Rolf Jacobsen con Olav H. Hauge è considerato fra i vecchi maestri della moderna poesia norvegese, due figure fondamentali che hanno segnato l’evoluzione letteraria del loro paese. Tuttavia, l’opera di Jacobsen inizialmente non fu riconosciuta: i suoi primi due libri passarono inosservati, giudicati troppo modernisti sia nei temi, come la tecnologia, sia nella forma, caratterizzata dal verso libero. Il conservatorismo della scena letteraria norvegese impedì una loro immediata ricezione, e solo negli anni Sessanta, con l’arrivo di una nuova generazione poetica alla ricerca dei propri predecessori, Jacobsen fu riscoperto e apprezzato.
L’evoluzione poetica di Jacobsen, a partire dalle sue pubblicazioni del 1951, segnò un allontanamento dall’estremo modernismo. Egli non può essere considerato un poeta “letterato” nel senso tradizionale, e l’influenza di altri autori, sia locali che internazionali, non è evidente in modo diretto. Tuttavia, il graduale mutamento del clima letterario norvegese tra gli anni Quaranta e Cinquanta favorì il suo ritorno sulla scena, permettendogli non solo di ispirare le nuove generazioni di poeti, ma anche di apprendere da esse.
A livello internazionale, Jacobsen appartiene a una generazione di poeti nati nella prima decade del Novecento, i quali pubblicarono le loro prime opere negli anni Trenta. Tra questi si possono citare Auden ed Empson in Inghilterra, George Oppen e i discepoli di William Carlos Williams negli Stati Uniti, Drummond de Andrade in Brasile, Gabriel Celaya in Spagna, Pavese in Italia, Milosz in Polonia, Guillevic in Francia, Gunter Eich ed Ernst Meister in Germania, oltre a Gunnar Ekelöf e Harry Martinson in Svezia. Se si esclude Ekelöf, che si sviluppò come uno dei più grandi poeti del secolo, la maggior parte di questi autori non si distinse per spettacolarità, ma fu profondamente segnata dalla crisi economica e politica degli anni Trenta. Il loro stile sobrio e riservato può essere visto come una reazione al fiorire degli “ismi” letterari degli anni Venti: il loro obiettivo non era stupire, ma rappresentare la realtà in modo autentico.
Molti poeti degli anni Trenta condivisero con i narratori del periodo una tendenza verso il realismo, che includeva una forte coscienza sociale e un rifiuto delle sperimentazioni metaforiche proprie del surrealismo. Inserire Jacobsen in questa prospettiva permette di comprenderlo meglio attraverso un confronto con figure come William Carlos Williams e D.H. Lawrence, ma anche con Brecht e Francis Ponge. L’attenzione per le cose concrete e la materialità del mondo lo avvicina a Williams e Ponge, mentre la sua sensualità cosmica richiama Lawrence. La sua ironia misurata e distaccata, invece, può essere accostata a ciò che Brecht definiva “astuzia”.
Questa tendenza realistica nella poesia moderna, sebbene coesistesse con correnti più elevate e sperimentali, si configurava come un movimento metonimico in senso jakobsoniano, contrapponendosi al metaforico. Tuttavia, come Roman Jakobson stesso ha affermato, entrambi i modi espressivi coesistono sempre in ogni poeta, seppur con pesi differenti. In Jacobsen e in altri autori della sua generazione, il percorso poetico può essere letto come una continua ricerca di soluzioni individuali al problema della metafora.
Un elemento chiave per comprendere l’essenzialità del linguaggio poetico di Jacobsen è la sua esperienza giornalistica, che ha influenzato profondamente la sua scrittura. Pur non essendo “giornalistiche” nel senso superficiale del termine, le sue poesie riflettono la concisione e la capacità di sintesi proprie del buon giornalismo. Questo gli ha permesso di sviluppare immagini potenti ed evocative, utilizzando metafore precise e incisive. La sua fedeltà all’essenziale gli ha consentito di trasformare la realtà quotidiana in una dimensione mitica, nella quale il presente si intreccia con il passato storico e con una visione cosmica del mondo.
La poesia di Rolf Jacobsen, con la sua insistenza sui valori fondamentali della vita, si distingue per una combinazione unica di semplicità e profondità. Pur rimanendo ancorata alla concretezza del quotidiano, essa si inserisce in una più ampia corrente umanistica del modernismo europeo, testimoniando un equilibrio perfetto tra sensibilità personale e coscienza collettiva.






