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NIKOS ORFANIDIS E L’EREDITÀ DELLA TRAGEDIA DEL 1974

Quando nel 1974 i turchi invasero Cipro, occupandone quasi la metà, Nikos Orfanidis aveva 25 anni. Quegli eventi drammatici si impressero a fuoco nella sua memoria, non solo come ricordi indelebili ma anche come visioni persistenti che hanno continuato a tormentare la sua psiche. La tragedia del 1974 non fu solo un’invasione militare, ma anche un conflitto di natura religioso-razziale, le cui cicatrici sono ancora vive e pulsanti.

La poesia di Orfanidis nasce da questa esperienza di trauma e perdita. Gli orrori vissuti durante l’invasione turca di Cipro sono diventati il fulcro di una narrazione poetica che riflette una lotta interiore incessante. La pulsante incombenza nemica sul suolo patrio rappresenta solo una parte del dolore. La valenza sentimentale più profonda e forse più dolorosa risiede negli attriti interni alla nazione, attriti che, in modo proditorio, hanno continuato per decenni a erodere qualsiasi speranza di coesione e unità nazionale.

Orfanidis, attraverso i suoi versi, denuncia la frattura sociale e politica che ha seguito l’invasione. I suoi versi non sono solo la cronaca degli eventi, ma un grido di dolore testimone della frammentazione della sua patria e del suo popolo. La sua narrazione poetica è un richiamo alla memoria collettiva, un tentativo di mantenere vivo il ricordo di un’ingiustizia mai sanata.

La capacità di Orfanidis di trasformare il dolore in arte è ciò che rende la sua poesia così potente. Egli non si limita a descrivere la devastazione; la sua opera si immerge profondamente nei sentimenti di perdita, rabbia e disperazione, trasmettendo al lettore una comprensione viscerale della tragedia. Anche quando descrive i momenti più oscuri, come l’uccisione della “dolcezza cipriota del meriggio e della sera” da parte dei turchi, Orfanidis riesce a trovare la forza per evocare immagini di struggente bellezza e malinconia, come “la salsedine e i profumi vesperali inondare il cielo malato”.

L’eredità di Orfanidis è quella di un poeta che non ha mai smesso di lottare contro l’oblio. La sua poesia è una testimonianza viva e palpitante di un passato che continua a influenzare il presente. In un contesto dove gli attriti interni e le divisioni persistono, la sua opera rimane un monito alla necessità di ricordare e di cercare una coesione che, seppur difficile, è l’unica strada per guarire le ferite di una nazione. ( R.P.)

Nikos Orfanidis è nato a Kithrea,nel Comune di Lefkossia (Nicosia) nel 1949. Laureato in Filosofia presso l’Università di Creta. Già docente nell’istruzione media, ha ugualmente insegnato filosofia all’Accademia Pedagogica. Poeta, prosatore e saggista, ha pubblicato tredici libri di poesia, ventitre volumi di prose varie (racconti, critiche letterarie, saggi), nonchè tre volumi di tematoche filoosofihe. Premio Statale di Poesia nel 1989, ha inoltre ottenuto, per la saggistica, i Premi del Ministero dell’Istruzione negli anni 1982, 1997 e 2003

IL POSTINO DELL’INVISIBILE CITTA’ DI KITHREA

Arriva tutte le sere
con quella sua vecchia bici
il postino
sale su per le vie
gironzola nei vicoli di Kithrea
afflitto da morire
con tutte quelle lettere non recapitate
dimenticate dopo tanti anni
nei vecchi scatoloni.

Bussa alle porte
le finestre stridono
sbigottite si aprono si chiudono
non c’è più nessuno lì
il postino non smette di bussare alle porte
sulla sua bici arrugginita
con quelle lettere non recapitate
e tutti gli inquilini sono spariti
negli invisibili paesaggi.

GLI AUTOCARRI

Per anni viaggiamo
caricati sugli autocarri
con l’incerata fin giù abbassata
solo attraverso la fessura possiamo scorgere
gli alberi della campagna che scorrono
e le case capovolte
e il mare come la bandiera
in alto issata nel cielo rovesciata
a lavarci trasparente.
Così supino disteso
viaggi la notte
dentro le radici degli alberi
nella nota postura dei morti
le mani in croce sul petto, immobili
e tutti quegli uccelli che ti cullano
o sciabolano il cielo gioiosi.

Ci portano via con le macchine

A Dimitris Kosmòpulos

Ci portano via con le macchine
in mezzo ai fiori
la montagna la nuvola il bosco denso ci segue
i gigli e le rose e i garofani
ed altre piante aromatiche
e le mirofòre
così ci depongono e in fretta vanno via
si allontanano finalmente
e noi nelle buche e nei corridoi sospiriamo
proviamo a rigirarci sull’altro fianco
a dormire
e poi arrivano gli uccelli
per dissimularsi
dentro il fogliame
e i rettili
che lucertole!
una vera festa ogni mattina con lo stormo degli uccelli
che viene giù
gli uomini si ritirano
incravattati nei loro vestiti da cerimonia
così restiamo sempre soli
in mezzo ai fiori
proviamo a respirare
stiamo dentro i fiori
che cominciano ad appassire
e un mattino arriva il guardiano il camion
comunale dell’immondizia per raccoglierli
lo sentiamo mentre si avvicina
udiamo le grida dell’autista
e quel giradischi a tutto volume
che suona nella notte canzoni popolari
raccoglie ciò ch’è rimasto
e allora rimaniamo completamente soli
ricominciamo da capo
mentre ci restituiscono il nostro corpo
ormai diventato tutto nostro
saliamo sulle nuvole
ci avviamo per le strade
nei viaggi che non abbiamo mai fatto
andiamo nelle strade di montagna
dentro il mare
dentro l’onda salsa
che ci dilava
che ci pulisce il corpo
dalle ferite della morte
ce ne andiamo sopra invisibili veicoli, alianti
quanti treni, quanti autobus ci vengono dietro,
quante città perdute,
quanti angeli e arcangeli,
e che luce dappertutto.

Traduzione di Crescenzio Sangiglio

 

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