OCEAN VUONG “NIGHT SKY WITH EXIT WOUNDS “
Invece, che sia l’eco di ogni passo
gettato su una barca che affonda, a spingere tra spruzzi la corteccia del kapok
le ossa sotto i marciapiedi, poi dentro il campo profughi
una baracca di ruggine nera & accesa dall’ultima candela
e credevamo fratelli, lasciamo che entri in una stanza illuminata
& maionese portati a labbra screpolate come testimonianza
del neonato mentre il padre lo prende tra le braccia, inghirlandato
muso giallo si sbriciola sotto l’M16 di John Wayne, il Vietnam
livido, come una promessa, prima che buchi il poster
supermercato dove una donna Hapa è pronta
è suo padre, lasciate che possa cantarle, brevemente, in bocca
& le scatole blu della pasta, la mela rosso cupo che rotola
dove suo marito se ne sta a guardare la luna
che dio gli ha rifiutato, lasciandosi colpire la mascella come un bacio
a ritroso fino al ’68, alla Baia di Ha Long: il cielo soppiantato
alzano lo sguardo, che possa raggiungere il nonno che si scopa
coi capelli biondi che gli rilucono nel vento infocato dal napalm, che lo inchiodi
dita scorticate da sale & Agente Arancio, che aprano
dal collo, il nome che si schiacciano sulla lingua
non per altro, lasciate che intrecci io questo raggio di morte
sulle costole della figlia. Sì – lasciatemi credere di essere nato
viet cong, come i passi di spettri brumosi nella pioggia
Ocean, non avere paura.
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