Home La Rivista Attualità e Amarcord «EMOZIONARE, MAI ARDIRE!»: L’ARTE SACRA DI MICHELE CARAFA

«EMOZIONARE, MAI ARDIRE!»: L’ARTE SACRA DI MICHELE CARAFA

Attualità /Paolo Rico /188

 

«Può impressionare l’arte sacra. Ma la sua assenza fa un mondo dissacrato».

adatt. Guido CERONETTI (1923-2018), autore

 

   Discipline scultoree alle superiori; del pari, l’alta formazione, alle Belle Arti di Napoli. Per   concludere con il perfezionamento, a Roma, nel severo e prestigioso Pontificio Istituto d’Arte sacra “Sant’Anselmo”. Perciò, scultore di vocazione il 52nne Michele CARÀFA, molisano di Termoli (CB), amena terrazza sull’Adriatico. Fuori casa, in aperta campagna, si apre  – en-plein-air, infatti –  il laboratorio artistico ideativo ed esecutivo del N. Fa da pendant con lo store di rappresentanza nell’attigua Termoli. Nella stazione litoranea l’artista insegna da decenni nello stesso istituto, che lo aveva visto studente. Palestra formativa, dove l’ imprinting della missione professionale ha alimentato quell’autonomo itinerario costitutivo, innervato su una costante maturazione di scelte contenutistiche e formali. Fino alla determinazione di un ordito ormai identitario, che conferma la spiccata opzione dello scultore molisano per il “sacro”: statuaria; particolarmente arredi liturgici; ausili del rito;  attribuzioni per l’officio religioso; apparato cultuale.Non che Carafa tenga a distanza la committenza laica, civile, informale, non-istituzionale. Questa incide, però, per meno della metà della domanda, a prevalente richiesta, perciò, della gerarchia ecclesiale. «Grazie», ammette il N., «alla Croce, voluta per l’altare della cappella sociale della sede dell’assemblea dei vescovi di tutt’Italia, la CEI». Continua Carafa: «Opera di richiamo per il numeroso ed autorevole plateau di frequentatori». Evidentemente risoltosi, considera ancora lo scultore, come: «prestigioso accredito per l’ulteriore attività realizzativa». Che va corroborandosi stilisticamente all’insegna dell’autobiografico convincimento del grande Arturo MARTINI (1898-1947), favorevole al plastico gioco monumentale: «per un movimento che sembra irrigidirsi». Perché, nell’opera di Carafa, lo spazio protende la figurazione per l’acquisizione di una dimensione rappresentativa, ecologicamente onnicomprensiva sia del piano iconografico proprio che del livello di osservazione.Triangolazione, nell’interesse comunicativo del fruitore in ascolto, perché si confrontino sempre immediatezza interpretativa ed equilibrio compositivo, per: «un’arte sacra dalla parte della contemplazione, che non forzi sulla sfida innovatrice di una necessitata sperimentazione autorale». Dichiarata ammonizione al PARMIGGIANI (Claudio), l’ormai 81nne autore, a Gallarate, dell’altare dell’Assunta. Articolato complesso, che provoca,  mostrando, infatti, con proposta-choc, di sommare, irrelandole, liturgia e devozione. E non si graziano intanto né l’ingenuo anelito del fedele né la natura imperativa del credo. Non così per la più recente attività del Carafa. Egli rimette la fredda severità della linea scultorea alla polifonica sintassi della tradizione simbolica, diluendo nel valore del sublime spirituale ogni basica religiosità. Quasi un motto di vita quest’espressività dialogante, manifestatasi fin dal primo intervento artistico a Termoli, per la chiesa del Sacro Cuore. Insistendo, nelle diverse tappe di una venticinquennale attività, sulla formula neotestamentaria della chiesa domestica, dove, spiega lo scultore termolese: «ci si dispone alla preghiera come fondamentale pratica dei fedeli».

Ed è proprio l’invocazione, nell’opera di Carafa, a determinarsi chiave di lettura morfologica ed estetica. Pur nell’adesione al vincolo del canone commissorio, l’elaborazione artistica si promuove tra il rigore  del tratto scultoreo e la leggibilità della resa. Taluni esempi traducono canovianamente la levigatezza espressiva della materia (variamente lapidea, metallica, miscelata di malta) in morbidezza della metafora celeste. Questo, proprio perché lo scultore molisano eleva il bianco marmoreo a cifra ermeneutica della candida verticalità tematica. Dove compassione, pathos, condivisione possono icasticamente essere indicati dal Carafa come etichetta artistica personale. Tanto da misurarsi, lo afferma l’artista, perentorio, sul criterio di «autenticità» ovvero veridicità, genuinità, fondamento di adeguatezza tra consistenza e possibilità.  Scultura, marcata da trasparenze effettuali e densità teologica. Sta forse in quest’ampiezza di sviluppo il messaggio carafiano, semplicemente diretto, energicamente pregnante.

SAN GIOVANNI DAMASCENO (670-749 d. Cr.), teologo arabo di fede cristiana riferì: «Se uno viene da te a chiedere: “Mostrami la tua fede!”, tu allora portalo in chiesa e illustragli la decorazione di cui è ornata (…)» Succede proprio così con l’antologia produttiva del N. Per il  Carafa, arredo non vale, infatti, aggiunta (anzi, overload),  ma paradigma dell’ordine scultoreo. In tale versione  la narrazione liturgica si consegna al cuore  – non all’osservazione estasiata oppure nuda –  del fedele in raccoglimento.

 Cosicché si profila quell’intelligente osmosi tra l’intimità della riflessione e l’esuberanza dell’orizzonte del giudizio ovvero tra profilo artistico ed attesa religiosa, che è nel sistema dell’arte sacra. Essa è, secondo papa FRANCESCO, «il campo, in cui trovare nuova carne per la trasmissione della parola».

 

 

 

 

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