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L’ITALIA NON E’ UN’ISOLA

Valore & Valori / Mario Travaglini / 235

     Il recente articolo del Financial Times* sull’economia italiana, molto curvato sulla critica al Governo, invita a una riflessione seria e contestualizzata, in un momento in cui l’Europa affronta un rallentamento diffuso.                                                                                                                     C’è un errore ricorrente nel modo in cui l’Italia viene osservata dall’estero: trattarla come un sistema isolato. Come se la sua crescita, i suoi salari, la sua produttività dipendessero esclusivamente da ciò che accade a Palazzo Chigi. È una lettura comoda, ma falsa. L’Italia è una grande economia integrata nel cuore dell’eurozona, legata alla Germania da filiere industriali, catene del valore ed export. Quando Berlino rallenta, Roma non può correre.

Oggi l’Europa cresce poco o nulla. La Germania è entrata più volte in recessione tecnica nell’ultimo biennio, e la domanda estera resta debole. In questo contesto, giudicare l’azione di un governo come se operasse nel vuoto significa confondere la politica economica con l’alchimia.

Il punto non è negare che l’Italia abbia problemi strutturali: li ha, e sono noti. Il punto è capire che tipo di risposte siano realistiche. Perché promettere tutto e subito è facile; governare dentro vincoli reali lo è molto meno.

Il primo vincolo si chiama debito pubblico. Con un rapporto debito/PIL che resta sopra il 135%, l’Italia non può permettersi politiche espansive sganciate da ogni logica di sostenibilità. Ogni punto di debito in più è meno spazio per investimenti futuri, meno margini in caso di crisi, più dipendenza dai mercati. Ridurre il debito non è un vezzo ideologico: è una necessità strutturale.

Non è un caso che lo spread tra BTP e Bund sia sceso negli ultimi mesi sotto i 60 punti base, toccando livelli che non si vedevano da quasi un ventennio. Non è un premio politico: è un segnale di fiducia sulla tenuta dei conti. I mercati non votano, ma reagiscono. E quando reagiscono positivamente, significa che vedono coerenza, prevedibilità, disciplina.

Il secondo nodo è la produttività. È qui che molte analisi diventano superficiali. I salari non crescono per decreto. Non aumentano perché lo dice un programma elettorale. Crescono quando cresce la produttività: quando un sistema produce più valore per ora lavorata. E la produttività non si alza con i bonus, con i sussidi a pioggia, con gli incentivi temporanei. Si alza con investimenti, capitale umano, innovazione, infrastrutture, stabilità normativa. Cose lente, poco spettacolari, spesso impopolari.

È comprensibile che si chiedano risultati immediati. Ma è irresponsabile fingere che siano sempre possibili. L’Italia ha già sperimentato cosa succede quando si confonde il coraggio con l’imprudenza: deficit fuori controllo, manovre correttive, tagli improvvisi, perdita di credibilità.

In questo quadro, la gradualità, la prudenza e la credibilità internazionale non sono forme di immobilismo. Sono scelte di campo. Non producono titoli, non entusiasmano, non offrono scorciatoie ma vanno al punto e sono  coerenti con un Paese che non può permettersi di sbagliare troppo.

Chi chiede “dov’è la strategia?” spesso ignora che una strategia può essere anche evitare di fare danni. Tenere i conti in ordine mentre l’Europa rallenta non è un miracolo, ma non è nemmeno scontato. Francia e Germania oggi faticano, e non certo per colpa di Roma.

Questo non significa che tutto funzioni. Il governo può e deve essere criticato: sulla spesa, sulle partecipate, sulla lentezza di alcune riforme. Ma giudicare il suo operato senza tener conto del contesto europeo e delle condizioni monetarie fissate dalla BCE è una semplificazione.

L’economia non è un racconto morale. È un sistema di vincoli, compromessi, tempi lunghi. Chi promette risultati immediati spesso scarica il conto su chi verrà dopo. Ed è successo spesso.

Forse il problema non è che l’Italia stia facendo troppo poco. Forse è che non sta facendo ciò che alcuni osservatori avrebbero voluto. Ma questa è un’altra questione: è politica, non analisi economica.

E le due cose, sarebbe bene non confonderle.

*Nella Foto il logo del quotidiano britanico Financial Times

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