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DALL’UOMO QUALUNQUE A VANNACCI

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Ogni epoca produce il proprio “uomo qualunque”. Cambiano i protagonisti, cambiano i linguaggi, cambiano gli strumenti della comunicazione, ma resta immutata una dinamica che attraversa tutta la storia della Repubblica: quando la politica smette di rappresentare una parte consistente della società, quella parte della società finisce inevitabilmente per cercare altri interpreti. Fu così nel 1944 con Guglielmo Giannini. È ciò che molti osservatori vedono, pur in un contesto completamente diverso, anche nell’esperienza di Futuro Nazionale promossa dal generale Roberto Vannacci. Attenzione: non si tratta di sovrapporre due fenomeni storicamente lontani e profondamente diversi. Sarebbe un errore. Ma ignorarne le analogie sarebbe un errore ancora più grande. Giannini raccolse il disagio di un Paese stremato dalla guerra e diffidente verso una nuova classe politica che, già allora, sembrava più impegnata nelle proprie battaglie ideologiche che nei problemi concreti dei cittadini. Il suo giornale, L’Uomo Qualunque, trasformò una protesta diffusa in una forza politica capace di sorprendere tutti. Il suo messaggio era brutale nella semplicità: basta professionisti della politica, basta apparati, basta élite che pretendono di sapere cosa sia giusto per il cittadino comune. Ottant’anni dopo, l’Italia non è più quella delle macerie materiali, ma conosce altre macerie: crescita economica debole, natalità in caduta, crisi del ceto medio, sfiducia nelle istituzioni, paura di perdere identità e sicurezza, difficoltà nel governare gli effetti della globalizzazione e delle grandi trasformazioni culturali.In questo clima si inserisce Roberto Vannacci. Il successo editoriale dei suoi libri e l’attenzione politica che ha suscitato non possono essere liquidati come un fenomeno mediatico. Che lo si condivida oppure no, Vannacci intercetta un segmento dell’opinione pubblica che ritiene di non trovare rappresentanza sufficiente nel linguaggio della politica tradizionale.È lo stesso meccanismo che, in forme differenti, alimentò il consenso di Giannini.Quando una parte del Paese si sente ignorata, nasce sempre qualcuno disposto a darle voce.Naturalmente, esistono differenze sostanziali. Giannini era essenzialmente antipolitico. Vedeva nei partiti il problema più che la soluzione. Vannacci, invece, non propone l’abbandono della politica, ma una diversa agenda politica, centrata su identità nazionale, sicurezza, merito, sovranità e ruolo dello Stato. Cambiano anche gli strumenti del consenso. Giannini parlava attraverso un giornale e le piazze. Vannacci utilizza un ecosistema dominato dai social network, dai media digitali e dalla personalizzazione della leadership. Oggi il rapporto diretto con gli elettori è immediato, continuo e spesso svincolato dalle tradizionali mediazioni partitiche. Ma la domanda di fondo resta sorprendentemente identica.Perché milioni di cittadini smettono di fidarsi dei partiti tradizionali?La risposta più semplice — attribuire tutto alla demagogia o al populismo — è anche la meno convincente. Se movimenti di questo tipo emergono con regolarità nella storia italiana, forse il problema non risiede soltanto in chi raccoglie il consenso, ma anche in chi lascia scoperto quello spazio politico. Il qualunquismo non inventò il malessere degli italiani: lo rese visibile. Allo stesso modo, il consenso raccolto oggi da figure come Vannacci non crea dal nulla il disagio sociale, culturale o politico: gli offre un linguaggio e una rappresentanza.

La storia, però, insegna anche un’altra lezione. La protesta può vincere le elezioni; governare è un’altra cosa. Il Movimento dell’Uomo Qualunque ottenne risultati clamorosi, ma si dissolse rapidamente quando dovette confrontarsi con la complessità della costruzione politica. Trasformare un sentimento di protesta in una classe dirigente, in un’organizzazione stabile e in una cultura di governo è la prova che separa i fenomeni effimeri dai protagonisti destinati a lasciare un segno duraturo.Valeva per Giannini. Vale anche oggi. Il vero interrogativo, quindi, non riguarda soltanto il destino di Futuro Nazionale. Riguarda soprattutto la politica italiana nel suo complesso.Perché, a distanza di ottant’anni, il cittadino continua ad avere la sensazione che qualcuno debba ricordare ai partiti l’esistenza del popolo? Forse è questa la domanda che inquieta di più. Perché quando la politica smette di ascoltare la società reale, la società non rimane in silenzio: cambia interlocutore.E la storia italiana dimostra che ogni volta che il Palazzo si convince di poter ignorare questo segnale, prima o poi arriva qualcuno che lo trasforma in consenso

 

 

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