JORGE ENRIQUE ADOUM: UN VIAGGIO LETTERARIO TRA AVANGUARDIA E IMPEGNO SOCIALE

Jorge Enrique Adoum, nato ad Ambato, in Ecuador, nel 1926. La sua formazione ebbe inizio in una scuola gestita dai gesuiti, la stessa che paradossalmente lo condusse verso una visione atea e antifalangista. La continuazione dei suoi studi in una scuola pubblica gli fece conoscere il marxismo e la psicoanalisi, strumenti interpretativi del mondo che ne avrebbero modellato profondamente la sua visione critica .

Adoum completò i suoi studi nelle facoltà di Filosofia, Lettere e Giurisprudenza, prima in Ecuador e poi nell’Università di Santiago del Cile. Durante il soggiorno in quella nazione, avvenne l’incontro con il poeta cileno Pablo Neruda che segnò un punto di svolta nella sua vita. Come segretario personale di Neruda, Adoum entrò in contatto con intellettuali di spicco dell’epoca, tra cui Rafael Alberti, Nicolás Guillén e Miguel Ángel Asturias. La sua amicizia con Neruda, descritta come “invariabile e intermittente”, rappresentò un legame artistico e umano che durò fino al 1971.

La vita di Adoum fu segnata da esili e da continui trasferimenti. Espulso dal Cile nel 1948, tornò in Ecuador, dove proseguì la sua carriera come docente e promotore culturale. Tuttavia, la sua esistenza errante lo portò in paesi lontani come Egitto, India, Giappone e Israele, nell’ambito di una missione Unesco. Qui, a causa di un colpo di Stato in Ecuador, si trovò bloccato e costretto a stabilirsi in Francia. Lì lavorò come giornalista e traduttore, diventando una figura importante per la comunità intellettuale latinoamericana esiliata a Parigi.

La poesia di Adoum, che si sviluppò lungo varie tappe, riflette il suo intenso legame con la politica e la società ecuadoriana. Le sue prime opere, Ecuador amargo (1949) e Los cuadernos de la tierra (1952-62), furono influenzate dall’opera di Neruda e si caratterizzano per un forte richiamo alla terra e alla condizione sociale del popolo ecuadoriano. Negli anni successivi, con opere come Curriculum mortis (1968) e Prepoemas en postespañol (1979), Adoum adottò uno stile sempre più personale, basato su una manipolazione creativa e sovversiva del linguaggio.

Il romanzo Entre Marx y una mujer desnuda (1976) è uno dei suoi contributi più significativi alla letteratura latinoamericana. Questo romanzo sperimentale, che invita il lettore a diventare co-autore della narrazione, è stato paragonato a Rayuela di Julio Cortázar per la sua innovazione strutturale. Grazie alla sua originalità, l’opera venne anche adattata per il cinema da Camilo Luzuriaga, sottolineando la sua rilevanza nell’immaginario culturale ispanoamericano.

Durante la sua carriera, Adoum ottenne prestigiosi riconoscimenti, tra cui il Premio Nazionale di Poesia in Ecuador e il Premio Casa de las Américas a Cuba. Il poeta Neruda arrivò a definirlo “il più grande poeta dell’America Latina”, un riconoscimento che evidenzia l’importanza della sua opera e della sua figura nel contesto della poesia ispanoamericana.

Alla fine della sua vita, Adoum si riconciliò con l’Ecuador, paese che spesso descrisse come una patria ambivalente, amata e criticata, ma che sentiva come parte intrinseca della sua identità. La sua opera, tradotta in molte lingue e inclusa in numerose antologie internazionali, continua a essere una fonte d’ispirazione per chiunque cerchi nella letteratura un mezzo di riflessione critica sulla realtà sociale e politica.

 

Che: fugacità della sua morte

già trenta anni?

cioè abbiamo potuto continuare a restare per trent’anni in un mondo in cui lui non c’era?

cioè c’è una generazione che ha potuto nascere crescere e procreare in un mondo in

     cui da trent’anni lui manca?

come concepire il mondo per trent’anni senza lui?

l’america senza lui?

(se addirittura dicevamo agli europei che doveva essere triste non essere latinoamericani

perché lui era il primo esemplare di quell’uomo futuro che l’america avrebbe partorito

     un giorno

egli fu quell’essere di carne che era già nella leggenda o al contrario quell’eroe da

     epopea con il quale fino a poco fa prendevamo un caffè

egli fece sentire nobile la nostra america sentirsi degna quando a cuba era più america

      che mai

e andavamo lì orgogliosi di essere nati nel suo stesso continente nella sua stessa epoca

e dell’ammirazione e dell’affetto dell’umanità quando si parlava di una qualsiasi delle sue

     imprese o delle sue difficili virtù avevamo in un certo modo la pretesa che ce ne spettasse

     una parte…)

cioè stiamo noi senza il che dopo aver lasciato il che senza noi

(si stava pericolosamente convertendo in una scusa

egli faceva per noi quello che noi dovevamo fare

egli faceva quello che noi sapevamo di dover fare ma non facevamo

quello che avremmo voluto fare ma non facemmo

quello che inevitabilmente dobbiamo fare ma non facciamo

ed eravamo soddisfatti lui lo faceva bene tutto faceva bene

e lo lasciammo solo comandante senza esercito

noi l’esercito stavamo applaudendo da lontano il suo modo di essere uomo

ammirando la sua rettitudine commovendoci per la sua integrità di uomo…)

forse credendolo così grande credemmo che non fosse necessaria la nostra piccolezza

     ai suoi ordini

e perché lo credevamo invulnerabile non facemmo nulla perché quegli indios impenetrabili

trovassero una fessura nella pietra dell’anima attraverso la quale potesse penetrare una

     volta per tutte il futuro a rischiarare le cose delle loro tenebre

nulla facemmo mai affinché quella india con una figlia malata sapesse chi la stava

     assassinando da tanto tempo e chi ci stava salvando

lei prese i cinquanta pesos che le diede il che e qualcuno lo denunciò

e noi lo tradimmo perché non eravamo con lui davanti a lui vicino a lui dietro di lui

quando lo accerchiarono i militari e i lupi (lupi e lupi)

ora è difficile credere che lui sia potuto morire un giorno

ma fu ancora più difficile trent’anni fa perché il mondo non poteva immaginare che la

     misera morte degli uomini potesse toccarlo

perché la morte è così poca cosa e un tenente prado è poca cosa e un generale ovando è

     ben poca cosa

(e noi ci aggrappavamo alle menzogne della stupidità armata alle contraddizioni

     dell’infamia cercando di trovare in esse il segnale che era vivo

diventando d’un tratto esperti di logica come se i gorilla avessero la nostra logica

esperti di trucchi fotografici analizzando la sua barba temendo che fosse lui ma parlando

      del cristo del mantegna e di sculture del barocco…)

quando fidel disse che era morto

abbassammo la testa e raccogliemmo il mucchietto di ricordi come facciamo ogni volta che

     qualcuno muore come per ricomporlo

perché ce lo restituissero completo

senza buchi i suoi polmoni e il suo ventre

integre le ossa che dissero di aver spezzato per metterlo in un barile

intatta la sua pelle che dissero di aver bruciato affinché la sua tomba non diventasse luogo

     di pellegrinaggio

però cazzo dissi

se non c’è un solo cespuglio in america dove non lo abbiano ammazzato

non c’è un solo luogo che non sia la sua tomba di combattente e martire

e ci sentimmo miserabili un po’ in colpa per la sua solitudine

ma ancora inorgogliendoci per quello schiaffo finale che in nome di noi tutti diede a tutti i

     colonnelli sulla faccia di selniche

e riempendoci di odio più di quanto un essere umano possa sopportare

contro quel barrientos ibrido di gorilla e di G.I. che si fregava le mani e

contro la nostra stessa cosa? codardia dogma comodità mutilazione?

e allora solo allora desiderammo essere stati a valle grande

essere morti accanto a lui

meglio al posto di lui…

qualcuno disse quel giorno che il gran barbudo dell’isola del caribe era rimasto solo

no cazzo dissi

lui è lì con dieci milioni di compagni che lo amano e i rivoluzionari del mondo che lo

     ammirano

quelli che sono rimasti soli e senza scuse siamo noi

quelli che sempre sono stati soli perché abbiamo voluto stare soli viziosamente soli

occupati della nostra domesticità blablablaterando della rivoluzione prima di andarcene a

      bere o a dormire

e quegli altri che ormai neppure parlano di rivoluzione

e non si trattò più di essere morti al suo posto ma di unire le nostre solitudini e le nostre

     piccolezze per rimpiazzarlo fra tutti

né di essere stati al suo posto ma di andare al suo posto

noi almeno quelli che non si erano imputriditi…

e molto tempo dopo persino nei villaggi più remoti di asia e di africa abbiamo visto

     contadini discutere i loro problemi agrari intorno a un tavolo sulla terra sotto la

     bandiera del loro paese e uno stendardo con l’immagine dell’uomo dalla stella

     sulla fronte

e sui muri delle nostre città dipinta l’immagine ripetuta dell’uomo dalla stella sulla fronte

e le adolescenti che non lo hanno conosciuto portare nel petto sui seni l’immagine

     dell’uomo dalla stella sulla fronte…

repentina arrivò la carognata della storia

attoniti entrammo in una specie di vacanza ideologica quando all’improvviso nessuno

     seppe nulla né credette più in nulla

e invece di maledirci e di odiarci come se piangessimo per la nostra impotenza

ho cominciato a chiedere che era stato in che ansa delle viscere dell’america

avevamo perso l’uomo nuovo che aspettavamo e per il cui avvento alcuni avevano dato

     la vita

che ne era stato da quando lo abbandonammo con la sua guerriglia fantasma nella selva

che ne era stato quando il neoliberismo diventò “l’unica forma universale di governo” con

      la discola eccezione di cuba

quando perché lo avevano ucciso credettero che fosse morto e annunciarono “la fine della

     storia”

come se ormai tutti pensassimo allo stesso modo con la indocile eccezione del chiapas e di

     cuba

ma io so sappiamo che la storia non può finire prima che ritorni l’uomo nuovo che lui

      annunciò portandolo con sé

come la più bella utopia dell’america

e per questo lo aspetto per poter continuare ad essere vivo

e poter continuare ad aspettare quello che verrà

e allora che? hasta la victoria siempre?

L’attimo sospeso

Quando il marinaio di Triana, con la bocca tra le mani,

gridò: “Terra!”, e l’Ammiraglio credette terminata la sua avventura,

l’astronomo che spiava molti secoli la morte di una stella,

il copista sul punto di trovare la pagina in cui aveva perso il suo destino,

il geometra che tirava i dadi per calcolare la superficie esatta della terra,

il contadino che scavava il solco con i denti per sentire vicino al labbro il seme,

la ragazza che sollevava ad ogni istante la sua gonna per vedere se la donna era già arrivata,

il pastorello impegnato al crepuscolo con un agnellino tra le gambe,

il poeta attonito senza sapere dove erano andate le parole che lo abbandonarono,

la sarta che conservava le sue lacrime imbastendole nell’orlo della tunica,

la sentinella che aspirava a custodire l’alcova della regina perché sognare non basta,

la monaca che cercava negli avanzi sillabe di conversazione per non passare la vita da sola,

il confessore sul punto di invidiare la colpa di peccati che altri gli inventavano,

il soldato avido alla cui lussuria territoriale il Papa provvedeva,

la tessitrice che si dissolveva negli occhi disegni come polvere, come pianto, come sfilacciatura,

il muratore di fronte alla parete in cui aveva mescolato ruzzoloni di bambino con cadute dell’anima,

il carceriere che non capiva perché il prigioniero volesse uscire se fuori piovigginava,

la partoriente che espiava con grido altissimo la colpa di quell’appuntamento,

il neonato che cominciava a morire tutta la vita contandosi gli anni,

il chirurgo che con il trapano voleva accertare cosa pensava la sua signora,

il cavaliere che misurava il tempo impiegato dal nitrito ad arrivare al nuovo mondo,

e l’indovino che andava a predire questa sventura,

sospesero di colpo quello che ognuno faceva,

ma quando il capitano dopo lo schiaffo alla ragazza india la fece gettare ai cani 

per non essersi lasciata convincere a conoscere altro maschio che suo marito,

ripresero le loro occupazioni abituali nel punto

in cui quelle gesta di mare le avevano interrotte.

Pont St.-Michel

i giovani hanno invaso la terra a coppie

un pesce abbracciato a un altro pesce

e in tutti gli angoli del deserto

il doppio animale l’ammasso unico

ciechi che si riconoscono annusandosi l’orecchio

o sordi che si sentono con la lingua

in questo freddo divorarsi quale dei due è lei

chi metterà fra i due una chitarra

chi invidioso li separerà con una spada

o gli darà collerico notizie della guerra

Da: Jorge Enrique Adoum: “L’amore disinterrato e altre poesie”. Traduzione e cura di Raffaella Marzano, 2002 Multimedia Edizioni