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SILVIA CARATTI: LA MATERIA E IL LIMITE

La poesia di Silvia Caratti si impone, già a una prima lettura, come un territorio di tensione fra polarità irriducibili: vita e morte, amore e materia, desiderio ed esposizione del reale. Lontana tanto da un lirismo intimistico quanto da una registrazione meramente quotidiana dell’esperienza, la sua scrittura si configura come un dispositivo conoscitivo che scava nell’inevitabile, sondando le condizioni stesse dell’esistenza contemporanea. In questo senso, la sua opera si inscrive pienamente in una linea di ricerca poetica che, nel contesto post-umano, interroga la precarietà ontologica e simbolica del reale.

Uno degli elementi più evidenti della poetica carattiana è la centralità della fisicità. Il corpo, o meglio la materia, non è mai semplice referente ma luogo di iscrizione di una verità più profonda: una verità che riguarda l’adesione alla vita nelle sue forme “più basse e vere”. L’aggettivazione non è casuale: essa suggerisce una discesa, quasi una catabasi, verso ciò che è elementare, biologico, non sublimato. Tuttavia, tale immersione non si risolve in un naturalismo bruto, bensì si carica di una tensione etica. La materia, infatti, non è mai neutra: essa “dice di noi”, diventa archivio, testimonianza, esposizione.

In questo quadro, l’amore assume una posizione peculiare. Non è mai pienamente presente, né tantomeno celebrato in chiave estatica; piuttosto, esso si colloca nella dimensione dell’attesa, proiettato verso un futuro possibile ma non garantito. L’amore è quindi inscritto in una condizione di transitorietà, di cambiamento, che riflette la precarietà più generale del reale. Tale dinamica produce un effetto di sospensione: il sentimento non è negato, ma continuamente differito, come se la sua realizzazione fosse subordinata a una trasformazione ancora in atto.

La riflessione sui ruoli – “i ruoli sono ruoli” – introduce un ulteriore livello di consapevolezza. Caratti sembra riconoscere la dimensione costruita e performativa delle identità, senza tuttavia cedere a una dissoluzione nichilistica. Al contrario, la poesia viene definita come “elevazione”, come voto inscindibile dal desiderio. In questa formulazione si coglie una tensione quasi sacrale: la scrittura poetica non è mero esercizio formale, ma atto di responsabilità nei confronti di ciò che si desidera e si è. Il desiderio, dunque, non è solo pulsione, ma principio ordinatore che trova nella poesia il proprio spazio di articolazione.

Particolarmente significativa è la dimensione storica che sostiene la produzione carattiana. La percezione del reale come “precario, orfano di diritti” rimanda chiaramente a una condizione contemporanea segnata dalla crisi delle strutture di senso e di protezione. Non si tratta soltanto di una precarietà economica o lavorativa, ma di una fragilità diffusa che investe ogni aspetto dell’esistenza, inclusi i sentimenti. In questo scenario, la poesia si fa strumento di diagnosi, capace di restituire la complessità di un mondo in cui nulla appare più garantito.

Dal punto di vista formale, la poesia di Caratti può essere definita, a buon diritto, “poesia della composizione”. La stratificazione materica degli oggetti – “teche di vetro”, “barattoli di formalina”, “ali degli uccelli impagliati”, “i piccoli reni bruni”, “il buio delle tue corone” – costruisce un universo semantico densissimo, in cui ogni elemento contribuisce a una sorta di esposizione museale dell’esistenza. Non è un caso che ricorra il lessico della conservazione e dell’archiviazione: la realtà appare come qualcosa da preservare e al tempo stesso da osservare a distanza, come se fosse già, in parte, perduta.

Questa dimensione espositiva culmina nell’espressione “l’esposizione della materia”, che può essere letta come una vera e propria chiave interpretativa dell’intera opera. Esporre la materia significa, in fondo, esporsi: accettare la vulnerabilità, rinunciare a ogni forma di abbellimento, confrontarsi con ciò che è. In questo senso, il realismo di Caratti supera la semplice percezione per diventare esperienza incarnata, “abbraccio incarnito” che coinvolge e corrode.

E tuttavia, proprio in questa corrosione si annida una possibilità costruttiva. Il coraggio di guardare, di assumere la realtà senza filtri, diventa un atto “construens”, capace di generare senso là dove sembrerebbe impossibile. La poesia, allora, non è solo testimonianza della precarietà, ma anche gesto di resistenza: un modo per abitare il limite senza esserne annientati.

Tornare indietro a come si era allora,
tormentati e felici, insicuri e curiosi
e senza mappe certe ma con molti viaggi ancora da fare,
adoranti di fronte alla vita e coraggiosi.

Avere sangue caldo nelle vene
e pulsazioni regolari, essere spalancati
e luminosi, il petto esposto alla battaglia
che non avremmo vinto.

*

Mi attacco a tutto quello che devo buttare,
ma mi devo liberare se questa è la vera resurrezione,
quella senza acqua e senza nomi,
quella senza sangue e senza fuoco.

È quando si risorge che bruciano le carte
e i corpi che sono stati ricomposti verranno spezzati
e le parole che non sono state dette non verranno dette,
gli sguardi caduti resteranno a terra
e i sogni che non si sono sognati non saranno sognati.

Chiuse le orecchie per non sentire
e fermo è il cuore, per non sentire.

*

tutto è concentrato nell’attesa,
tutto spremuto nei minuti, nelle ore, nei giorni e per qualcuno
negli anni.
Tutto compresso in un tempo finito,
la santità del tempo che non ha inizio,
la santità del silenzio.
La parola da cui tutto ebbe inizio e dove tutto andrà a finire.
E la gioia è come un filo che non si spezza
e non molla e non cede e non ci fa morire.

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