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QUANDO LA BELLA ADRIANA ERA IL VESSILLO E L’ORGOGLIO DEL PICCOLO BORGO DOVE ERAVAMO NATI

Attualità&Amarcord/ Marcello Martelli/Io penso/ 189

 

C’è un premio letterario per promuovere e far conoscere i piccoli borghi d’Italia. Interessante. Preparo subito il mio racconto per raccontare il borgo dove sono nato. Poi scopro che, per partecipare, occorre versare 25 euro (Iva inclusa) e, se passa qualche giorno, la tassa di partecipazione aumenta (35 euro Iva inclusa). Penso a quanti saranno gli autori concorrenti (500?1000?). Fate Voi la moltiplicazione per capire che i veri vincenti, alla fine, sono i promotori del premio. No, non partecipo. Ma il racconto ormai c’è e lo sottopongo in sintesi alla vostra generosa attenzione: il miglior premio che possa desiderare e anche gratis.  Grazie!.

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Sono nato a Tossicia, borgo a 24 km dalla città capoluogo, in una conca verde dove s’impone la sagoma forte del Gran Sasso. Gli abitanti sono stati sempre come intimiditi e condizionati da quella presenza, che era anche una barriera invalicabile di un secolare isolamento. Oggi, con il Traforo del Gran Sasso e il casello autostradale della vicina Colledara, tutte le frontiere si sono aperte e le distanze accorciate. Soprattutto, verso Roma. Anche se l’antica capitale della Valle Siciliana o Siliciana non ha mai trovato la sua strada verso il futuro

Tossicia si fregiava d’un’antica importante pretura ricordata nei suoi libri da Fedele Romani, dove mio padre esercitava la professione forense. Ancora ragazzo, sentivo i canti devoti delle carovane di pellegrini che attraversavano il paese. A piedi, camminando giorno e notte, andavano verso il santuario di San Gabriele. Gli abitanti più attaccati al campanile – ex emigranti, bravi artigiani, instancabili lavoratori della terra – usavano farsi scudo, orgogliosamente, in nome del passato, con il detto: “Tossicia: pochi e nobili”.

Un tempo, infatti, vi erano numerose famiglie illustri, ora quasi del tutto scomparse. Il “senato” del paese era presso la farmacia, sulla piazzetta principale, dove si riunivano ogni sera i notabili: l’avvocato, il medico, il geometra, il parroco. Mentre l’orologio della torre, con i suoi rintocchi, scandiva le ore di giorni sempre uguali. Un suono inconfondibile, rimasto uguale per anni, in una continuità indistruttibile di voci ed emozioni per chi torna là anche dopo lunghi anni di assenza. In due o tre possedevano l’auto e altrettante erano le famiglie che d’estate andavano in vacanza.

Nella scuola che frequentavo, intitolata alla madre di Mussolini, Rosa Maltoni, quasi nessuno dei miei compagni aveva visto il mare da vicino e, quando a settembre tornavo a scuola, tutti mi chiedevano com’era fatto.

Figuratevi, nell’immediato dopoguerra, il mio primo debutto nella vita cittadina, a Teramo. Mi domandavano di dov’ero e, immancabilmente, commentavano: “Ah, il paese di Adriana!…”. Figlia del farmacista del mio paese, Adriana era la ragazza in assoluto più bella del liceo classico “Delfico”. Gloria e vanto di noi compaesani.

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