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“VINO AL VINO” ; LA LEZIONE SEMPRE ATTUALE DI MARIO SOLDATI AL TRUMP DEI DAZI

Attualità&Amarcord /Marcello Martelli/211

.Il 27 novembre 1957, a Milano, apre il primo supermercato italiano. Cinquecento metri quadri di scaffali pieni, luci artificiali e carrelli da spingere: per l’Italia, è l’inizio di una rivoluzione silenziosa ma potente.

Non si tratta solo di un nuovo modo di fare la spesa, ma di un cambio di paradigma culturale. Il consumismo di massa, l’abbondanza standardizzata, il prodotto confezionato prendono il posto del negozio sotto casa, del contatto umano, del sapore legato alla terra.

A raccontare lo spaesamento di questa trasformazione ci pensa anche Italo Calvino, nei suoi racconti su Marcovaldo: in uno di essi, il protagonista e la sua famiglia entrano in un supermarket come alieni in un mondo sconosciuto. Non sanno usare il carrello, si perdono tra i reparti, fino a gettare le merci dalla finestra. È la modernità che avanza e loro restano indietro, smarriti.

Ma il 1957 non è solo supermercati e pubblicità. In quello stesso anno, Mario Soldati – scrittore, regista, critico, uomo di cultura a tutto tondo – percorre la Valle del Po con un’idea rivoluzionaria per l’epoca: raccontare i cibi genuini dell’Italia contadina, quelli legati al territorio, al lavoro umano, alla stagionalità. Il suo documentario, trasmesso sull’allora unico canale RAI, si intitola Viaggio nella valle del Po alla ricerca dei cibi genuini. Lo scrittore non cerca i prodotti “di moda”, né vuole mitizzare un passato perduto. Vuole semplicemente andare dove il cibo nasce, conoscere chi lo produce, comprenderne il senso. Per lui, la genuinità non è solo qualità: è cultura, è relazione, è verità.

 Tra il 1968 e il 1975, Soldati amplia il suo viaggio con tre lunghi percorsi attraverso l’Italia del vino. Nasce così Vino al vino, un libro che è insieme diario di viaggio, saggio antropologico e manifesto politico.

In Abruzzo, come in Piemonte o in Sicilia, Soldati incontra i vignaioli, ascolta le loro storie, assaggia i loro vini. E capisce che il vino non può essere separato dalla terra, dal paesaggio, dal volto di chi lo fa. Il suo messaggio è ancora più attuale oggi, in un mondo che tende a globalizzare tutto: “Occorre andare dal vino – scrive – e non attendere che esso arrivi a noi”. Significa: non basta comprare una bottiglia con etichetta prestigiosa. Bisogna conoscere, capire, incontrare. Un messaggio per l’oggi.

Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump minaccia dazi sui vini europei, molti vedono la questione solo in termini commerciali. Ma la cultura del vino, come quella del cibo artigianale, non è solo economia. È identità, è storia, è paesaggio. E colpire questi prodotti significa colpire un pezzo d’Europa che resiste ancora al pensiero unico del mercato globale. Mandare Vino al vino a chi prende queste decisioni, come provocazione culturale, sarebbe un gesto simbolico ma significativo: per ricordare che ogni bottiglia racconta una storia che nessuna tariffa potrà mai misurare.

Quella di Mario Soldati è una lezione che dovremmo tornare a studiare. Non nei manuali, ma nella pratica quotidiana. Nelle scuole, nelle università, nelle accademie – non solo la teoria del gusto, ma il valore civile e politico della genuinità. Non come nostalgia del passato, ma come forma di resistenza attiva, concreta, quotidiana.

In fondo, ciò che ha fatto Soldati non è molto diverso da quello che fanno ancora oggi tanti piccoli produttori italiani. Coltivano, vinificano, raccontano. E lo fanno con un’etica che parla a chi vuole ancora scegliere, conoscere, distinguere. Il 1957 segna l’inizio di due strade: una porta ai supermercati e al consumo di massa, l’altra alla riscoperta consapevole delle nostre radici. Sta a noi decidere quale percorrere.

Ma una cosa è certa: se vogliamo che il gusto sopravviva alla standardizzazione, se vogliamo che il cibo resti cultura e non solo prodotto, allora dobbiamo “andare dal vino”, come ci ha insegnato Mario.Soldati. Prosit!

 

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