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RAGIONEVOLE, OVVERO I LIMITI DELLA RAZIONALITA’

 

Il limite / 50

Ragionevole, ovvero i limiti della razionalità

di Raniero Regni

 

“Un cervello tutto logica è un coltello tutto lama, fa sanguinare la mano che l’adopera”.

         Secondo alcuni miti la vergine scontrosa, la dea greco-latina Minerva, dea della ragione, aveva due figli spirituali. La primogenita è Phrònesis, la ragionevolezza, la prudenza e poi, il secondogenito, il Logos Epistemonikòs, ovvero la ragione geometrica, la scienza, ovvero il razionale. Phrònesis è la saggezza pratica, che poi è diventata la prudenza latina, che è anche una delle virtù cardinali del Cristianesimo.

         Nella storia occidentale, la Prudentia e la Ratio, queste due forme di ragione hanno proceduto affiancate ma, come è avvenuto per molti altri aspetti della nostra cultura e della nostra società, alle soglie dell’età moderna, nel XVI secolo si sono separate e, per molti versi, sono divenute opposte. La razionalità geometrico-scientifica è diventata la razionalità economica e questa, a sua volta, è diventata la razionalità tecnica. La felicità è stata ridotta alla ricchezza, la ricchezza all’utilità, l’utilità al denaro, il denaro ai mezzi tecnici per ottenerlo. Produrre di più per consumare di più.

La razionalità tecno-economica è diventata l’unica forma di ragione, spingendosi alla conquista del mondo perseguendo quello sviluppo illimitato del potere e del sapere su cui si è basato il progresso moderno. E questo è continuato fino ai nostri giorni. La razionalità tecnica è stata lasciata a sé stessa e si è avvitata in una forma di folle accelerazione autodistruttiva. Il razionale diventa il calcolabile, quello che non si può calcolare non vale niente e forse non esiste. Ma qual è l’utilità dell’utilità? La tecnica, ovvero l’universo dei mezzi per fare le cose, ha bisogno dei fini che le sono però strutturalmente estranei. E ne vuole fare ameno, mostrandosi così una forza nichilistica. L’utilità è tale se è sottomessa ad uno scopo nobile e buono, ovvero a dei valori. Pur volendo eliminare le passioni, la razionalità assoluta finisce invece per sottomettersi all’ingordigia egoistica, ovvero la più irrazionale delle passioni. Facendo apparire irrazionali ed antieconomiche la generosità e l’altruismo.

         L’aristotelica prudenza, il buon senso, il ragionevole, il “niente di troppo”, il “meglio è nemico del bene” della saggezza greca, sono stati sopraffatti dai successi dello sviluppo della scienza, della tecnica, dell’economia. Lo sviluppo è diventato fine a se stesso. Ci si è mossi nella prospettiva del principio della massima efficienza, nel cercare in ogni cosa il metodo più efficace in assoluto, al servizio della vita come al servizio della morte, Dire efficacie vuol dire massimo risultato con il minimo sforzo, un principio economico e tecnologico. Il tutto in una forma di indifferenza rispetto ai fini, agli scopi. Il come ha preso il sopravvento sul perché. Come nella storiella del rasoio elettrico. Viene inventato un rasoio elettrico per risparmiare tempo al fine di potersi impegnare nella ricerca di un rasoio con migliori prestazioni, che farà guadagnare ancora tempo, al fine di creare un rasoio ancora più rapido, e così via. Questo, si badi bene, non vuol dire criticare la tecnologia. È ovvio che inventando la barca, l’essere umano ha inventato anche il naufragio, così come scoprendo il fuoco ha inventato anche l’incendio. Non è la tecnologia in sé il problema, non sono le machine ma la mentalità tecnica, che domina ogni comportamento, ad essere il vero problema. Il problema è che spingere la razionalità all’estremo, facendone l’unico criterio, produce irrazionalità. Lo sviluppo dell’automobile, che da mezzo diventa fine, causa ingorghi e rallentamenti, che costringono le automobili a viaggiare a meno di sei chilometri all’ora, ovvero la velocità di un pedone. Gli effetti perversi della razionalità tecno-economica sono sotto gli occhi di tutti sotto forma di inquinamento, di mutazione climatica, di aumento delle diseguaglianze, di corsa agli armamenti. Gli effetti aggregati di un comportamento assolutamente razionale, come lo scegliere la strada più breve per uscire da una città da parte di un singolo cittadino, diventano irrazionali se vengono perseguiti da una massa. I risultati ottimali nel breve termine diventano distruttivi nel medio e nel lungo termine.

Tanti paradossi dimostrano quanto ci sia oggi davvero bisogno di recuperare la saggezza, ovvero il senso della misura, ovvero la domanda su quali siano le priorità e gli scopi della nostra vita individuale e collettiva. La massimizzazione dei profitti individuali oppure il benessere collettivo? Oggi il principio di precauzione è un ritorno della Phrònesis, un ritorno alla ragionevolezza greca. È necessario raccogliere quella che S. Latouche chiama “la sfida di Minerva”, recuperare la saggezza mediterranea contro la razionalità sconfinata della modernità oceanica. A favore di una pratica che non fosse solo tecnica era anche il grande sociologo americano C. Lasch, il quale avvertiva anche lui, di fronte allo strapotere della ragione strumentale, il bisogno di tornare proprio alla Phrònesis, alla ragione pratica. Contro Narciso e Prometeo è necessario riscoprire la saggezza pratica, capace di subordinare le scelte dei mezzi alla nobiltà dei fini e della qualità della persona che si voleva ottenere. I mezzi appropriati erano solo quelli che contribuivano non al solo benessere esteriore ma al bene interiore. La ragionevolezza è anche la base per un’etica ecologica che non coincide né con il dominio tecnico né con la fusione simbiotica con la natura, ma in un rispetto consapevole della separazione.

Di fronte a quello che sta accadendo oggi nel mondo, anche il buon senso, che è la versione più modesta della ragionevolezza, appare purtroppo un’utopia.

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