivevano dentro luoghi reali. Oggi, invece, sembrano traslocati nello stesso appartamento: la televisione. E sempre più spesso si somigliano fino a confondersi. La crisi dei partiti tradizionali e dei giornali di carta non è soltanto economica o tecnologica. È soprattutto una crisi di presenza. I partiti hanno perso le sezioni, i giornali hanno perso le redazioni aperte alle città. Sono scomparsi quei posti dove il cittadino comune poteva entrare, discutere, protestare, raccontare un problema.

La politica e l’informazione, pur con tutti i loro difetti, avevano un contatto fisico con la società. Nelle sezioni di partito si litigava, certo. Ma si ascoltava anche il pensionato che non arrivava a fine mese, il giovane senza lavoro, il commerciante esasperato. Erano luoghi imperfetti, talvolta soffocanti, ma vivi. Così come le redazioni locali dei giornali: chiunque poteva bussare con una denuncia, una foto, una storia. Il cronista conosceva i quartieri, i sindaci, le paure della gente. Consumava le scarpe più che i tweet.

Poi è arrivata la lunga stagione della disintermediazione. I partiti hanno smesso di formare militanti e hanno iniziato a cercare telespettatori. I giornali hanno smesso di inseguire notizie e hanno iniziato a inseguire audience. La politica si è trasformata in talk show permanente; il giornalismo, troppo spesso, in commento continuo. Non conta più stare nei luoghi dove i problemi nascono, ma nei luoghi dove le telecamere riprendono.

Così il politico parla come un opinionista e il giornalista finisce per fare il politico. Entrambi abitano gli stessi studi televisivi, partecipano agli stessi salotti, usano lo stesso linguaggio semplificato, aggressivo, istantaneo. Il risultato è una grande confusione dei ruoli. Chi informa? Chi persuade? Chi cerca la verità e chi cerca consenso?

Lo spettatore fatica a capirlo. La televisione, e oggi anche i social, hanno accelerato tutto. Una frase urlata vale più di un ragionamento. Una polemica dura ventiquattr’ore e cancella quella precedente. La profondità è diventata un lusso, il dubbio una debolezza. Ma senza luoghi di confronto reale, senza comunità politiche e senza giornalismo radicato nel territorio, la democrazia si impoverisce.

Non bisogna però cadere nella nostalgia facile. Le vecchie sezioni erano anche apparati chiusi e ideologici. Molti giornali erano legati ai partiti o ai potentati economici. Non era un’età dell’oro. Però c’era una differenza fondamentale: esisteva il tempo dell’ascolto.

Oggi, invece, tutti parlano e quasi nessuno ascolta. Forse, il punto non è rimpiangere il passato, ma recuperare ciò che aveva di utile: la presenza nei territori, il contatto umano, la pazienza del confronto. Perché una politica senza popolo diventa propaganda, e un giornalismo senza strada diventa spettacolo. E quando politica e informazione smettono di camminare tra le persone, finiscono inevitabilmente per vivere sempre e soltanto sotto i riflettori.

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