«… resta(t)e là dov’è ottimo restar,/sul puro limpido culmine/o uomini, in alto (monte)…».
adatt.: Giovanni PASCOLI, La piccozza (v. 32), sta in: Odi e Inni, Bologna, Zanichelli 1906
A chi mai sfuggirebbe che alpinismo e montagna, sia pure per sommaria genericità, sono praticamente sinonimi? Non è lo stesso per appenninismo. Forse perché quest’ultimo idiotismo si rappresenta immediatamente circoscritto ad un perimetro territoriale. Comunque, «alpinismo» e «appenninismo», nella loro presuntiva intercambiabilità, non rinunciano, magari per ingenua identitarietà, a far emergere un ventaglio di sfumature – sia detto – antropologiche. A ragione proprio della distinta referenza geolessicale.
Con le Alpi a testimoniare verticalità pari alle cime più alte della catena. Proprio quel che non può significare appenninismo, per la cui resa occorre richiamare altre caratteristiche. Come ha mostrato anche un incontro a San Severino Lucano (PZ), bel borgo nel Parco Nazionaledel Pollino, 877 m. slm, che si affida – ohibò! – all’alto patrocinio religioso di san Vincenzo Ferreri, venerato speciale, tra tante categorie, dai costruttori-di-tettI, professionalmente abili ad arrampicarsi: come si fa, inerpicandosi sulle quote, tanto per rimanere sull’Appennino, ma in tema alpino.
Quell’Appennino che – ce lo ha detto la maestra alle elementari – con le sue balze, quasi a strapiombo sull’Adriatico nel versante orientale, degrada invece meno incisivamente sul fronte opposto, mostrando la sua versatilità nel disegno del paesaggio. Marca infatti, geomorfologicamente, nella sua distinta unità, perfino una speciale denotazione esistenziale, che tale non è sulle Alpi: qui la ruvidezze e la rugosità delle salite impongono un modo alternativo di viverle ed affrontarle. Ma non si puo’ non partire da quel che si è appreso nel parco del Pollino, dove si è richiamato l’impegno di ricerca naturalistica nell’approccio a due tipicità: il pino loricato [pino bosniaco] (pinus heldreichii) e il gatto selvatico (felis silvestris).
Così, parlando di questo biotipo forestale, si è orgogliosamente citato il primato green di Cosenza, che è ai vertici della graduatoria nazionale della piantumazione di alberi, segnatamente in rapporto alla popolazione minorile, destinataria, per legge, di una politica di promozione di parchi e giardini urbani. Questa azione è molto spesso dribblata dalle amministrazioni locali meno attente alla transizione ecologica e alla tutela dell’ambiente pubblico.
Obiettivi prioritari della programmazione del Pollino, dove si trova, ad esempio, la cascata di ghiaccio più a sud in Europa, nel versante orientale, cioè, di Serra delle Ciavole. Splendida riserva, appunto, del pino loricato, cosiddetto dalla corteccia del fusto tutta trapezoidale ed aggettante come lo scudo (lōrĭcā) degli antichi guerrieri romani. E in questo polmone verde la presenza di “Italus”, il “dinosauro del pino bosniaco”, perché il più longevo, con 1230 anni di prospera vegetazione. Gli studiosi dell’ente Pollino ne hanno trattato il fusto con il ricorso alle tecniche della dendrocronologia, in grado di svelarne, tramite l’analisi di radiocarbonio, non solo lo sviluppo diacronico, ma la successione della periodizzazione climatica con gli eventi salienti del millennio vissuto. Tra questi la tempesta solare del 993 d.Cr.
Dunque, una fonte di informazioni, che – proiettate nella scansione cronologica – permettono, con l’ausilio di modellistica digitale, la formulazione – seppur ipotetica, ma sempre scientificamente fondata – di scenari futuribili per l’ecosistema. Un’interessante declinazione bioevolutiva, insomma, dalla conservazione e valorizzazione del pino loricato.
Come avviene dovunque nei 1925 kmq. di superficie tutelata dell’area protetta del Pollino in 3 regioni contigue che, nella distinta autonomia tematicamente convergente, ricavano complessivamente un pilastro dei parametri di congiuntura socio-economica in concorso. Il tutto, per perfezionare, con la sostenibilità ambientale, la stessa qualità-di-vita a base dello sviluppo territoriale. Secondo quell’indicazione di wilderness montana, che, al di là del senso letterale, certamente rappresenta un modello generale di “stile ottimale” di abitudini collettive. In queste ultime si rintracciano distinti fattori di sani comportamenti individuali, sommando i quali si torna a uno stile ottimale.
A partire dalla resilienza ovvero dall’attitudine adattiva alle sollecitazioni del contesto e allo stress indotto dalle pressioni del proprio ambito di riferimento, di relazionalità. Come succede, ad esempio, al gatto selvatico del Pollino, aduso a neutralizzare, magari soltanto a contrastare la concorrenza competitiva della biodiversità animale dell’ambiente. Il senso della predazione si sposta sul crinale dell’autotutela, esorcizzando, in particolare, la corsa del cacciatore alla pelliccia, non sempre esperita per gioco commerciale, ma piuttosto, per ingiustificato divertissement, sottoponendosi alla fatica di una pratica senza alcun contenuto di sportività. Le precedenti valutazioni autorizzano la metafora della resistenza, della forza, dell’energia, che – in valenza polisemica – , nel caso del gatto selvatico, spendono vittima, assalitore, ambiente sacrificato; e, per il loricato, osservazione naturalistica, specie botanica e tavola dei significati simboliici, secondo quanto abbiamo sommariamente declinato nella descrizione dell’importanza delle due emergenze tipiche del Pollino.
Si tratta, a ben riflettere, di considerazioni del pari valevoli sia in ambiente appenninico come nella realtà alpina. Dunque, non c’è contraddizione tra alpinismo ed appenninismo? Sì, c’è. È la specificità dell’escursionismo a far la differenza. Perché quest’ultimo si concilia con le più modeste cime della dorsale italiana; si giova della differente orografia ad est e ad ovest della catena appenninica; si modula come un racconto diegetico – un obiettivo a oeil de boeuf – grazie al quale sguardo verso l’esterno e corpo in introiezione empatica incrociano mente e cuore, intessendo la trama distintiva della relazionalità dentro le comunità appenniniche. Quasi a rendere operazione additiva per la formulazione della nozione di appenninismo (immaginazione), la cultura geografica (negli spazi delle 241 cime dell’Appennino) e il modo funzionale di praticarla nei borghi a valle. Quel che sembra riduca – almeno, etimologicamente ed immediatamente – l’alpinismo (eidetica) alla somma tra “scalata” ed “ascensione”. Succede, quindi, che da “pendenza” e “vigilanza” non puo’ scaturire un endemismo comportamentale, collettivo, identitario. Ciò che nel parco del Pollino è perseguito nella sua articolazione antropologica, come dinamica esistenziale dell’etica, questa sì, alpina. La si riceve nella versione di Leave No Trace, che azzera l’impatto ambientale, all’insegna del “dev’esser lasciato tutto ripulito” ossia uniformemente conservato. Destino irrinunciabile di uno spazio di civiltà integrale, a prescindere dalle sollecitazioni ecologiche.
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