Home La Rivista IL PARADOSSO DELLA SINISTRA CHE DIVENTA CONSERVATRICE

IL PARADOSSO DELLA SINISTRA CHE DIVENTA CONSERVATRICE

Attualità /Marcello Martelli / 241

 PAURE E INVETTIVE PER CONGELARE IL DISCUSSO CSM

Riforma già proposta dalla sinistra Dc nel 1974

Nel dibattito politico italiano c’è una strana amnesia selettiva. Ogni volta che si propone di intervenire sull’assetto della giustizia o sul funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura, si alza immediatamente il coro dell’allarme democratico: si parla di attentati alla Costituzione, di derive autoritarie, di attacchi all’indipendenza della magistratura. Eppure la storia racconta qualcosa di molto diverso.

Già nel 1974, all’interno della Democrazia Cristiana, la cosiddetta sinistra Dc – con figure come Gerardo Bianco, Tina Anselmi e Guido Bodrato – tentò di mettere mano proprio all’articolo della Costituzione relativo al Csm. Non si trattava di provocatori o di nemici delle istituzioni: erano esponenti di primo piano della cultura democratica italiana, cresciuti nella Resistenza e profondamente legati all’equilibrio costituzionale. E tuttavia vedevano già allora i problemi che oggi occupano le prime pagine: il rischio di corporativismo, le dinamiche interne alle correnti, la difficoltà di garantire una reale autonomia del sistema giudiziario, senza trasformarlo in un potere autoreferenziale. Le soluzioni che vennero avanzate in quel contesto erano tutt’altro che morbide. Anzi, erano molto più nette – verrebbe da dire più “tranchant” – di molte delle proposte che oggi suscitano scandalo. Si discuteva di modificare i meccanismi di composizione del Csm, di ridurre il peso delle correnti, di ridefinire l’equilibrio tra magistratura e rappresentanza istituzionale.

Quel tentativo alla fine naufragò, come spesso accade alle riforme in Italia. Ma c’è un dettaglio che merita di essere ricordato: nessuno gridò al colpo di Stato. Nessuno parlò di attacco alla democrazia. Il confronto fu politico, culturale, istituzionale. Aspro, certamente, ma non isterico. Forse perché gli avversari di quella riforma erano, paradossalmente, più avanti di molti difensori odierni dello status quo. Sapevano distinguere tra la difesa dei principi costituzionali e la conservazione di assetti istituzionali che, nel tempo, possono e devono essere discussi. Oggi invece assistiamo a uno scontro che impoverisce il dibattito pubblico. Chiunque metta in discussione il funzionamento del Csm, viene accusato di voler minare l’indipendenza della magistratura. Si evocano simboli altissimi della lotta alla mafia, come Giovanni Falcone, trasformandoli in argomenti retorici da brandire contro qualsiasi proposta di cambiamento. Ma proprio il richiamo a Falcone dovrebbe imporre più serietà storica. Falcone conosceva bene i limiti del sistema giudiziario italiano, le rigidità corporative, le resistenze interne al cambiamento. Usare la sua memoria come scudo per bloccare ogni discussione non è un omaggio alla sua eredità: è, semmai, una strumentalizzazione che tradisce la complessità del suo pensiero.

Il punto vero, oggi come allora, è un altro: in una democrazia matura le istituzioni non sono totem intoccabili. Sono strumenti che devono essere periodicamente verificati, migliorati, talvolta riformati. La Costituzione stessa prevede procedure per modificarne parti e per sottoporre le scelte al giudizio dei cittadini. È qui che entra in gioco il referendum, uno degli strumenti più nobili della democrazia repubblicana. Negli ultimi decenni è stato progressivamente svilito: prima da una partecipazione sempre più bassa, poi da campagne propagandistiche che lo trasformano in un plebiscito emotivo anziché in un momento di riflessione collettiva.

Restituire dignità al referendum significa restituire fiducia ai cittadini. Significa riconoscere che su questioni cruciali dell’assetto istituzionale la parola finale spetta al popolo sovrano, come prevede la Costituzione. Discutere del Csm, dei suoi meccanismi e delle sue eventuali riforme non è un attentato alla democrazia. È, al contrario, il segno di una democrazia viva. Lo era nel 1974, quando quegli esponenti autorevoli della Dc proposero cambiamenti anche radicali. Lo è oggi, se il confronto riesce a liberarsi da accuse e paure strumentali. La vera difesa della democrazia non consiste nel congelare le istituzioni, ma nel permettere che vengano discusse alla luce della storia, dell’esperienza e della volontà dei cittadini. E il referendum, quando viene rispettato e compreso, resta uno degli strumenti più limpidi e forti per farlo.

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