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IL CORPO COME MISURA DEL MONDO: FENOMENOLOGIA E PRESENZA NELLA SCULTURA DI ANTONY GORMLEY

Lo statuto dell’opera di Antony Gormley si colloca in modo paradigmatico all’interno delle pratiche scultoree contemporanee che interrogano il rapporto tra corpo, spazio e percezione. La sua ricerca, sviluppatasi a partire dagli anni Ottanta, si inscrive in un contesto postminimalista e postconcettuale, in cui la scultura abbandona definitivamente la funzione rappresentativa tradizionale per farsi dispositivo esperienziale e fenomenologico. In questo senso, Gormley si configura non solo come uno degli scultori più celebrati della contemporaneità, ma come un autore capace di ridefinire le coordinate ontologiche della scultura pubblica.

L’elemento fondativo della sua pratica è il corpo umano, inteso non come oggetto da rappresentare bensì come misura del mondo e strumento di conoscenza. L’uso del proprio corpo come matrice — attraverso calchi diretti — introduce una dimensione autoriflessiva che richiama le istanze della Body Art, pur distaccandosene per l’assenza di performatività esplicita. Il corpo di Gormley diviene piuttosto un “archetipo”, un significante universale che trascende l’individualità per alludere a una condizione umana condivisa. Tale approccio si manifesta già nelle opere iniziali e trova un punto di svolta in Bed (1981), lavoro in cui la materialità organica del pane e il gesto del consumo inscrivono il corpo in una dinamica di presenza/assenza, anticipando questioni centrali nella sua produzione successiva.

A partire da questo momento, la ricerca di Gormley si orienta verso una progressiva riduzione formale ed una serialità che dialoga con il Minimalismo, pur mantenendo una tensione antropomorfica. Le sue figure, spesso semplificate e prive di tratti distintivi, si collocano in una zona liminale tra il figurativo e l’astratto. Questa ambiguità percettiva destabilizza lo spettatore, che riconosce la forma umana ma ne percepisce al contempo l’estraneità. In questo senso, opere come i progetti Field — che gli valsero il Turner Prize — radicalizzano il rapporto tra osservatore e osservato: la moltitudine di figure in terracotta, tutte rivolte verso il pubblico, trasforma lo spazio espositivo in un campo di tensione visiva e psicologica, nell’annullare la distanza tra soggetto e oggetto.

Altro aspetto cruciale della poetica di Gormley è l’uso di materiali industriali quali ghisa, acciaio e cemento. Questi materiali, connotati da pesantezza e durabilità, instaurano un contrasto significativo con la vulnerabilità intrinseca della forma umana. dove fra dialettica, fragilità e permanenza si riflette una tensione tipicamente contemporanea tra transitorietà dell’esperienza e aspirazione alla durata, nell’inscrivere le opere in una dimensione temporale estesa che supera la contingenza del presente.

La piena maturazione della sua ricerca si manifesta negli interventi di arte pubblica su larga scala, in cui la relazione tra corpo e ambiente diventa centrale. In opere come Another Place (1997), installata sulla costa di Crosby, o Event Horizon (2007), realizzata a New York, le figure umane vengono disseminate nello spazio urbano o naturale, dove generano una costellazione di presenze che alterano la percezione del paesaggio.

In Another Place, le cento figure rivolte verso il mare evocano una dimensione contemplativa e quasi metafisica, mentre in Event Horizon la collocazione delle sculture sui tetti e lungo le strade introduce un elemento di spaesamento che interroga la sicurezza percettiva dello spettatore.

 

Analogamente, opere come 6 Times e soprattutto Angel of the North evidenziano la capacità di Gormley di coniugare scala monumentale e introspezione. Quest’ultima, situata in un ex sito minerario, si configura come un’icona della memoria industriale e della resilienza collettiva, trasformando un luogo di sfruttamento in uno spazio di riflessione simbolica. L’opera assume così una valenza quasi totemica, inscrivendosi nella tradizione della scultura pubblica monumentale pur sovvertendone le retoriche celebrative.

Dal punto di vista curatoriale, l’opera di Gormley si presta a essere letta come un’indagine sullo statuto dello spettatore nella contemporaneità. Le sue installazioni non si limitano a occupare uno spazio, ma lo attivano, nel rendere il fruitore parte integrante dell’opera. La sua pratica si avvicina a quella di artisti che concepiscono l’arte come esperienza situata e relazionale, pur mantenendo una specificità legata alla centralità del corpo.

Antony Gormley occupa una posizione di rilievo nel panorama artistico contemporaneo in quanto autore capace di sintetizzare istanze diverse — dal Minimalismo alla fenomenologia, dalla scultura pubblica alla riflessione esistenziale — in un linguaggio coerente e riconoscibile. In un’epoca segnata da processi di smaterializzazione e virtualizzazione, la sua insistenza sulla fisicità del corpo e sulla presenza nello spazio assume un valore critico particolarmente significativo.

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