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Per amore del futuro. I giovani tra speranza, immaginazione e rassegnazione

IL LIMITE / Raniero Regni / 244

 Si dice che i giovani rappresentino il futuro. In realtà, essi non rappresentano ma sono letteralmente il futuro. Nella dialettica delle generazioni, nel presente del rapporto tra coetanei e contemporanei, essi sono il futuro, perché vivranno quei tempi che agli adulti e agli anziani non sarà dato di vivere e conoscere.

Adolescenti e giovani rappresentano il nuovo, sono le nuove forze biologiche e sociali che permettono ad una società di continuare nel suo metabolismo. Pur vivendo nel presente sono tesi verso il futuro, vedono la possibilità e il cambiamento dove altri, i vecchi adulti al potere, vedono solo la necessità e la ripetizione del passato. Ma, come è stato detto, “ieri il futuro era migliore”. Chi è stato giovane o adulto nell’ultimo ventennio del XX secolo era carico di ottimismo. Chi, ad esempio, ha vissuto la caduta del muro di Berlino ha pensato per un attimo che tutti i muri sarebbero crollati, che tutte le frontiere sarebbero state abbattute, che il mondo e la società sarebbero diventate sempre più aperte, che la contrapposizione tra blocchi geopolitici sarebbe stata superata dalla forza coesiva della globalizzazione che costringeva a collaborare anche coloro che erano distanti.

Se per i giovani della seconda metà del secolo scorso il futuro era una promessa, per i giovani del primo ventennio del XXI appare sempre più come una minaccia. Le forze divisive dei nazionalismi, dei populismi e degli imperialismi, in ultima istanza, degli egoismi sociali di ogni genere, si sono di nuovo sollevate. Nuvole nere cariche di guerra si levano, oscurando l’orizzonte. A loro volta contenute in nuvole ancora più minacciose, e destinate purtroppo a restare, come quelle sollevate dal riscaldamento globale e dalla crisi ambientale.

Certo, indubbiamente i giovani di oggi, almeno nella parte ricca del mondo, hanno avuto molte opportunità, hanno potuto viaggiare e consumare, hanno avuto la possibilità di aprirsi al mondo e tante libertà di scelta. Ma, forse, hanno avuto il superfluo ed è mancato loro il necessario. Sono stati affidati al marketing e al mercato, sono stati consegnati agli smartphone e ai social, hanno vissuto on line nel mondo delle non-cose, nell’infosfera. Sono stati adescati dagli algoritmi che governano tutti gli strumenti con cui giocano e comunicano, che si basano sull’engagement, ovvero la capacità dei contenuti proposti di generare negli utenti delle continue reazioni fino ad arrivare alla dipendenza. E, come ha scritto R. Luna, “i social network hanno smesso di essere social, per essere solo network: macchine per l’intrattenimento personale di miliardi di persone”. E questo sfruttando tutte le vulnerabilità psicologiche del mondo giovanile, facendo in modo che una volta catturati soprattutto i giovani non ne escano più. La distorsione della realtà provocata dai social li ha impegnati in una vita sugli schermi, con conseguenze gravi per il loro cervello, la loro attenzione, le loro menti, i loro cuori, le loro emozioni, le loro passioni, i loro desideri, la loro anima. Il dono di Internet, come ora quello dell’Intelligenza Artificiale, si sono rivelati per i giovani come dei doni avvelenati. Quegli “Hippie degenerati della Silicon Valley”, i padroni delle Big-tech, mettendo il profitto prima di ogni considerazione relativa alla salute mentale, hanno trasformato la vita quotidiana del mondo giovanile in una specie di arena dove competere ed esibirsi, portando il narcisismo fino all’autodistruzione, generando ansia e depressione, cinismo e rassegnazione.

Ma il furto più grande a cui sono stati sottoposti i giovani non è solo quello del tempo e della serenità, ma quello dell’immaginazione. Ma di chi è la colpa? È chiaramente colpa di noi adulti, delle generazioni dei padri e dei nonni. Le nostre generazioni si sono permesse il lusso dell’immaginazione, della speranza, della certezza del cambiamento positivo e persino della rivolta. Dimensioni fondamentali per l’esistenza umana, che hanno contribuito però a sottrarre ai loro figli e nipoti. Gli adulti parlano dei giovani, come sto facendo io ora, e non li ascoltano e non cercano davvero di capirli. Anche per questo, tutti i “geniali” analisti che scrivono sui giornali e fanno opinione non hanno capito che stava arrivando un’ondata di voto giovanile favorevole al “no” nel recente referendum. Il fatto che nessuno l’abbia prevista fa dubitare della lucidità degli opinion maker di casa nostra, ma rappresenta la prova della cecità del mondo adulto nei confronti dei bisogni giovanili. Era prevedibile che di fronte alle ingiustizie e alle crudeltà perpetrate in Ucraina e a Gaza, che di fronte alla follia della guerra e alla separazione della prosperità economica dalla democrazia, abbiano reagito. Che cosa dovevano fare? Non vivono mica su di un altro pianeta!

I giovani assieme ai bambini rappresentano il meglio della umanità e avrebbero diritto al meglio. Avrebbero ed hanno diritto alla speranza e all’immaginazione. Che cos’è l’immaginazione? È la capacità di aprirsi ad un possibile che è più ampio del reale, di non accettare quello che è, il diritto di non rassegnarsi al peggio. È un modo di far presente l’assente e il desiderabile. Immaginare, provare ad essere altro e quindi ad empatizzare con l’altro e l’altrove. L’immaginazione può essere ingenua e velleitaria ma il più delle volte è invece vitale e produttiva, proprio nel suo sfuggire al controllo degli adulti.

L’immaginazione è, come direbbe un geniale studioso del mondo giovanile, S. Laffi, il super potere dei giovani, è una facoltà generosa che vuole la liberazione per tutti. Essa parte da un’insoddisfazione per il presente e per questo è capace di produrre futuro. Non è una fuga, direbbe Montessori, a cui spesso si riduce la fantasia, ma è un atto del pensiero con cui si esplora il regno del possibile e si prefigura il miglioramento, “l’immaginazione è uno sforzo per la ricerca della verità”.  È nutrita dal desiderio di altro, immaginando strade diverse da quelle che ci conducono al disastro. Dell’immaginazione sociale e culturale, esistenziale e morale dei giovani abbiamo assolutamente bisogno. Immaginare è l’unico modo per abitare un tempo che non c’è più come il tempo storico, ma anche un tempo che non c’è ancora, il tempo del futuro. Un futuro umano, costruito dai giovani e non prodotto dal mercato.

Se è vero che la saturazione è una forma di censura dell’immaginazione, dovremmo lasciare spazio ai giovani, senza saturarli con la nostra pigrizia mentale e i nostri discorsi, magari aprendo mondi insieme. Per questo termino con i consigli, che il già citato Laffi, dà a noi adulti e anziani nel suo discorso sull’immaginazione dei giovani come antidoto alla rassegnazione, in modo da sfuggire all’autocompiacimento adulto e aprirsi davvero all’altro: fuggire il radicamento; sgonfiare l’Io; spostarsi dallo specchio; mettersi un po’ scomodi; parlare con sconosciuti; sedersi a caso; leggere un giornale che non si legge mai. Forza ragazzi e ragazze, riprendetevi il mondo, c’è sempre un’alternativa, per amore del futuro.

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