Home La Rivista PERCHE’ LA PRESSIONE FISCALE SALE ANCHE QUANDO LE COSE VANNO MEGLIO

PERCHE’ LA PRESSIONE FISCALE SALE ANCHE QUANDO LE COSE VANNO MEGLIO

Valore & Valori / Mario Travaglini / 234

 Rimettiamo le cose al loro posto ed ascoltiamo con la disattenzione che meritano le dichiarazioni dei nostri politici quando nei surreali  dibattiti televisivi o nelle interviste ai vari telegiornali affrontano il tema della pressione fiscale: il più delle volte non sanno di cosa parlano curvando a piacimento l’argomento a seconda del partito che rappresentano. Provo a spiegare la questione affrontandola dal puro e semplice aspetto tecnico.

Il dato in Italia suona sempre come una condanna: quando la pressione fiscale sale, la politica trema, i governi si giustificano, l’opposizione esulta. Eppure non è affatto detto che indichi un peggioramento. A volte segnala l’esatto contrario: un’economia che riparte, più persone che lavorano, più redditi che emergono. Il problema non è il dato in sé. È come lo si interpreta.

Negli ultimi due anni la pressione fiscale italiana è tornata a salire, attestandosi nel 2024 intorno al 42,5–42,6% del PIL, dopo essere stata poco sopra il 41% nel 2023, mentre nel 2025 ha galleggiato intorno al 42,8% . Un livello che ha immediatamente riacceso il dibattito politico e rafforzato l’idea di un Paese che torna a essere “schiacciato dal fisco”.

Ma questa lettura, per quanto intuitiva, è incompleta e in parte sbagliata.

Una quota rilevante di questo aumento non deriva da nuove imposte, né da un inasprimento deliberato delle aliquote, ma dall’allargamento della base imponibile. In altre parole: più persone lavorano, più redditi vengono dichiarati, più gettito entra nelle casse dello Stato. Non è un segnale di declino ma, al contrario,  di dinamismo.

Negli ultimi due anni il numero di occupati ha superato i 24 milioni, il livello più alto mai registrato. Questo ha avuto un impatto diretto sui conti pubblici: più IRPEF, più contributi, meno spesa assistenziale. È un circuito che per oltre un decennio era rimasto inceppato.

Non a caso il deficit pubblico è sceso sotto il 3% del PIL e lo spread BTP-Bund è tornato stabilmente sotto i 65 punti base dal 2025 in poi, livelli che l’Italia non vedeva da anni. Numeri che difficilmente si conciliano con la narrativa di un Paese fiscalmente allo sbando.

Eppure, per molti cittadini, il dato resta indigesto.

Il motivo è semplice: l’aumento del gettito non è percepito come un miglioramento delle condizioni materiali. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto, i salari nominali sono saliti ma spesso meno dei prezzi. E questo ha attivato un meccanismo tanto potente quanto poco compreso: il fiscal drag.

Quando i redditi nominali aumentano, anche solo per inseguire l’inflazione, una quota maggiore finisce negli scaglioni IRPEF più alti. Se scaglioni e detrazioni non vengono pienamente indicizzati, il prelievo cresce automaticamente, senza che nessuna aliquota venga formalmente alzata. Dal punto di vista dello Stato è un extra-gettito. Da quello del contribuente, una perdita silenziosa.

Questo spiega perché un fenomeno in parte sano venga strumentalizzato dall’opposizione e raccontato come un fallimento politico.

A rendere il quadro ancora più sensibile contribuisce una distorsione strutturale tutta italiana: il carico fiscale grava in larga parte sui redditi da lavoro. L’IRPEF è pagata per circa l’85% da lavoratori dipendenti e pensionati. Ciò significa che quando cresce l’occupazione — evento positivo — la pressione fiscale tende automaticamente a salire.

È un paradosso: un governo che migliora l’occupazione e rafforza i conti pubblici rischia di essere politicamente penalizzato, perché il suo successo si riflette in un numero che viene interpretato come un segnale di oppressione fiscale.

Ma non è solo un problema di comunicazione. È un problema di architettura del sistema.

Un’economia che cresce non dovrebbe automaticamente tassare di più chi lavora solo perché l’inflazione spinge i redditi nominali verso l’alto. Indicizzare strutturalmente gli scaglioni, ridurre il drenaggio fiscale e riequilibrare il carico tra lavoro e altre fonti di reddito non è una concessione elettorale: è una riforma di efficienza.

Il punto, dunque, non è negare l’aumento della pressione fiscale, ma spiegarne le cause e governarne gli effetti.

Perché l’aumento non è sempre il segno di uno Stato più invadente. A volte è il riflesso di un’economia che torna a muoversi, di più persone che lavorano, di un gettito che cresce senza nuove imposte.

La vera sfida per chi governa non è difendersi dal dato, ma trasformarlo in una storia diversa: non “più tasse”, ma “più lavoro, più base imponibile, più spazio per riformare davvero il fisco”.

Ed è su questo terreno che si giocherà la partita politica dei prossimi anni.

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com