Ai confini dell’impero/ Roberto Puzzu / 241
La ricerca artistica di Simona Uberto si sviluppa come un’indagine stratificata sulla relazione tra immagine, memoria e percezione che attraversa fotografia, installazione, collage e interventi ambientali, nell’usare come strumento privilegiato la fotografia. Il suo lavoro si colloca all’interno di una linea di riflessione dell’arte contemporanea che interroga la natura stessa dell’immagine: non tanto come rappresentazione del reale, quanto come luogo di apparizione, di sospensione e di rielaborazione simbolica dell’esperienza.

L’immagine, nel lavoro di Uberto, non si offre mai come evidenza pienamente risolta. Al contrario, essa appare come una superficie attraversata da lacune, omissioni e sottrazioni. L’artista giunge spesso fino alla soglia del dettaglio per poi arrestarsi deliberatamente, nel privare la scena di quegli elementi che potrebbero stabilizzarne il significato. Il risultato è una sorta di costellazione di tracce visive, un sistema di segni incompleti che invita lo spettatore a partecipare attivamente alla costruzione del senso.

Questa strategia della sottrazione colloca il lavoro di Uberto in una tradizione teorica che riconosce nell’immagine una dimensione intrinsecamente enigmatica. Come suggeriva Roland Barthes nel suo celebre libro La camera chiara, la fotografia è sempre attraversata da un elemento che sfugge alla codificazione, ciò che egli definiva punctum: una ferita percettiva, un dettaglio che interrompe la lettura lineare dell’immagine e la trasforma in esperienza emotiva. Anche nelle opere di Uberto qualcosa rimane costantemente fuori campo, o meglio, fuori dalla piena determinazione del visibile. L’immagine si presenta come un campo di tensione in cui ciò che è mostrato convive con ciò che resta implicito o sospeso.

Il processo attraverso cui l’artista costruisce le proprie immagini può essere definito come uno schematismo lirico, una modalità di riduzione formale che stilizza il reale attraverso l’isolamento di sagome, elementi architettonici, frammenti di paesaggio o presenze umane appena accennate. Questo procedimento comporta una raffinata operazione di decontestualizzazione: oggetti e figure vengono sottratti alla continuità della vita quotidiana e ricollocati in uno spazio sospeso, dove la loro funzione originaria lascia il posto a una dimensione simbolica.

In questo senso il lavoro di Uberto si avvicina alla riflessione sull’immagine elaborata da Walter Benjamin, in particolare alla sua idea di immagine dialettica, elaborata nel progetto dei Das Passagen-Werk. Per Benjamin, l’immagine autentica emerge quando passato e presente entrano in una relazione di tensione, generando una configurazione temporale capace di far affiorare il senso nascosto delle cose. Le opere di Uberto sembrano abitare proprio questa soglia temporale: città, paesaggi e figure umane emergono come apparizioni che portano con sé il peso di ciò che è stato e, insieme, l’apertura verso ciò che deve ancora prendere forma.

Il rapporto tra memoria e immaginazione diventa dunque il nucleo generativo della sua ricerca. In molte opere la realtà appare filtrata da un processo di rarefazione che trasforma la scena in una sorta di paesaggio mentale. L’immagine non è più semplice documento del reale, ma dispositivo di evocazione, capace di riattivare nello spettatore una memoria latente. È qui che si innesta la dimensione fenomenologica della sua pratica: l’opera non si limita a rappresentare il mondo, ma costruisce uno spazio di esperienza.

Questa dimensione trova un riferimento teorico significativo nel pensiero di Gaston Bachelard, in particolare nelle riflessioni contenute in La poetica dello spazio. Bachelard descrive lo spazio immaginario come un luogo in cui la memoria individuale e l’immaginazione poetica si intrecciano, nel generare immagini che appartengono simultaneamente al passato e al presente dell’esperienza. I paesaggi di Uberto sembrano rispondere precisamente a questa logica: non sono mai luoghi identificabili in modo univoco, ma piuttosto spazi interiori, scenari mentali che evocano una geografia emotiva più che una topografia reale.

Uno degli elementi più distintivi della sua ricerca è il ruolo attribuito al vuoto. Nelle opere di Uberto il vuoto non coincide con la semplice assenza di elementi figurativi, ma costituisce una vera e propria struttura compositiva. Spazi bianchi, lacune narrative e interruzioni formali diventano strumenti attraverso cui l’immagine si apre alla partecipazione dello spettatore. Questo vuoto, lungi dall’essere un elemento negativo, si configura come uno spazio generativo di senso: un luogo in cui l’immagine può continuare a risuonare oltre i propri limiti visibili.

In questa prospettiva è possibile avvicinare la poetica di Uberto alle riflessioni di Georges Didi-Huberman, che in opere come L’immagine aperta ha sottolineato come ogni immagine sia attraversata da una dimensione di mancanza e di sopravvivenza. Secondo Didi-Huberman, le immagini non sono mai completamente presenti a se stesse: esse portano sempre con sé tracce di ciò che è scomparso e promesse di ciò che ancora deve emergere. Le opere di Uberto sembrano incarnare esattamente questa condizione di sospensione temporale, in cui il visibile diventa luogo di stratificazione e di latenza.

Tali questioni emergono con particolare chiarezza nella grande mostra antologica Fatum Futura, che raccoglie circa trent’anni di lavoro dell’artista, dal 1996 al 2026. L’esposizione presenta una selezione significativa di opere tra fotografia, installazione, collage e scultura, nel restituire la complessità di una ricerca che si è sviluppata con notevole coerenza nel corso del tempo.





