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COLTELLI, ALCOL E SOLITUDINE NEL DISAGIO DEI GIOVANI

 

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 C’è un dato che fa rumore più di molti titoli urlati: il 3,5% dei 2,5 milioni di studenti delle scuole superiori italiane dichiara di portare o usare coltelli, più del doppio rispetto al 2018. Non è solo un numero. È un campanello d’allarme che racconta paura, solitudine e rabbia, prima ancora che violenza. Il coltello è uno strumento di aggressione e diventa un’arma quando manca altro. Mancano parole, spazi di ascolto, riferimenti adulti credibili. In molti casi è una risposta sbagliata a un senso costante di insicurezza, amplificato da quartieri fragili, famiglie sotto pressione, modelli culturali che esaltano la sopraffazione e social network che trasformano ogni conflitto in uno spettacolo. L’abuso di alcol e sostanze fa il resto, abbassando freni e aumentando impulsività. Il disagio giovanile oggi non è più episodico: è strutturale. Ragazzi cresciuti in un mondo accelerato e iperconnesso, ma emotivamente povero. Dove la fragilità è vissuta come una colpa e la violenza come una scorciatoia per sentirsi forti. In questo vuoto educativo, l’arma diventa una falsa protezione, un simbolo di controllo in una vita percepita come ingestibile. Serve allora una domanda scomoda, ma necessaria: la scuola e la società stanno formando cittadini per il presente o per un passato che non esiste più?

I rimedi non possono limitarsi alla repressione, che pure è necessaria. Più controlli senza più educazione, rischiano solo di spostare il problema. Occorre invece una strategia integrata. Primo: educazione emotiva e relazionale obbligatoria. Imparare a riconoscere rabbia, frustrazione, paura e a gestire i conflitti senza violenza non è un optional, è una competenza di base quanto matematica e italiano. Secondo: presidi psicologici stabili nelle scuole. Non sportelli occasionali, ma figure presenti, accessibili, normalizzate. Chiedere aiuto non deve sembrare una debolezza.Terzo: alleanza educativa tra scuola, famiglia e territorio. Le scuole non possono essere lasciate sole. Servono reti con servizi sociali, associazioni sportive e culturali, spazi di aggregazione sani che offrano alternative concrete alla strada.Quarto: educazione digitale e responsabilità dei media. La violenza spettacolarizzata, normalizzata o romanticizzata alimenta l’emulazione. Bisogna insegnare a decodificare i messaggi, non solo a subirli.Infine, ascolto vero. Non prediche dall’alto, ma dialogo. I ragazzi non chiedono indulgenza, chiedono di essere visti. Quando la società smette di ascoltare, qualcuno sceglie di farsi notare nel modo peggiore.Il coltello nelle tasche degli adolescenti non è il problema finale: è il sintomo. Curare solo il sintomo è comodo, ma inutile. Se vogliamo davvero arginare questo fenomeno, dobbiamo avere il coraggio di investire in una formazione adatta ai nostri tempi, capace di educare non solo menti competenti, ma persone equilibrate. Perché una società che non si prende cura dei suoi giovani, prima o poi, ne paga il prezzo.

(Marcello Martelli. Facebook- 24 gennaio 2026)

 

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