ALEKSANDR SKIDAN: VOCE RIBELLE DELLA POESIA RUSSA CONTEMPORANEA

Aleksandr Skidan (Leningrado, 1965) si impone come una delle figure più rappresentative della poesia russa contemporanea, incarnando una posizione di critica radicale ai regimi politico-culturali della sua epoca. La sua opera si leva a contraltare sia del passato sovietico sia del presente capitalista, tracciando un percorso unico nel panorama letterario.

Debuttando nel periodo della democratizzazione, Skidan non si è limitato a scrivere poesie, ma ha intrapreso un’intensa attività di traduzione ed esplorazione delle letterature straniere, dimostrando una rara capacità di assorbire influenze esterne e trasformarle in un linguaggio personale. Il suo stile si caratterizza per una fusione di sperimentalismo e adesione critica alle estetiche dell’underground e della marginalità.

Le sue poesie sfidano apertamente i limiti dei generi letterari e il monolinguismo della comunicazione, affrontando con lucidità la violenza del mondo e delle parole del potere. Skidan utilizza un approccio autocritico e ironico per svelare le insidie della tradizione letteraria: le sue riflessioni sulla memoria personale si intrecciano con riferimenti a Dostoevskij, Blok, Benjamin, Nietzsche e Derrida, in un dialogo continuo tra passato e presente.

 Nell’essenza del lavoro di Skidan  emerge una metafora potente: la poesia sperimentale come una “squadra volante partigiana”, pronta a sfidare le ideologie dominanti con incursioni fulminee e incisive. Skidan non propone una letteratura che si nasconde, ma una che, pur marginale, mantiene viva la capacità di incidere nella realtà.

L’opera di Skidan, si presenta come un invito alla riflessione, un viaggio nei meandri di un linguaggio poetico che non si arrende, ma che continuamente si rinnova per rimanere fedele alla sua natura rivoluzionaria.

Prospettiva Kondrat’evskij il fumo della patria

e il patronimico – scordàti ma ripensi com’era a volte 

andavi per la strada da libero cittadino 

niente era mai abbastanza 

tengono per le palle
e magari ritorna in mente 

la cantina dell’androne – l’acre odore le bimbe con mezz’occhi nei volti

il veloce moto degli elementi e – rovesciata la testa – voli 

* 

omaggiavamo un francese il discorso fluiva 

e schiumava il sangue colore rosso passaporto 

non hai levato lo sguardo al finestrino della metro 

e pure la poesia è secondaria 

come voci nell’erba come voci 

nel vetro fuso
di un dolore artefatto 

* 

la salma del dolce far niente la scure del duro lavoro 

e una questione di sangue come a Pasqua un bicchiere 

col bastone l’amata bussa
ma tu annusi odore di vecchia 

così la patria proclama e appesta proclama e appesta 

come la Parola proscritta
in un giornale che stinge di nero 

* 

il sale sincero degli abbracci il taglio della fronte 

non andar via e i baci 

non cavi più pagine-chiodi dai loro dorsi6 con i denti della notte non sei più pellegrino 

non il cervello arso non il fumo dolciastro 

ma la torba della terra
dove – allargandola – ti stenderai 

che bocca ricordi bocca e labbra le labbra morse 

* 

il dada russo e l’ade 

amato dannatamente 

Poplavskij giace a terra
un gradino di cielo tagliato a chiocciola 

lo attrae come una bimba 

a casa a casa dal cielo tu farai ritorno 

le correrai incontro e a lei dirai addio 

come in un lampo t’innamorassi di una rima col mantello tragico dell’eroe

* 

il dada russo e l’ade 

col mantello tragico dell’eroe Poplavskij giace a terra 

un gradino di cielo tagliato a chiocciola lo attrae come un mondo altro 

amato dannatamente 

amico mio adorato  mi senti? 

all’esplodere delle luci la prospettiva vola mentre tu in basso voli a capofitto 

Novembre 1999