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GUARDIAMO INDIETRO PER GUARDARE AVANTI

Valore & Valori / Mario Travaglini / 231

 Abbiamo superato da poco la mezzanotte e, come accade nei passaggi di soglia, lo sguardo corre all’indietro quasi per istinto. Il 2025 è stato uno di quegli anni che non fanno rumore, ma scavano in profondità. Nessuna grande rottura simbolica, nessun evento destinato a diventare un’icona, eppure la sensazione diffusa è quella di aver attraversato un crocevia. Un anno di transizione, in cui il mondo ha continuato a muoversi lentamente, sospeso tra ripresa e fragilità.

Sul piano economico, la crescita globale si è attestata intorno al 3,2%. Un dato che può apparire modesto, ma che racconta una resilienza tutt’altro che scontata. Dopo anni segnati da inflazione persistente e da una delle strette monetarie più aggressive della storia recente, le grandi banche centrali hanno iniziato a cambiare passo. La Federal Reserve e la Banca Centrale Europea hanno progressivamente ammorbidito i toni, aprendo la strada a una fase di allentamento monetario. Per famiglie e imprese questo ha significato credito meno oppressivo e un ritorno, seppur prudente, della propensione a investire.

Il quadro, tuttavia, è rimasto fortemente disomogeneo.

Negli Stati Uniti la crescita si è fermata intorno al 2%, con segnali di rallentamento già evidenti nei primi mesi dell’anno. Un’economia ancora solida, ma meno brillante, che inizia a scontare il costo cumulativo di tassi elevati, debito pubblico in espansione e incertezza politica.

L’Europa, dal canto suo, ha continuato a muoversi a passo ridotto, frenata da una domanda interna debole, da un’industria in affanno e da un commercio internazionale sempre più condizionato da fattori geopolitici. Le economie emergenti hanno mostrato dinamiche divergenti, spesso ostacolate da flussi finanziari volatili e da un contesto globale meno favorevole rispetto al passato.

Ed è proprio la geopolitica ad aver rappresentato, anche nel 2025, il vero elemento strutturale del ciclo economico. Economia e politica internazionale non sono più sfere separate, ma due facce della stessa medaglia.

 La Cina ha consolidato il proprio ruolo di potenza sistemica, non solo industriale ma tecnologica e strategica, utilizzando il controllo su terre rare, minerali critici e filiere manifatturiere come leva di pressione nei confronti dell’Occidente.

Gli Stati Uniti hanno risposto accentuando un protezionismo selettivo, ridefinendo alleanze, incentivi industriali e catene di fornitura in nome della sicurezza nazionale e della competizione strategica.

In questo contesto, la guerra in Ucraina non è stata solo un conflitto regionale, ma un fattore permanente di instabilità economica e politica. Ha ridisegnato i mercati energetici, accelerato il riarmo, frammentato ulteriormente il commercio globale.

Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale sono rimaste elevate, mentre nuovi focolai, dal Medio Oriente all’America Latina, hanno ricordato quanto il sistema internazionale sia oggi più fragile, più conflittuale, meno governabile. La globalizzazione, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni, appare definitivamente superata: al suo posto emerge un mondo fatto di blocchi, interessi nazionali e scelte strategiche spesso incompatibili tra loro.

Accanto a queste dinamiche, il 2025 ha visto avanzare processi meno visibili ma decisivi. L’intelligenza artificiale ha compiuto un salto di qualità, trasformandosi da promessa tecnologica a infrastruttura economica. Ha creato enormi opportunità produttive, ma ha anche alimentato timori concreti su occupazione, concentrazione del potere e controllo dei dati. La sovranità digitale è diventata una priorità politica, mentre il cambiamento climatico ha continuato a manifestarsi con eventi estremi sempre più frequenti, ricordando che la transizione energetica non è più una scelta ideologica, ma una necessità economica e industriale.

Guardando al 2026, le certezze restano poche. Le stime indicano una crescita mondiale compresa tra il 2,8% e il 3,1%. La disinflazione dovrebbe proseguire, offrendo margini per politiche monetarie meno restrittive, ma il sentiero resta stretto. Un’escalation geopolitica, un nuovo shock energetico, un attacco informatico su larga scala o semplicemente l’accumularsi di troppe incertezze potrebbero bastare a far deragliare un equilibrio già fragile.

E l’Italia?
Nel quadro europeo, il nostro Paese si è mosso meglio di quanto molti osservatori prevedessero, ma resta sospeso tra opportunità e rischi strutturali. La stabilizzazione finanziaria, il miglioramento della percezione sui mercati e una gestione più prudente dei conti pubblici hanno restituito credibilità. Ma le debolezze di fondo non sono scomparse: bassa produttività, demografia sfavorevole, ritardi infrastrutturali, un sistema industriale che fatica a scalare la catena del valore.

L’Italia ha davanti a sé una finestra temporale preziosa, ma non infinita. La transizione digitale ed energetica può diventare un volano di crescita solo se accompagnata da riforme, investimenti mirati e una visione strategica che vada oltre l’orizzonte elettorale.

Il 2026 non sarà un anno facile, e difficilmente sarà un anno trionfale. Ma potrebbe essere l’anno in cui, dopo aver assorbito molti colpi, il sistema globale — e l’Italia al suo interno — inizierà a trovare un nuovo punto di equilibrio. Un equilibrio meno rassicurante di quello del passato, ma forse più realistico.

Con l’augurio di un 2026 più stabile, non resta che fare ciò che i tempi richiedono: restare vigili, adattarsi rapidamente e non sprecare le occasioni che questa fase di transizione, nonostante tutto, continua a offrire. La prossima settimana proveremo a  “leggere le carte” della geopolitica e a imbastire una previsione più dettagliata nel campo degli investimenti.

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