Attualità&Amarcord/ Marcello Martelli/Io penso/ 193
Adesso dicono che la globalizzazione è fallita e si torna indietro, al localismo che porta prosperità. Ci provammo e andò benissimo quando negli anni ‘80 con una fitta rete di piccole e medie imprese, creammo nel teramano la “Milano del Sud” e la “Valle dell’Eden”, con tutte le belle prospettive tracciate dal rapporto Censis. Poi scattò la crisi, bloccando lo sviluppo. Da qui la constatazione che la globalizzazione, almeno quella che abbiamo conosciuta, ha fallito e ora bisogna tenere fuori i cosiddetti “settori strategici”: la regionalizzazione e la localizzazione rappresentano il futuro. La globalizzazione ha determinato vincitori e vinti, schiacciando i ceti più deboli, ma anche la classe media che si è impoverita. Così è avvenuta la scomparsa delle aziende agricole a conduzione familiare e il crollo delle piccole imprese, quando il paese ha barattato i posti di lavoro con i prezzi bassi dei grandi magazzini. Ora ci chiediamo se c’è ricchezza oltre la globalizzazione e se la via locale porta prosperità. Tutte domande che mettono in luce alcune delle contraddizioni e delle sfide della globalizzazione, soprattutto in contesti locali.
Effettivamente, la globalizzazione ha avuto un impatto profondo sull’economia, portando vantaggi per alcuni e svantaggi per altri, creando una sorta di divisione tra vincitori e vinti. Le grandi multinazionali e8 i giganti del commercio al dettaglio hanno avuto il sopravvento, mentre le piccole e medie imprese, così come le realtà agricole familiari, sono state messe sotto pressione, spesso a causa della concorrenza dei prezzi e della delocalizzazione della produzione. Se si parla di “cancellare la globalizzazione”, è interessante chiedersi se davvero sia possibile ” o se piuttosto bisogna ripensare a un modello più equilibrato, che sappia integrare la dimensione globale con quella locale (il cosiddetto glocalismo). Certo, la globalizzazione ha avuto effetti devastanti su alcuni settori e ha spinto molti verso l’impoverimento, ma non è detto che il rifiuto completo di tale fenomeno rappresenti la soluzione. La globalizzazione, con la sua accelerazione dei flussi di merci, informazioni e persone, ha contribuito a ridurre le disuguaglianze globali, favorendo la crescita in molte parti del mondo, ma ha anche accentuato le disuguaglianze interne a molte economie, come quella italiana. La sfida è capire come sfruttare le opportunità che essa ha creato senza sacrificare il benessere delle comunità locali. L’idea di regionalizzazione e localizzazione rappresenta una via interessante, soprattutto per quei territori che sono stati danneggiati che potrebbero riscoprire la loro forza nel mettere a valore le peculiarità locali. La riscoperta dei “settori strategici” – come l’agricoltura, l’artigianato, il turismo sostenibile o la produzione a km 0 – potrebbe essere una strada da percorrere per ridurre la dipendenza dalle grandi catene globali e creare economie più resilienti. Tuttavia, la via locale non significa necessariamente chiusura al mondo esterno, ma piuttosto una gestione più consapevole delle risorse, favorendo il consumo di prodotti locali e sostenibili, creando lavoro e valore per il territorio. In alcuni casi, questo può davvero portare prosperità, ma solo se si crea un equilibrio tra autonomia locale e capacità di innovare e adattarsi alle sfide globali.
Non si tratta tanto di eliminare la globalizzazione, quanto nel saperla “governare”, puntando su un modello che favorisca sia la competizione globale sia la valorizzazione delle specificità locali. La via locale, se supportata da politiche adeguate, può contribuire a risollevare i territori più fragili, ma solo se si riesce a creare un sistema economico inclusivo e capace di innovare, anche a livello regionale. Questo sostiene il filosofo Giacomo Marrameo, quando scrive “ci salveranno le città” e che “il futuro abbia a che fare più con una politica che emerge dalle dinamiche cittadine che non da come si sono costruiti in Europa gli stati-nazione”.






