QUANDO L’ACQUA DEL RUZZO IMBOTTIGLIATA DOVEVA DIVENTARE UNA PREGIATA ACQUA MINERALE
Il vino della settimana: Cerasuolo di Vittoria
Non lasciatevi ingannare, non è un vino rosato e non è neppure un lontano parente del celeberrimo cerasuolo d'Abruzzo. Siamo in Sicilia, tra Ragusa e Gela, nella parte sud orientale dove i profumi incontaminati africani connotano tutte le produzioni agricole di quella parte dell'isola. La cantina COS è l'acronimo delle iniziali dei tre soci fondatori, Cilia, Occhipinti e Strano, che nel 1980 hanno realizzato il sogno della loro vita proponendo una idea diversa di fare vino: mantenere un equilibrio ed una sintonia con la natura in modo da far esprimere al vino la profondità, la personalità ed il carattere dei propri suoli.
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Provenienza: Bastonaca – Sicilia Annata : 2017 Gradazione alcolica: 13% vol Varietà delle uve: Nero d'Avola 60% e Frappato 40%; |
Tipologia: Le vigne sono ubicate nel comune di Bastonaca ad un altitudine di 250 slm; i suoli sono di media consistenza di natura calcarea e silicea, inframezzati da strati d'argilla fresca e di tufi. Le vigne hanno una età media di circa 30 anni. |
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Vinificazione: la vendemmia viene fatta intorno alla prima metà di settembre alle rime luci dell'alba per evitare fermentazioni precoci e spontanee. La fermentazione avviene in vasche di cemento vetrificato . Al termine della fermentazione si procede con l'affinamento distinguendo il Nero d'Avola, che viene passato per 18/24 mesi in botti di rovere, con il Frappato, che invece viene tenuto nelle vasche vetrificate per conservare i profumi di origine.
Caratteristiche organolettiche: Di colore rosso rubino profondo, morbido, espressivo, persistente; sbalordisce per la complessità dei suoi profumi che spaziano dal ribes, alla mora, alla rosa, al rabarbaro, per finire con dei richiami al pepe nero e al tabacco. Al palato e secco,armonioso, caldo con tannini molto lunghi e pronunciati nel finale .
Temperatura di servizio: 17-18 °C previa ossigenazione per almeno 1 ora; utilizzare un calice ampio a tulipano. Da bere subito, ma, se ben conservato a temperatura costante di 12 gradi, può rimanere ancora in cantina per ancora 3-4 anni.
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Abbinamenti : Rigatoni alla Norma ; parmigiana di melanzane; pollo burro e salvia e, per chi vuole osare, con un grande spezzatino di pesce castagna che si pesca da quelle parti . |
IL PITTORE BATTIATO CI HA LASCIATO
La triste signora
Lo sapevo, fin da quando ho scelto il titolo per questa rubrica. Parlando di limiti, prima o poi avrei dovuto parlare del limite di tutti i limiti, della nostra finitudine, della nostra mortalità, avrei dovuto parlare della morte. La paura della morte è la madre di tutte le paure. La stessa paura di essere abbandonati non è che la sorella di quel primigenio timore, di fronte al quale gli esseri umani si sono sempre sentiti come una cittadella priva di difese.
La morte è anche la madre di tutti i limiti, come il dolore fisico e quello psicologico o quello morale. La possiamo addolcire con l’ironia della vecchia battuta di B. Franklin, “al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse”, ma il volto della vecchia signora o del triste mietitore, rappresentano un limite sicuro che attende tutti ed ognuno. Qualcuno sosteneva che nella società ricca e affluente il vero argomento pornografico, il vero tabù di ogni discorso non era più il sesso, ma era diventato il discorso sulla morte. Forse per questo provo imbarazzo nel pararne qui, magari provocando qualche gesto scaramantico del lettore. Nella moltiplicazione dei mezzi abbiamo dimenticato però il senso dei fini, nell’occuparci della salute ci siamo dimenticati del discorso sulla salvezza. La pandemia è tornata a ricordarci, a noi figli del pensiero prometeico moderno, che ci siamo ribellati contro il limite imposto dalla divinità, che siamo vulnerabili e mortali. La nostra splendida civiltà, con tutti i suoi successi è esposta, come tutto il resto, alla fine.
È vero che ognuno di noi vive nella presunzione dell’immortalità ed anche quando ad andarsene sono degli anziani l’impressione è sempre quella della sorpresa, forse dell’ingiustizia, per la scomparsa che appare sempre prematura. Questo perché viviamo nella presunzione dell’immortalità. Come avrebbe detto un filosofo come Epicuro, la morte non è un problema della vita, e qualcun altro, come Platone, gli avrebbe replicato che invece tutta la vita non è che un prepararsi a morire. Inconsciamente lo sappiamo, consapevolmente non ci poniamo il problema, la morte sembra riguardare sempre gli altri, la vita finisce per loro non per noi. Eppure, come scriveva Emingway, se racconti fino in fondo una storia finisce sempre con la morte.
Per i vivi la morte appare sempre un’ingiustizia e uno scandalo. Ma è proprio la nostra finitudine che serve a capire che cosa importa davvero. E proprio in un tempo come il nostro in cui la morte è tornata alla ribalta come minaccia collettiva di una pandemia, che dovremmo interrogarci collettivamente su che cosa sia davvero importante nella vita, proprio al cospetto della morte.
Come scriveva R. Mazzetti, il grande pedagogista in una pagina di prosa straordinaria, una pagina che il suo amico Armando Armando aveva definito, dopo la morte del suo autore e collaboratore più importante, “una pagina da antologia”. Scriveva Mazzetti, dedicando uno dei suoi libri più belli alla memoria di sua madre, “ricordavo, nel dialogo, Montaigne: muore il re, muore il contadino, muoiono interi popoli tutti a un modo, nell’unica scelta che non ammette scelta: che sceglie, non scelta; che è presente in tutto ciò che nasce e in tutto ciò che diviene, in tutto ciò che è tempo-spazio e che, proprio perché tale, fa cari, preziosi, urgenti e validi gli eventi della natura e i fatti-eventi degli uomini”. Sì, la mortalità rende prezioso il tempo della vita, ciò che è fondamentale fare durante il suo corso. Sia che l’esistenza venga considerata una corda tesa tra l’essere e il nulla, sia che essa venga vissuta come un ponte che ha un appoggio nel finito e uno nell’Infinito, nella Trascendenza, nel Totalmente altro, ovvero nell’immenso nome di Dio, è al cospetto della morte che essa assume un senso. La fede ostinata dei credenti di ogni tempo e di ogni religione proclama che la morte non ha l’ultima parola come un libero religioso come A. Capitini chiamava, “la compresenza dei morti e dei viventi”. Sia che l’essere umano si concepisca come mortale sia che si pensi dotato di un’anima immortale, il senso dell’umano esistere è legato al senso della morte, come questa è sorella della vita e dell’amore. Se nella vita siamo tutti diversi per nascita e natura, la morte ci fa eguali, leopardianamente eguali, affratellati da uno stesso destino. Ma è proprio la nostra finitudine a doverci convincere a non sprecare i nostri giorni, a metterli al servizio del bene, ovvero al servizio degli altri, scoprendo la fratellanza, abbandonando il mondo delle apparenze verso l’essenziale.
Concludo queste note inconcludenti su di un tema su cui mai nessuno potrà dire probabilmente l’ultima parola, con un riferimento a M. Weber. Mi ha sempre colpito perché, nella famosa conferenza tenuta dal sociologo tedesco nel 1917 agli studenti dell’università di Monaco sul lavoro scientifico come professione, compare una riflessione sulla morte. Citando Tolstoj sostiene che, per il moderno razionalismo scientifico, la morte non ha alcun senso. Oggi non si può più morire vecchi e sazi di anni come i profeti dell’antico Testamento che potevano ritenere di averne viste abbastanza. Di fronte al progresso scientifico continuo, si può morire stanchi della vita ma non sazi. Infatti, l’uomo “civilizzato”di ciò che la vita dello spirito continuamente produce coglie soltanto la minima parte, e sempre soltanto qualcosa di provvisorio, mai definitivo: perciò la morte è per lui un accadimento privo di senso. E poiché la morte è priva di senso, lo è anche la vita della cultura in quanto tale, che proprio in virtù della sua progressività priva di senso imprime alla morte un carattere di assurdità”. La scienza trova in questo un limite paradossale, da sola non può rispondere alla domanda fondamentale “come dobbiamo vivere?”, ecco perché ha bisogno della Saggezza.
Chi può salvare questo sport? L’esempio degli atleti di Special Olympics
“Sport + X: la super incognita da scoprire”. Qualche lettore ricorderà che ho dato
questo titolo al mio precedente editoriale sul tema della crisi del sistema sportivo internazionale. L’aggettivazione “super” fa un esplicito riferimento al maldestro tentativo di dieci grandi club calcistici si creare una nuova “Lega”, potente ed esclusiva, per fare cassa e rimpinguare i loro traballanti bilanci tutti tendenti al rosso “profondo”. Voglio ora mantenere l’impegno preso con i lettori e, allargando il discorso, anche ad altri settori della pratica sportiva, svelare con il supporto di alcuni autori con cui sono abbastanza in “confidenza”, la formula per individuare il valore dell’incognita (X) collegata alla parola Sport che come abbiamo già rischia una mutazione e un declino incontrollabili se non si chiamano in causa le risorse umane migliori per preservarlo da un’involuzione senza ritorno. Saving sport, un progetto di “salvataggio” messo a punto, da un gruppo di lavoro costituito nel 2019 presso la LUMSA di Roma poggia sull’attualizzazione delle analisi molto attente di importanti osservatori, risalenti ormai alla seconda metà del secolo scorso, ma che l’antesignano Huizinga, già negli anni quaranta, aveva nitidamente esposto nel suo Homo ludens . La proposta trova la sua sintesi in un “pentalogo”, semplice ma ambizioso, che indica la “retta via” a tutti i soggetti coinvolti nel sistema sport. La degenerazione in questo campo ha toccato livelli tali da mandare il sistema fuori controllo. La causa primaria sta nella crescita esponenziale e contagiosa della speculazione commerciale che punta sulla popolarità delle discipline sportive e sull’immagine deli atleti . Il destino dello sport è legato quindi indissolubilmente all’incognita/antitodo (X) dell’equazione Sport +X = Sport+Fattore di moralità, svelata all’esito dell’analisi che Comitato scientifico costituito sotto la direzione dell’amico Regni, presso il dipartimento di Scienze della Formazione di quella Università. Lì si propongono gli strumenti per consentire alle istituzioni Sportive europee e al nostro Sistema Paese di impedire la strage di principi morali e la conseguente mutazione epocale che porta al declino. Il valore dell’incognita X è l’antidoto contro le contaminazioni evidenti, che il fenomeno Sport continua a subire. Vogliamo provare a far si che lo sport esca dalla spirale negativa per tornare a poggiare sulla forza e sulla bellezza del fattore ludico, che già Huizinga dava per “morto” quando, negli anni quaranta, individuava nella pratica sportiva “assai più i caratteri di una manifestazione indipendente d’istinti agonali che un fattore di fertile coscienza sociale”, aggiungendo che “ pur essendo importantissimo per partecipanti e spettatori, esso rimane una funzione sterile in cui è morto in gran parte il tradizionale fattore ludico”.
F. Ravaglioli poi, ci ha messi in guardia rispetto ai danni che la razionalizzazione e la compensazione, funzioni caratteristiche dello sport, subiscono quando «l’integrazione si dilata nella fusione» perché in questo caso le differenze si cancellano e «il processo imbocca la strada della patologia”. Siamo negli anni novanta quando lo stesso filosofo romagnolo individua in quotidianizzazione, violenza e doping le malattie che porteranno lo sport a scadere da portatore di valori a fattore di inquinamento sociale.
Una delle funzioni fondamentali dello sport è quella di orientare, trasformare l’inquietudine giovanile che poi diventa forza. Deve essere un’occasione per conoscersi ed accettarsi per quello che si è e per tirare fuori il meglio di sé, valutare i propri limiti ma anche le proprie potenzialità, attraverso un’esperienza insostituibile che poi diventa forza. Anche il protagonista non direttamente coinvolto sul piano fisico può trarre dalle storie di sport sensazioni ed emozioni trasferibili in ambiti diversi. Lo sport è un’occasione per conoscersi ed accettarsi per quello che si è e per tirare fuori il meglio di sé, per conoscere i propri limiti ma anche le proprie potenzialità. Anche il protagonista non direttamente coinvolto sul piano fisico può trarre dalle storie di sport sensazioni ed emozioni trasferibili in ambiti diversi. Tutte queste considerazioni, che in questa sede avranno un seguito, non trovano riscontro nelle azioni di chi ha la responsabilità di programmare e gestire il sistema sport sia a livello italiano che a livello internazionale. Siccome sono tra i più convinti fautori della grande potenza valoriale sprigionata dalla pratica sportiva dei disabili voglio chiudere questo mio secondo intervento sulla crisi che attraversa il settore, con un’osservazione che ha il carattere allo stesso tempo della soddisfazione e del disappunto. Riguarda le dichiarazione che il Direttore di Sport e Salute l’istituto che, nel 2019 ha sostituito il carrozzone CONI-Servizi, ha rilasciato in occasione dell’incontro con gli atleti di Special Olympics e riportate sul Special Day della benemerita associazione che fa gareggiare, in tantissime discipline sportive, i ragazzi disabili intellettivi e portatori della sindrome di Down.
Vito Cozzoli, Presidente e A.D. di Sport e salute, dopo aver sentito le parole e i racconti di Angelo, Alessandra, i due Federico, Boris e Valentino, Simone, Serena e Maria: " Oggi sono ammirato.....credo che quello che voi interpretate e che realizzate al servizio delle persone sia il più bel regalo che potete fare loro. Lo sport è quello che voi ci avete insegnato oggi...Ringrazio tutti voi che interpretate quella che deve essere la vera visione dello sport .
Lui gestisce i miliardi che lo Stato destina allo sport e ha scoperto che la disabilità non è un handicap ma un valore, dobbiamo nutrire la speranza che ne tragga spunto per dare avviare un percorso che avvicini a questo valore lo sport del dei super sponsor e delle medaglie olimpiche conquistate a tutti i costi ( non solo ecomicici! ). Il disappunto è per il macroscopico ritardo della “scoperta”, che mi spinge a tornare presto al parlarne.
J. Huizinga, Homo Ludens Cap.12- L’elemento ludico nella cultura moderna, pag. 240
Lo sport, nella società post-moderna, è alla fine di un ciclo storico. In questo crinale epocale, tra passato e futuro, nuove sfide richiedono nuove risposte. Lo sport rischia una mutazione e un declino incontrollabili se non si chiamano in causa le risorse umane migliori per preservarlo da un’involuzione senza ritorno
RECOVERY PLAN POST SCRIPTUM – I “Mandarini” non stringono la cinghia (n.8)
RECOVERY PLAN POST SCRIPTUM
I “Mandarini non stringono la cinghia/ (n.otto)
