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ZUCCHERO AMARO IN ITALIA

Attualità  Paolo Rico /179

ZUCCHERO AMARO IN ITALIA SENZA PIÙ MATERIA PRIMA.MA SULLA QUANTITÀ SPUNTA LA QUALITÀ.

«L’estasi è una tazza di tè e una zolletta di zucchero in bocca»

Aleksandr Sergeevič PUŠKIN (1799-1837)

 

 Non c’è di più settentrionale in Italia dello zucchero. La sua produzione avviene in soli 2 opifici, rigorosamente padani. E a conferirvi, in gran copia, materia prima concorrono per lo più aziende agrarie di 7 regioni, la più meridionale delle quali è l’Umbria. Davvero un’etichetta  – si può dire? –  etnocentrica per la dolcissima trasformazione agroindustriale della beta vulgaris, denominazione scientifica della portentosa varietà vagamente a forma di cuore longitudinale o di fiamma a rovescio. Fiamma, perché i suoi composti rimineralizzanti coadiuvano negli stati influenzali; cuore, perché, nel suo mix di fibre ed acqua, sembra svolgere azione digestiva e depurativa, che, associandosi, tonificano la circolazione, proteggendo appunto la pompa sanguigna. Ma, nella battaglia produttiva della barbabietola, da preferire è la variante senza melassa, che dà luogo allo zucchero cosiddetto di canna, contrapposto al gemello bianco ad alta concentrazione di saccarosio. Un dibattito, per così dire, nutrizionale, che non dà conto della parabola della trasformazione agro-alimentare della glucobietola.

Perché all’azimut della vicenda produttiva dello zucchero le società saccarifere in casa nostra erano 31, proprietarie di 82 stabilimenti. Tutto nel quadro delle normative Cee, come allora  – 1968 –  si citava l’acronimo della nascente istituzione continentale. Tra alterne vicende finanziarie, politiche e sindacali  – dai deprimenti risultati sui livelli occupazionali e con conseguenze letali per l’anagrafica produttiva del comparto –  oggi in attività restano 2 impianti dell’unica proprietà  – la CoproB Italia Zuccheri –  dislocati tra Veneto  – a Pontelongo (PD) –  ed Emilia, a Minerbio (BO). Difatti, le bietole italiane si coltivano adesso su poco più di  30mila ettari. E quest’anno  – complessivamente positivo per rese, trasformazione e remunerazione –  i lavoratori stagionali sono stati licenziati prima che la stagione produttiva avesse termine, a testimoniare di un perdurante stato di precarietà del comparto. Nonostante si faccia sapere che la bietola rimane competitiva rispetto ad altre colture anche in condizioni di avversità climatiche.

nastri trasportatori nello zuccherificio della COPROB ( Foto da You Tube)

Questo, grazie alle novità della ricerca genomica  – all’origine di rilevanti miglioramenti nella selezione di specie – ha chiosato Luigi Maccaferri, presidente della “COPROB Italia Zuccheri –  e del progresso meccanotecnico, in grado oggi di monitorare la fertilità del suolo al fine di: «conciliare le rese con il clima».”. Il responsabile della società saccarifera emiliano-veneta ha preconizzato il calo dei costi produttivi grazie al progressivo incremento  della trasformazione saccarifera. «Si puo’ contare su risorse verso la transizione ecologica e la sostenibilità» ha precisato.

“Sugo grezzo”, sciroppo prodotto dalle fettucce di barbabietola (fotogramma da You tube)

Tutto, per conseguire la certificazione di qualità, nel novero delle produzioni integrate. E’ questo il passaggio necessario a collocare lo zucchero italiano sulla pedana della competizione almeno europea. Obiettivo, che obbliga comunque a contingentare al ribasso la capacità bieticola nazionale, stretta tra un mercato avaro e un’ostica limitazione dovuta al regime europeo delle quote. Proprio i due fattori, che hanno spinto a suo tempo il settore verso il crinale di un pratico smantellamento industriale. Evidentemente, si sono avvantaggiati i competitor del Nord Europa, come conferma la più recente storia delle mobilitazioni operaie e contadine, ma anche dell’indotto dell’autotrasporto delle bietole, contro lacci e lacciuoli piovuti addosso all’industria saccarifera italiana nel momento di massimo splendore del settore.

Oggi la sfida da raccogliere, secondo gli esperti, è nella lotta alle carenze alimentari. Nel 2050 non ci sarà più cibo per tutti i 9 miliardi di abitanti del globo terracqueo. Non ci saranno molte terre coltivabili e i prezzi delle materie prime diventeranno proibitivi per tantissimi operatori. E dovrà essere il made-in-Italy ad agire da sistema autopropulsivo per abbattere i costi e semplificare il lavoro, così da tenere sotto controllo le risorse economiche ed ambientali. Risultato, che si intende promuovere con l’innovazione tecnologica: una sorta di protesi operativa del cosiddetto genio italiano, rivolto, nel caso, a neutralizzare le nostre criticità nell’approvvigionamento delle risorse di materie prime.

Zuccherificio di Pontelongo (PD) – Foto da Tripadvisor-

Occorre, però, tornare a bomba ovvero alle inespresse potenzialità del saccarifero nazionale. Proprio per non schermare, dietro l’enfasi su supposte previsioni, la durezza della realtà presente. Si sa, infatti, celiava Trilussa, il poeta romanesco CARLO ALBERTO CAMILLO SALUSTI (1871-1950): «L’umorismo è lo zucchero della vita. Ma quanta saccarina c’è in commercio!», ad ammonire contro le fanfaluche che impediscono di mostrarsi costruttivi, realisti, efficaci. Per questo non basta determinarsi in patria, ma intendersi in sede comunitaria. Per motivare come l’autosufficienza saccarifera italiana  – rappresentata dai 2miliardi di conferito industriale completamente esitato sul mercato –  costituisca obiettivamente un gradino iniziale nel processo ascensionale verso l’emancipazione dell’economia sorvegliata, ma pur sempre libera in Europa. D’altronde, la specialità colturale è già largamente impiegata come sostegno fitosanitario; alternativa cerealicola; opzione energetica a biogas; destinazione organica all’allevamento; applicazione vegetale per scomposizione chimica.

Un ventaglio di indicazioni, che sottovaluta l’odierna capacità produttiva saccarifera, non giustificata nemmeno dall’esclusivo monocolo del mercato alimentare, peraltro sotto una gragnuola di colpi, sferrati dallo svantaggioso ricorso allo zucchero  – perfino di canna –  come edulcorante. Insomma, lo zucchero in Italia dovrà rimanere… amaro? La risposta ce l’ha proprio l’aforista. Così stigmatizza, infatti, il 90nne scrittore romano DINO BASILI: «Nelle conversazioni separare sempre zucchero e dolcificanti».

 

 

 

 

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