HomeLa RivistaEducazione e AmbienteLa donna, ovvero i limiti della cultura maschile

La donna, ovvero i limiti della cultura maschile

Il Limite / 80

La donna, ovvero i limiti della cultura maschile

di Raniero Regni 

Una giovane donna iraniana, Mhasha Amini, è stata uccisa per come portava il velo, secondo la polizia morale, in maniera non corretta. Una ragazza dallo sguardo luminoso, è stata assassinata in Iran dalla follia fanatica di uomini con la barba vestiti di nero, follia che essi chiamano religione, ma che non ha nulla a che fare con l’immenso nome di Dio. Il gesto di liberazione di altre donne iraniane che si sono tolte il velo per protesta, ha scatenato una vera e propria rivolta che speriamo vincitrice, ma che è costata e costerà molte vittime. Una donna, sola, contro un universo di maschi. Con tutte le specificità del caso, si tratta però di una scena antica e che ricorre oramai da millenni. Ma queste non sono le prime donne martiri in Iran. Nel 1852, Tahirih, poetessa e una delle grandi testimoni della fede Bahà’i, una fede di pace e di unità di tutto il genere umano, si tolse il velo in pubblico e andò alla morte proclamando, “potete uccidermi anche subito, ma non potete arrestare l’emancipazione delle donne”.

Di tutti i limiti di cui si occupa questa rubrica, quello della condizione della donna in una società dominata da millenni dai maschi, è uno dei più grandi e vistosi, più radicati e diffusi in tutto il mondo e in tutte le culture. Ed è collegato anche all’altro tema conduttore di queste nostre note che è quello del rapporto tra esser umani e natura. La donna è sempre stata oppressa e temuta in quanto considerata più vicina alla natura. La donna è colei che dà la vita, mentre gli uomini sono solo capaci di toglierla. La figura della maga, della strega che conosce i segreti della natura è una figura millenaria. La donna è stata temuta per questa sua capacità di essere in sintonia con le forze cosmiche forze che la società maschile vuole sottomettere.

La diseguaglianza e l’oppressione delle donne è uno dei limiti della cultura contemporanea. E non è smentito neanche dall’elezione della prima donna Premier in Italia. La gran parte delle donne che sono andate al potere avevano tratti maschili, forse sono state accettate proprio per questo e non è un caso se il capo del governo italiano non si vuole far chiamare “la” presidente,  ma “il” presidente. Non per dire “sono come voi” e per portare la propria differenza in un mondo come quello politico e del potere ancora sottomesso alla inflessibile regola non scritta del “soffitto di cristallo”. Ovvero quei pregiudizi invisibili che, anche in una società democratica, fanno sì che i posti di comando, quelli meglio remunerati e di maggiore prestigio, siano a stragrande maggioranza ricoperti da maschi, pur essendo questi meno della metà della popolazione. E quando accade che siano le donne a ricoprirli, queste devono (forse anche inconsciamente) dimostrare di essere il più possibile simili all’altro sesso.

E’ una cultura la femminile i cuio oggi abbiamo invece bisogno , non solo perché le donne sono migliori degli uomini, ma perché l’escalation su cui si basa la cultura maschile, quella dello sviluppo e del dominio illimitato, ci sta portando all’autodistruzione. La società globale postmoderna che sta attraversando la pericolosa era dell’Antropocene, non ha bisogno della logica di dominio. La cultura maschile si basa sull’aut-aut, o questo o quello, o vinco io o vinci tu. L’uomo cerca sempre il superamento del limite, non si ferma, ci prova. Ma oggi il braccio di ferro tra grandi potenze nucleari dominate da maschi dimostra che l’aut-aut non può essere la via, l’escalation ha come esito certo solo la distruzione totale.

L’altro aut-aut tragico che oggi è all’ordine del giorno è quello con la natura. O vinco io e domino la natura, modifico il clima, cambio i geni alle colture, schiaccio la Terra, oppure vince la natura.  Sappiamo tutti che questo non è possibile, che la natura è la nostra casa e che stiamo tagliano il ramo su cui siamo appollaiati, e gli eventi estremi del cambiamento climatico ce lo dimostrano ogni giorno.

La cultura al femminile, che non vuol dire la femminilizzazione della cultura, si basa invece sulla logica dell’accettazione delle ragioni dell’altro, della reciproca autolimitazione, la logica che si basa sull’et-et: e la civiltà umana e la natura, in una convivenza pacifica e armonica. Ci sono studi affascinanti sul fatto che una cultura in cui uomini e donne convivevano senza opprimersi e senza imporsi alla natura forse c’è già stata in passato in Europa. È la Civiltà della Dea, quella che dominava l’Europa più di 6.000 anni fa, prima che dalle steppe orientali e dal mar Nero arrivassero delle popolazioni a cavallo con le armi di bronzo e con il loro Olimpo di divinità guerriere e imponessero un’altra cultura basata sulla gerarchia e il dominio maschile. Una civiltà del calice e non della spada, della convivenza pacifica e dell’eguaglianza, una civiltà della Dea come origine della vita, della compassione e della gentilezza, della convivenza pacifica e della creatività artistica e scientifica, non del dominio violento, di cui sono rimasti misteriosi reperti archeologici. Non si tratta ovviamente del matriarcato che è la sostituzione di un dominio con un altro, ma di una civiltà al femminile che oggi potrebbe tornare davvero di grande attualità. La storia ci dice che in tutti i periodi in cui migliora la condizione della donna sono anche fasi di rinascita culturale. E se una civiltà al femminile è già esistita forse potrà tronare ad esistere.

Articolo precedente
Articolo successivo
Nessun Commento

Inserisci un commento