Il Limite / RANIERO REGNI / 234
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Deficit di natura, ovvero l’ultimo bambino dei boschi
Coloro che contemplano la bellezza della terra trovano riserve di forza che dureranno per tutta la vita.R. Carson
È stato detto che la memoria è spesso bugiarda anche quando è in buona fede. Questo anche per via del fatto che il nostro cervello non è come la memoria di un computer, dove le informazioni memorizzate rimangono sempre eguali. Nel nostro cervello i ricordi cambiano man mano che vengono riutilizzati. E poi c’è un altro fatto, che più si va avanti con gli anni e più si tende ad idealizzare il proprio passato. E questo accade perché, in quel passato, eravamo giovani e si paga un prezzo alla nostalgia.
Fatte queste considerazioni iniziali, vorrei parlare del nostro rapporto con la natura quando eravamo bambini e ragazzi. Meno auto, meno controlli da parte dei genitori, più libertà. Almeno per coloro che vivevano in piccole città di provincia, gran parte del tempo veniva vissuto all’aperto. La strada e la piazza, ma anche il campetto di calcio incolto appena fuori le mura, il torrente con le sue rive selvatiche, l’andare a pesca seguendo il corso di un fiume, andare magari a cavallo oppure in bici lontano da casa, in aperta campagna. Inerpicarsi sugli alberi, costruirvi una casa, sbucciarsi le ginocchia o peggio facendo corse con piccole “carrozze” con i cuscinetti a sfera o con ruote rimediate. E poi, a seconda delle stagioni, scendere con cofani di auto taglienti discese piene di neve, fare il bagno d’estate in un laghetto o in un fiume quando il caldo era eccessivo e il risultato della pesca era deludente. Odori e profumi di piante selvatiche portate dal vento, suoni della campagna, della collina e della montagna. In questo elenco, casuale e incompleto, di tutto quello che chi scrive può ricordare della sua infanzia e adolescenza all’aperto, ci si possono riconoscere molti adulti o anziani di oggi. Il nostro contatto con la natura era continuo, conoscevamo i nomi di piante e animali e spesso anche i loro segreti più comuni.
Per i nostri figli e per le nostre figlie non è stato più così. Per i nostri nipoti ancora di meno. La loro vita si è sedentarizzata e denaturalizzata, si svolge quasi tutta e quasi sempre al chiuso, sotto la stretta sorveglianza degli adulti, davanti agli schermi che brillano in continuazione di fronte ai loro occhi. Le uscite e i contatti con la natura si riducono ai parchi giochi e a qualche gita. Solo gli Scout oggi contrastano questa tendenza. Ma quanti li frequentano? Molti, ma percentualmente troppo pochi. E la scuola? Stessa cosa. Il suo tempo si è spesso dilatato, occupando gran parte della giornata. Ad essa si sono aggiunte le altre scuole, di calcio, di nuoto, di danza, e così via. Una vita al chiuso e un’educazione in door.
Lo spazio scolastico è stato configurato fin dall’inizio secondo uno schema rigido: un’aula di forma rettangolare con file di banchi disposti di fronte alla cattedra dove il docente spiega e gli studenti ascoltano. E, siccome lo spazio, il setting, struttura le relazioni, tempi, spazi, materiali, relazioni fanno della scuola una vera e propria gabbia fatta solo di aule. Lì almeno ci sono gli amici, si incontrano altri ragazzi e altri giovani, ma sempre dentro una gabbia. Non a caso tutte le grandi, poche, esperienze pedagogiche innovative hanno rotto quella gabbia scolastica da Comenio a Pestalozzi, da Montessori a Don Milani, portando i giovani fuori, a contatto della natura e facendo del paesaggio un educatore.
Oggi si parla della necessità di salvare i nostri figli dal disturbo da deficit di natura. Ne parla soprattutto in un libro di grande successo internazionale R. Louv, L’ultimo bambino dei boschi. Lo studioso e scrittore statunitense sottolinea il fatto che il contatto con la natura è un bisogno fisico, psichico, spirituale. E la sua costatazione che i bambini vivono una perdita dell’esperienza, vivono esperienze di seconda mano, sono sopraffatti dalle informazioni, sottoforma di immagini elettroniche, sono invasi dalle non-cose, con un immaginario tutto tecnomorfo, colonizzato da robot transformer, perdendo una forma di risonanza indispensabile con il mondo vivente della biosfera, appare tristemente condivisibile. La separazione tra la vita psichica interiore e la vita naturale esteriore è una delle cause di sofferenza psicologica e di depressione intercettate dall’eco-psicologia, la quale studia l’impatto della natura sulla salute fisica ed emotiva dell’essere umano.





