Attualità /Paolo Rico /187
«(…)dalla casa oscura/uscì l’aroma/intenso/della legna custodita».Pablo NERUDA (1904-1973), letterato e politico cileno |
Legna da ardere: un must nel riscaldamento domestico. Certo, di gran lunga dopo il metano, che ha notoriamente rappresentato la “svolta” storica, in ogni ambiente, nell’approvvigionamento delle fonti di calore. Però, l’atavico ricorso alle biomasse continua a mostrare egregiamente le proprie notevoli performance. Almeno 1 famiglia italiana su 5 dà fuoco, infatti, a stufe e camino con vegetali ardenti. Le statistiche dei consumi (che qui si commenteranno) sono state ordinate ed analizzate in uno studio – ormai annoso – dell’ateneo patavino, particolarmente aduso a tale rilevazioni, magari a ragione della diffusa domanda regionale di legna da ardere. Una risorsa, che, nel montare del dibattito green, comprensibilmente si posiziona al centro della relazionalità familiare sull’ecosostenibilità.
Quasi 30Mt di biomasse legnose sono mediamente utilizzate ogni anno per produrre energia, non solo in casa, come si è anticipato poc’anzi, in tacito riferimento, ad esempio, al tipo di gestione termica di taluni ambiti produttivi. Ma la domanda residenziale di legna da ardere incide per quasi il 60% nel bouquet delle opzioni. Secondo le stime dell’università veneta, 17Mt sono legna e un po’ più di 2 Mt è il quantitativo di pellet richiesto dall’utenza civile, che vuole scaldarsi ogni anno nella stagione fredda. Così un po’ più di 10Mt pesano le biomasse, destinate all’approvvigionamento termico per uso industriale. Anzi, i ricercatori di Padova hanno stilato l’elenco preciso del fabbisogno di risorsa vegetale non solo a fini di riscaldamento, suddividendo addirittura per: prima o seconda residenza; comparto economico (primario; industria; servizi); e per generazione elettrica, perfino in versione combinata rispetto alla sola disponibilità elettrica.
Prelievi, che pongono l’interrogativo sulla determinazione delle fonti di tale attingimento vegetale, per così dire. Risalta subito l’insufficienza dell’offerta nazionale, malauguratamente incrementata, nel caso, dall’importazione dall’estero, causa di una più salata bolletta energetica italiana. In dettaglio assommano a 3Mt¹̷₂ i quantitativi annuali di legna asportata dai nostri boschi. Pertanto, l’import della materia prima ci pesa per quasi 5Mt di biomasse acquistate fuori dei confini nazionali. E il nostro Paese finisce in cima alla negativa classifica mondiale di acquisti all’estero di biomasse, a fronte di un export, che, se c’è, è comunque assai contenuto, modestissimo in volumi consegnatici e valuta forte introitata. Può capitare addirittura – si fa notare nello studio patavino – che appena il 9% dei consumi riesce ad essere soddisfatto dall’ammontare di tagli boschivi e legna proveniente da fuori dai nostri confini.
Si può così ipotizzare che, per scaldarci, ricorriamo pure ad alternative non usuali al mercato tradizionalmente battuto: fuori-bosco; residui e scarti di legno industriale; cascami cellulosici di verde urbano; differenziale agricolo (rami potati, in particolare, in frutteti); depositi di risparmio intrafamiliare. Pur se queste valutazioni non fanno esattamente quadrare l’incidenza delle singole voci di acquisizione privata delle disponibilità termiche. Conferma, forse, che non può soddisfare un solo studio, per quanto rigoroso ed accorto, a rappresentare esaustivamente uno spaccato della società, intaccato invece da modalità, latamente informali di comportamento investigato. Infatti, non si riesce a comporre il corretto identikit del settore, peraltro costituito grazie ad analitiche attribuzioni per ciascuna delle nostre regioni, dei prelievi annuali effettuati nei boschi di conifere e latifoglie di pertinenza. Colpa magari dello stretto vincolo tra raccolta dati, puntuale, ed autorizzazioni, assai poco ufficiali, ai prelievi boschivi, presumibilmente segnati – questi ultimi – da abusi e vere e proprie pratiche incivili. Però in Italia il valore economico delle foreste è sceso del 10%, causa, del pari, di una contrazione dell’11% della superficie boscata, destinata alla produzione di legname. Perdita netta pari a poco meno di 3mld di euro.
Né va taciuto come alla riduzione degli habitat forestali corrisponda un incremento dell’inquinamento atmosferico, senza dimenticare che più legna da ardere significa pure meno arredo ovvero minori opportunità per l’export, che, nell’arredo-legno italiano, trova, infatti, una voce espansiva e competitiva a livello della manifattura internazionale. D’altronde, la graduatoria del comparto assegna precise collocazioni, che posizionano sul podio innanzitutto la legna per il fuoco di casa e, a seguire, con significativi intervalli di distanziamento, legname per paleria; poi, tondame per segherie e cartiere. Va chiarito pure che riscaldare un appartamento di circa 100mtq impegna una disponibilità giornaliera di legna da ardere compresa tra i 20 e i 40 kg, con onerosa ricaduta di inquinanti sottili. Ogni gigajoule provoca oltre 375 g di particolato e 465g di composti inorganici volatili non-metaniferi.
Insomma, si osserva una fenomenologia assai variegata, la cui variabilità si presta ad un impegnativo controllo e ad una complicata gestione. Perciò, in assenza di rassicuranti prospettive a breve, volentieri ci si consegna – grazie alla straordinaria liricità della poetessa meneghina Alda MERINI (1931-2009) – ad una conclusiva lettura, per così dire, sentimentale di tutta la realtà fin qui esaminata: «La parola del legno/non è uniforme,/è una polifonia/di rumori ardenti/che hanno come diapason/le foglie mosse da venti».






