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IL VESTITO DELL’ANIMA. PICCOLI BAMBINI E AMBIENTE

 Il Limite / RANIERO REGNI / 235

 

“Gli anni che fuggono, inarrestabilmente, ci portano via una cosa dopo l’altra”   
Orazio

 

Ricordando Maria Pia Fini, cara amica e straordinaria educatrice-formatrice della prima infanzia

Il neonato è una persona fin dall’inizio, un’individualità fortemente determinata. Di questo era profondamente convinta Maria Pia Fini, una delle più importanti rappresentanti del pensiero e dell’opera di Montessori in Italia, la quale alla sua formazione montessoriana aveva aggiunto lo sguardo clinico dell’approccio Tavistock, reso famoso nel mondo dall’opera di Bowlby e di Bion.

La nostra conoscenza risale alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, quando Maria Pia era una delle più esperte formatrice del Centro Nascita Montessori, una delle migliori, allieva e amica di Grazia Fresco Honegger. La nostra conoscenza si era approfondita perché l’avevo coinvolta nella formazione del personale del Nido comunale della mia città. Dei primi incontri ricordo la fila dei grandi sacchi neri della spazzatura fuori della porta del nido, in cui erano finiti tutti gli arredi inutili e i giocattoli di plastica che errano presenti negli ambienti, assieme ai lettini con le sbarre e ad altri arredi tradizionalmente presenti negli ambienti per bambini dai sei mesi ai tre anni. Questo ricordo credo che sia emblematico perché l’approccio proposto dalla Fini era rivoluzionario nei confronti dell’ambiente di vita del nido. Assieme alle educatrici, in un lungo e paziente lavoro di formazione-trasformazione, lei le aveva condotte a mettersi sul serio nei panni dei neonati a loro affidati, a interrogarsi a fondo su come arredare l’ambiente, come renderlo realmente accogliente, come scegliere i materiali e gli oggetti da dare in mano ai bambini, su come muoversi e parlare, sui tempi e ritmi della relazione, su come manipolare i bambini piccoli nelle infinite routine della loro vita quotidiana.   Routine, quelle del mangiare, dormire, lavare, cambiare i pannolini, che, sottolineava sempre Maria Pia, non sono affatto routine ma momenti fondamentali della relazione con il mondo e con gli altri.

Mella foto Pubblico e tavolo del convegno “Spazio, Tempo Relazioni” che si è tenuto nell’Aula Magna dell’Università LUMSA sabato 31 gennaio 2026 .

Credo che il modo migliore per ricordare una persona di grande valore come lei non sia quello del panegirico ma dell’approfondire i temi che le erano cari. E allora riprendo un argomento su cui ha lavorato tutta la vita e che ho già accennato in un altro testo di questa rubrica, quello della relazione dei piccoli bambini e delle piccole bambine con l’ambiente di vita, sia esso la casa o il nido.

Parto da una breve riflessione sulle mani del bambino. Montessori, precorrendo le successive scoperte delle neuroscienze, aveva capito fino in fondo che i bambini “pensano con le mani”. Infatti, la piccola mano infantile è la parte visibile del cervello. “La mano tocca l’evidenza, e la mente scopre il segreto”, scriveva Montessori nel 1934. “Che cosa vuol dire apprendere? – scrive oggi il grande neuroscienziato francese S. Dehaene – questo verbo possiede la stessa radice latina di prendere, nel suo significato di afferrare o catturare. Apprendere, e quindi imparare, significa catturare con il pensiero”. Afferrare con le mani vuol dire afferrare con il cervello e le esperienze che fanno le piccole mani sempre al lavoro dei piccoli costruiscono gran parte delle reti neurali nei fatali primi “mille giorni” dello sviluppo umano. È oggi oramai chiara l’intrinseca psichicità del movimento, che non separa la periferia (i sensi) e il centro (la mente-cervello), che non separa il sensoriale e il mentale, il concreto e l’astratto, che non accetta la separazione tra il sensoriale, il motorio e il cognitivo. Perché, un cervello che agisce è un cervello che comprende.

Una seconda evidenza scientificamente confermata anche oggi è che il bambino piccolo vive attraverso i suoi sensi. Egli è infatti alle prese con il “periodo sensitivo” dei sensi. Ovvero il tatto, l’udito, l’olfatto, la vista, il gusto, sono guidati da istinti guida, da finestre critiche evolutive temporalizzate, che rendono le esperienze infantili sul piano sensoriale profonde e quasi indelebili. I gusti, la luce, la musica, il linguaggio, gli ambienti, i sapori, in cui siamo cresciuti da bambini, si stampano nel nostro cervello con un imprinting potente e irreversibile.

L’esperienza sensoriale collega il mondo esterno con il mondo interiore, mondo nascosto, intellettivo e affettivo. Per cui, se per l’adulto vale l’equazione essere = tempo, per il bambino, l’equazione è un’altra: essere = spazio. Se l’adulto ha il tempo, il bambino ha il mondo. Ecco perché, tra l’altro, la pedagogia del nido deve essere una pedagogia del tempo “largo”, una pedagogia della lentezza, una pedagogia del non fare fretta e del rispetto dei tempi e ritmi dei singoli bambini, che sono assolutamente unici e individuali. E dentro il tempo largo, il ruolo educativo dei materiali e delle attività. Quando parliamo dell’ambiente per il bambino dobbiamo pensarlo in maniera diversa da come è l’ambiente per l’adulto. Per noi si parla di confort, per cui un ambiente è più o meno gradevole e attraente. Per il bambino siamo ben oltre, e siamo oltre anche la semplificazione didattica, la retorica dei documenti ufficiali, ben oltre l’ambiente retorico, fatto spesso solo di parole, siamo oltre il semplice e convenzionale “valore educativo dell’ambiente”.

Per il bambino l’ambiente è “il vestito dell’anima”. Una metafora poetica ma anche una perfetta descrizione scientifica per indicare il fatto che il bambino non vive solo nell’ambiente, non solo lo osserva, ma lo assorbe, lo interiorizza. Esso diventa così il vestito dell’anima, qualcosa che viene amato e incarnato, carne della sua carne.  Per cui, come direbbe il geniale filosofo francese G. Bachelard, si può parlare di una “poetica dello spazio”. I bambini celebrano i dettagli, ascoltano la voce delle cose. L’educazione Montessori è un’educazione indiretta che privilegia gli ambienti, moltiplica i maestri muti, i materiali, le astrazioni materializzate in essi contenute, mentre riduce l’azione dell’adulto. I bambini hanno bisogno di fare esperienze sensoriali ricche dove poter polarizzare l’attenzione. Per la Montessori, se è vero che senza libertà non c’è esperienza educativa, è vero anche che senza preparazione dell’ambiente non c’è libertà. La Montessori parlava della voce delle cose, inaudita per gli adulti, e parlava dell’amore all’ambiente da cui è mosso il bambino piccolo. “Si può dire che la suggestionabilità dei bambini sia l’esagerazione di una tra le funzioni psichiche costruttive, cioè di quella caratteristica sensibilità interiore, che abbiamo chiamato ‘amore all’ambiente’. Il bambino osserva le cose appassionatamente ed è attratto da esse: ma soprattutto è attratto dalle azioni dell’adulto per conoscerle e per riprodurle…dovrebbe (L’adulto) essere sempre calmo e agire lentamente affinché l’azione sua sia chiara in tutte le particolarità, per il bambino che l’osserva”. L’intimità con l’oggetto, lo stupore e la passione che i bambini provano all’incontro con le cose e con i gesti. Per cui un bambino cresce non perché gli diciamo di crescere, ma perché gli diamo di che nutrirsi, e questo nutrimento lo deve trovare nell’ambiente, nel materiale, nel gioco-lavoro, nelle relazioni.  “I bimbi piccoli sono perennemente intenti a entrare dentro le cose”, ha scritto la studiosa di Harvard A. Gopnik, ed ha ragione.

E che caratteristiche dovrebbe avere un ambiente studiato per il bambino del Nido? Ecco un elenco veloce e tutt’altro che esaustivo: permettere esperienze; contenere motivi di attività; permettere la concentrazione; favorire l’indipendenza; permettere di ripetere le attività; favorire il successo; permettere un apprendimento per tentativi ed errori; contenere limiti e dettagli; essere bello e attraente; contenere regolarità ed ordine; permettere di isolare lo “stimolo”; promuovere processi creativi di autoeducazione. Dell’ambiente poi, naturalmente, fanno parte anche gli adulti e anche gli altri bambini. Per cui dovrebbe favorire relazioni significative. Ma questa è un’altra storia, su cui dovremo tornare un’altra volta.

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