Il Limite /166
di Raniero Regni
| Raniero Regni ci regala ogni domenica, ormai da centosessantasei settimane, nella sua Rubrica “Il Limite”, pezzi di gran pregio improntati alla salvaguardia della natura. Lì porta avanti tesi che servono a tutelare le generazioni che verranno, i figli dei nostri nipoti come ama definirli.
Sul tema, abbiamo pubblicato di recente il libro “Il Limite. Questo impegno ci riguarda”, dove sono raccolte le sue riflessioni, le critiche e le proposte caratterizzate da forte sensibilità educativa. La scorsa settimana il filone dedicato all’ambiente si è interrotto perché l’Accademico eugubino ha scelto di affrontare la tematica della “finitudine” umana in contrasto con il bisogno di “immortalità”, racchiudendo questi due termini nel titolo del suo articolo, dove sottolinea l’ineluttabilità della morte e fa aleggiare ancora il concetto di limite. Una sorta di premonizione perché la sera stessa in cui ha terminato di scrivere il pezzo è sopraggiunta la morte della Signora Emma, la sua adorata mamma. Qui di seguito offriamo ai lettori il discorso di commiato che il nostro Raniero ha rivolto alla madre sul Sacrato della Chiesa in occasione della cerimonia funebre. Un saggio di forte valenza educativa, che, pur nella originalità della storia della famiglia Regni, è un inno a tutte le mamme, alle donne che ci hanno dato la vita. Quella vita che, paradossalmente, proprio alle persone che ,come la cara Emma, vivono più a lungo dona “il corpo che tiene prigioniera un’anima in una gabbia sempre più stretta” La pregnanza di amore filiale, di riconoscenza e di umanità sono da riproporre ai figli di domani.. La commozione di Raniero Regni è contagiosa. Per noi di Centralmente- La Rivista, è un onore poter pubblicare le sue parole. PLP |
…l’uomo è stato creato per essere un inizio. Non siamo fatti per finire. Siamo fatti per cominciare, eppure dobbiamo sempre dire addio…. |
Come ho scritto la scorsa settimana, mia madre Emma se ne è andata nella notte di venerdì 19 luglio. Quelle che seguono sono le parole che ho provato a dire in chiesa, mentre la voce si rompeva nel pianto e l’immagine scompariva dai miei occhi dietro un cespuglio di lacrime. Lacrime, come canta una canzone, “luce che cade dagli occhi”.
Sono figlio di un padre piuttosto taciturno e di una madre piuttosto loquace. In me ho sempre sentito una tensione essenziale tra la parola e il silenzio. Quello che puoi dire vale davvero più del silenzio? Ma oggi devo dire qualcosa a mia madre, che mi ha insegnato a parlare.
Un ingorgo, un groviglio di pensieri e di ricordi che non riesco a decifrare, che fanno piangere. Sono sopraffatto dai ricordi. Che cosa ne farò? Tante domande. Chiedo scusa se queste mie parole sono piene di punti interrogativi. Mi è stato insegnato che un discorso non ne deve contenere molti.
La morte ha bussato alla porta della nostra casa e ha chiesto la vita di mia madre, di nostra madre. La mamma è morta, ma questo non è possibile. Non è possibile che chi ti ha dato la vita sia morto. Ad un figlio, ad una figlia, una madre non muore mai. Il testimone più durevole della nostra vita, della totalità della nostra biografia, chiude gli occhi per sempre e tu non sentirai mai più la sua voce, fino alla fine dei tempi. Quegli occhi che ti hanno visto per primi, quella voce che ti ha parlato per prima, prima addirittura che tu nascessi.
Sì, è morta prematuramente a quasi 96 anni. La morte ci sorprende sempre e ci colpisce come qualcosa di innaturale, di inutilmente crudele. Perché noi siamo fatti per vivere. Initium ut esset creatus est homo, ha scritto S. Agostino, l’uomo è stato creato per essere un inizio. Non siamo fatti per finire. Siamo fatti per cominciare, eppure dobbiamo sempre dire addio.
Forse lei adesso si è incontrata con mio padre, suo marito Vincenzo, che se ne è andato tanto tempo fa, con la zia Pina e lo zio Ferruccio, con sua madre e suo padre, con la zia Erminia e con il nostro cugino Marietto, morto adolescente. Con tutto quel mondo degli scomparsi. Oramai la lista degli assenti è lunghissima.
Che cosa ho imparato dagli occhi di mia madre in questi mesi di immobilità, inchiodata alla poltrona o al letto? Un corpo che teneva prigioniera un’anima in una gabbia sempre più stretta. Qual è stata la sua ultima lezione? Che cosa non ho imparato o dovevamo imparare? Uno sguardo attaccato alla realtà, senza alcuna prospettiva. Non potersi distaccare dalla vita, prendere le distanze, quando il vivere diventa sopravvivere.
Ho visto entrare mia madre lentamente nella nebbia del non essere. Guardandola negli occhi, tenendole la mano.
Sei partita per il paese dell’anima, mamma. Un altro viaggio di quelli che ti piacevano tanto. Non potrò rivederti che nell’eternità? In un altro luogo e ben lontano da qui e troppo tardi.
Chi è stata mia madre? Una donna che ha cresciuto tre figli e ha governato la casa. Il primo aspetto della sua personalità è l’intelligenza, era il suo modo di amare, quello di fare che in modo che i conti tornassero. Quando diceva una cosa ci aveva ragionato sopra. Non viveva di intuizioni, ma di ragionamenti. Magari non le carezze e i gesti di affetto ma la lucidità di risolvere i problemi e pianificare la vita della famiglia. Non gravare mai con le proprie preoccupazioni che teneva per sé, cercare di far fronte da sola alle difficoltà. Presentare il problema assieme alla soluzione. La razionalità piuttosto che l’affettività.
Una donna curiosa e che amava la cultura come bisogno e che ha trasmesso, a noi figli, assieme a nostro padre, questa postura intellettuale e morale.
Una donna, una moglie rimasta vedova abbastanza presto, dopo la scomparsa del babbo, rimasta sola a prendere tante decisioni. Libera e autonoma, come era sempre stata, ma sola. Perché comunque noi, i suoi figli avevamo la nostra vita. Forse anche di questa solitudine non ci siamo accorti e lei ha cercato una compensazione nelle amicizie che ha coltivato in questi decenni. Le sue grandi amiche, le cui superstiti ho visto sfilare in questi due giorni davanti a lei.
Mi sono chiesto più volte se noi siamo stati dei buoni figli? La domanda resta. Certo lei era molto orgogliosa di noi. Come lo è sempre una madre che vive per i figli e attraverso i figli, le nipoti e i nipoti.
Una lunga vita ben spesa, la sua, come moglie, madre, insegnante elementare per più di quarant’anni. Una rappresentante di quella classe magistrale che ha vissuto l’epopea eroica dei maestri e delle maestre del dopoguerra, dalle scuole serali alle pluriclassi in montagna. Tre figli, cinque nipoti, due bisnipoti. Non ci sarebbe altro da dire. Eppure mi sembra di non aver detto niente.
Poi ci sono questi ultimi, duri anni di invecchiamento, di progressiva perdita di ogni forza, fino alla fine. Ce l’aspettavamo, eravamo preparati? In questi ultimi due anni abbiamo passato in rassegna tutti gli argomenti del caso. La sofferenza, l’immobilità, la perdita delle proprie capacità, la difficoltà a comunicare. Abbiamo detto: basta che non soffra. Ci siamo augurati di non dover ricorrere a nessun accanimento terapeutico e così è stato. Ma che cosa abbiamo imparato da questa solitudine che la imprigionava sempre di più? Abbiamo imparato ad essere persone migliori? Più buone ed empatiche con i bisogni degli altri? Lo spero, me lo auguro. Lo auguro soprattutto alle nuove generazioni, ai figli e ai nipoti che devono ricordare la lezione di questa loro antenata che era tanto orgogliosa di loro. Ammirare i migliori e aiutare i più deboli, imparare ad essere autonomi, a farcela da soli e imparare a collaborare con gli altri. Queste le sue lezioni. Questa morte deve essere un’altra occasione per diventare migliori, persone più umane.
Mia madre era credente, non solo praticante. Ha pregato con le labbra fino a che ha potuto, poi ha continuato con il cuore. La messa in televisione ogni sera dopo il rosario. La cercava e credo che ne abbia tratto un conforto. In questa fede ci ha cresciuti. Ma, recentemente, ho trovato molto vera una frase del Vangelo di Marco, Io credo, Signore; soccorri la mia incredulità! Un’implorazione più vera per me che per lei.
Concludo con due ringraziamenti. Denken ist danken, diceva un filosofo, pensare è ringraziare. La gratitudine è l’essenza del pensiero. Grazie mamma. Non ti abbiamo mai ringraziato abbastanza. Ma non si ringrazia la persona a cui si deve tutto.
E poi, grazie alle persone che si sono prese cura di te, quotidianamente. Grazie a Eni, Drita, Valentina, Graziella, persone che ti sono state vicine, che si sono comportate come figlie e amiche sino all’ultimo respiro. Grazie agli infermieri che ti hanno curato a casa. Grazie.
Concludo queste poche righe con la preghiera che una delle sue nipoti, mia figlia, ha recitato per salutare la nonna, la benedizione della comunità di Romena:
Possa la via crescere con te
possa il vento essere alle tue spalle
possa il sole scaldare il tuo viso
possa Dio tenerti nel palmo della Sua mano.




