Il Limite / RANIERO REGNI / 231
Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli la guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo R. Kapuscinski |
L’educazione è l’arma della pace M. Montessori |
Nel cuore dell’Europa, non solo nei palazzi della politica ma persino nelle case, si sente parlare quotidianamente di guerra. E le giovani madri ricominciano ad essere preoccupate per i loro figli per i quali si prospetta un futuro di addestramento militare e di guerra. Le parole non sono innocenti, le parole pensano spesso al nostro posto e, come ci ha ricordato in maniera definitiva L. Wittgenstein, “i limiti del mio mondo significano i limiti del mio linguaggio”.
Fino ad oggi, per tutte le generazioni nate dopo la catastrofe immane della seconda guerra mondiale, che per le vecchie generazioni era stata l’Apocalisse e per le nuove generazioni rappresentava invece il Diluvio, la parola guerra sembrava oramai dover scomparire dal vocabolario. Per quelle generazioni a cui appartiene anche chi scrive, erano vivi i ricordi dei nonni e delle nonne relative alla prima guerra mondiale, i racconti dei padri e delle madri relativi alla seconda guerra mondiale. L’orrore e la paura vissute si facevano palpabili in quelle storie e ci consegnavano un grande messaggio che noi abbiamo assorbito fino in fondo: mai più la guerra!
Noi siamo nati e cresciuti nel mito della pace. Potevamo giuocare con i soldatini da bambini, avere fucili a tappi o carabine ad aria compressa da ragazzi, leggere (almeno i maschi!) fumetti di guerra, ma il mito della guerra non poteva più agitare i nostri cuori. Da quella temperie culturale sono venute: il rifiuto della guerra scritto a chiare lettere nella nostra Costituzione, la fondazione dell’Unione Europea come impedimento della guerra, le leggi sull’obiezione di coscienza che videro, tra l’altro, la splendida lettera di Don Milani ai cappellani militari in difesa degli obiettori che rifiutavano di indossare la divisa e di fare uso delle armi, le marce della pace guidate dal “Gandhi italiano”, il filosofo e pedagogista Aldo Capitini, le proteste contro la sporca guerra del Vietnam, e su su fino all’abolizione del servizio militare obbligatorio, quel servizio militare che chi scrive aveva cercato di evitare in tutte le maniere.
Gli ottant’anni di pace di cui ha goduto gran parte dell’Europa fino ad oggi le vengono quasi rimproverati dalle grandi potenze, come Usa e Russia, come una forma di rammollimento del carattere, una forma di oblio irrealistico della durezza del mondo. Mentre dovremmo davvero rimproverare altri di aver dimentico che cosa hanno significato le due guerre mondiali, con i loro carichi di orrore, per invocare un riarmo e una nuova preparazione alla guerra. Ma, da più parti, si parla della necessità della difesa europea, che appare ragionevole, senonché per realizzarla dovremmo prima avere gli Stati Uniti d’Europa, almeno a sei nazioni, come fu per quegli stati che all’inizio parteciparono alla sua fondazione e poi alla creazione dell’eurozona, capaci di mettere in atto davvero una politica estera comune. Ci si preoccupa di una guerra che si dichiara sempre di tipo difensivo e mai offensivo, ignorando che quando si producono le armi si finisce sempre per usarle.
Certo, tutto questo clima ha una causa, almeno dalle nostre parti, ed è la guerra che la Russia ha scatenato con l’invasione dell’Ucraina. È vero che questo conflitto trova i suoi prodromi nel fallimento della politica estera dell’Unione Europea e nell’espansione della Nato, ma è altrettanto vero che si tratta di un’aggressione. E allora si chiama in causa il concetto di guerra giusta. Ma dovremmo invece decostruire questo concetto mostrando come ogni guerra sia sempre una catastrofe, la quale si lascia dietro una infinita scia di lutti e di vendette, e ogni forma di ingiustizie, che poi devono essere risarcite.
Dicevamo del potere delle parole e allora dovremmo provare a disarmare lo stesso linguaggio bellicista, provare a disarmare il linguaggio. Ma come è possibile? Dove trovare una terza via tra la politica della forza, della prepotenza imperiale e quella della guerra giusta, ma comunque guerra, come tragica necessità? Credo che la strada sia sempre quella del dialogo.
Ed ecco la verità contenuta nella frase del giornalista e scrittore polacco Kapuscinski, che abbiamo scelto come esergo del nostro articolo. Da quando esiste la nostra specie, i gruppi umani hanno sempre avuto tre possibilità di azione degli uni nei confronti degli altri. Farsi la guerra, distruggere, sottomettere, assimilare, il gruppo nemico. Oppure costruire dei confini sicuri, difesi da muri invalicabili, in modo tale da evitare i contatti e quindi i conflitti. Queste due strade, che appaiono le più realistiche e ragionevoli, oggi sono di fatto, non solo non auspicabili ma, in fin dei conti, impossibili. Se si spinge la logica della guerra fino in fondo si arriva al conflitto atomico autodistruttivo. Se si sceglie la costruzione dei muri ci si accorge che non si possono costruire muri alti fino al cielo, capaci di tenere fuori le telecomunicazioni o l’inquinamento o le radiazioni. Allora rimane quella via che invece, in tempi di ferro come si annunciano i nostri, sembra essere quella più irenica e irrealistica, messa in atto da persone che vengono criticate come anime belle.
Una bocca che parla non morde, è stato detto, ed è vero. Il parlarsi, il dialogo è in realtà la via più realistica e meno distruttiva, anche se non è affatto facile e priva di attriti. Ma perché sia possibile il dialogo ci vuole l’educazione al dialogo.
Educazione e pace è il titolo di un libro di M. Montessori pubblicato per la prima volta nel 1949, che raccoglie quindici conferenze tenute tra 1932 e il 1939, messe assieme come documento anche per la sua candidatura al premio Nobel per la pace (Montessori fu infatti candidata nel 1949, nel 1950 e nel 1951). In questo libro si trovano le domande e le risposte giuste al nostro problema. Qual è l’origine del male e quindi anche della distruttività e della guerra? È nel modo in cui noi umani alleviamo ed educhiamo i nostri figli. Esiste infatti una sorda e millenaria lotta tra adulti e bambini che noi chiamiamo educazione ma che in realtà fraintende i reali bisogni dell’infanzia. Dal parto allo schiaffo, dai capricci alle punizioni, l’infanzia subisce da sempre e in ogni luogo, ma con modalità educative diverse, una violenza opaca e impenetrabile perché avviene alle spalle della coscienza individuale e collettiva, sin dai primi anni di vita. Questa è la “pedagogia nera”, una specie di ombra, di negativo della migliore educazione moderna. “L’incomprensione tra adulto e bambino – scrive Montessori – provoca la tragedia dei cuori umani”. Occorre rifarsi al bambino perché in lui ci sono le chiavi per risolvere gli enigmi dell’umanità. Occorre valorizzare l’istinto sociale del bambino. Mentre storicamente, osserva Montessori, è una fatalità che i potenziali dei bambini siano stati capiti proprio dai figli delle tenebre del ‘900, dalle potenze che cercano la guerra. Infatti, “coloro che vogliono la guerra preparano la gioventù alla guerra; ma coloro che vogliono la pace hanno trascurato l’infanzia e la giovinezza, giacché non hanno saputo organizzarle per la pace”. Sottoposto ad una educazione negativa, sottomesso ad un regime competitivo in cui l’unica virtù che gli viene presentata come degna di incoraggiamento e di premio è sempre e soltanto quella di superare e di vincere i compagni, “il bambino compie il crudele sforzo di nascondere se stesso, seppellendo nel suo subconscio tutta una vita che vorrebbe espandersi… e con tale fardello nascosto, va ad arruolarsi tra gli eserciti del mondo. La questione dell’educazione rispetto alla guerra e alla pace è questa e non riguarda il contenuto della cultura. Si parli o no di guerra ai bambini, si adatti in un modo o nell’altro la storia dell’umanità ad uso dei fanciulli, ciò non cambia nulla al destino della società”. Il problema non è la guerra o la pace ma l’educazione.




